
Il colpo di stato avviene il 24 marzo 1976, in Argentina. Instaura la dittatura del generale Jorge Rafael Videla, con la mano esterna americana della CIA, benedicente Henry Kissinger (come due anni prima in Cile).
Ad istruirlo fu la Esquela Americana de las Americas, scuola di guerra gestita dal governo USA a Panama, da dove uscirono molti ufficiali golpisti sudamericani.
Le forze armate argentine irrompono nella notte, occupano tutti i centri di potere, eseguono arresti di massa. Sciolgono quindi tutte le istituzioni e i partiti, sospendono la Costituzione, depongono Isabelita Peron.
Gli arresti di massa proseguono verso tutti i gruppi di opposizione o persone soltanto sospettate. La prima raccolta dei prigionieri è negli stadi, poi destinazione ignota, tortura, uccisione, scomparsa.
Tra le più feroci esecuzioni, quella di lanciare le vittime da un aereo sull’Oceano Atlantico e sul Rio de La Plata, col ventre squarciato in modo che squali e piranhas facessero scomparire ogni traccia. E questo per tutti i sette anni di dittatura.
Almeno 30.000 le vittime stimate. Verrano chiamate desaparecidos.
Le madri delle vittime con molto coraggio si decisero di riunirsi per protesta a Plaza De Mayo, la prima volta il 30 aprile 1977. Portavano un fazzoletto bianco in testa, simbolo del pannolino, della maternità.
Da allora Las Madres de la Plaza de Mayo continuarono a riunirsi ogni giovedì pomeriggio nella piazza centrale di Buenos Aires, sfilando intorno all’obelisco piramidale posto al centro. Alcune di loro furono arrestate e scomparvero.
Oggi, 24 marzo, una grande manifestazione popolare percorre Buenos Aires per ricordare la tragedia del golpe. C’è un aspetto storico che dà ancora più forza al doloroso ricordo, ma anche speranza che le generazioni future sappiano reagire.
Figli, figlie e nipoti degli scomparsi lottano ancora per avere giustizia e ritrovare i corpi. E ricordano.
Ma anche i familiari dei torturatori mai pentiti, riuniti in associazioni, sfilano e si uniscono ai parenti dei desaparecidos. Aiutano e sostengono quanti e quante vogliono liberarsi di questo peso moralmente insostenibile.
Quasi sempre occultato nelle famiglie.
Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Ma questi, in nome di un’etica civile, possono disconoscere il passato dei padri e delle madri che abbiano commesso crimini, in questo caso, contro l’umanità.
Il vincolo di sangue non può né sottacere né occultare qualcosa che brucia e offende nel profondo.
C’è anche un prezzo da pagare.
Lydya Lukszewicz di Asambleas Disobedientes, attrice, racconta: “Quando ho interrotto i rapporti con mio padre, sottufficiale dell’esercito, anche mia madre e i miei fratelli hanno smesso di parlarmi”. Aveva intuito e poi saputo del torbido passato del padre.
Le donne venivano stuprate dai militari, quelle incinte venivano in parte instradate (centro clandestino di Pozo de Benfield, in prov. di Buenos Aires) e soppresse in segreto. Quelle che partorivano si vedevano privare delle loro creature, che passavano clandestinamente a famiglie di militari. Non avrebbero mai rivelato l’accaduto.
Stella Duacastella, scrittrice e psicologa, racconta come ruppe con suo padre, ufficiale medico all’epoca della dittatura. Una denuncia, a dittatura terminata, lo riguardava per una ventina di donne che furono incappucciate e legate a letto per farle partorire, nell’ospedale militare di cui era direttore.
I neonati o le neonate poi sparivano.
Stella, lei stessa in gravidanza in quel momento, chiese chiarimenti. Il padre confermò evasivamente e minimizzò: “Non erano poi così tante”.
Stella ne fu profondamente colpita: “Per me fu un punto di rottura, non gli ho più parlato“.
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