GAZA LIVE

SPETTACOLO NO-STOP

Tutto esaurito nelle cancellerie.

Gaza, spettacolo no-stop: ancora bombe, macerie, morti, fame.
Da qualche giorno far volare gli aquiloni è anche un atto di guerra.

In platea, diplomatici e governi assistono in diretta.
Si sorseggiano drink, si fuma, si va in bagno e si torna subito.
La diretta non va persa.

Ogni tanto qualcuno o qualcuna si alza per dire che è “inaccettabile”.
Poi torna a sedersi, a chiaccherare con civile bon-ton.

Lo spettacolo no-stop continua.
Nessuno stacca la spina.
Posti esauriti.

***

Sciami in formazione

A Gaza, sotto un edificio totalmente distrutto dalle bombe, si è salvata un’arnia.
Il proprietario è riuscito a recuperarla.

Ora la vendetta delle api.

Sciami su sciami sono diretti verso Netanyolo.

Niente missili, niente droni: solo pungiglioni e un messaggio chiaro.

Finalmente una potenza straniera che non manda armi, ma pungiglioni.

“Gaza, non deve morire”.

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Musica sospesa e pianisti appesi

«… Ci sarà una lineup piena di gente pazzesca, venite a divertirvi», ha scritto sui social una star della canzone per il suo prossimo appuntamento. Il suo ultimo concerto, in uno slargo periferico di una città, centro-sud, appena qualche giorno fa, ha raccolto circa 30 mila persone. Per molte ore vietata la circolazione nelle adiacenze, se non con pass.

Una ottantina di persone soccorse dal 118: malori, dai più leggeri e prevedibili ai più seri da ospedale. Cali di pressione per il caldo da bollino rosso, svenimenti, sindromi gastriche, crampi per l’eccessivo stare in piedi, disidratazione, punture di insetti, attacchi di panico, forse agorafobia.

Il vero spettacolo sembra non tanto quello sul palco quanto la massa stessa che si è radunata per assistervi. Un gigantesco rito collettivo nel quale il vicino di gomito è una vibrazione no-stop.

Dai video portati a casa come trofei si osserva il gigantismo delle installazioni scenografiche e luminose. Luci che lampeggiano, pulsano, cambiano colore, abbagliano, esplodono, ricominciano. Palchi montati su strutture da capogiro, tenute persino da gru.

Il pubblico guarda estasiato. Ma la musica non viene più “ascoltata”: viene subita, indossata fisicamente. Quanto ai decibel non si distingue più se il basso stia suonando o se sia semplicemente collassato un edificio vicino.

E allora viene una domanda piuttosto generazionale: dov’è il piacere della musica?

Il piacere è soprattutto muscolare: la trance che si innesca nel battere e nel muovere il corpo, fino a diventare quasi un corpo collettivo. Un mezzo rituale che ricorda alle cellule l’arcaico battere sul tronco e sulle pelli tese.
Godimento della libertà corporea.
Quando si ascolta Coltrane o Monk il piede e la testa si muovono da soli. Ascoltando Vivaldi, stanno fermi.
Ma profonde sensazioni e emozioni sono possibili in entrambi i casi.

Casi estremi in corso d’opera.

In una cittadina, davanti a una facciata di una cattedrale trecentesca, un pianista e il suo pianoforte a coda vengono sollevati su una piccola piattaforma da una gru. Il pianista suona, non si sa con quanta concentrazione, andando su e giù con qualche oscillazione. Il suono amplificato invade i vicoli, e spot colorati seguono il sollevamento.
Dai social: E’ bellissimo. Sindaco, ti sei superato!

Sarà la mal tradotta metafora note sospese.
Anche i salami sono sospesi.

In una città europea, anzi più d’una, pianoforte e pianista imbracati e sollevati da una grande gru a braccio. Il pianista suona “a testa in giù”. Giochi di luce lo seguono nell’ascensione notturna.

Strana moda, a quanto pare infettiva, tra attività edili e sottofondo musicale. Modelli copiati, per non essere secondi a nessuno, che approdano con zelo poi in provincia.

Chi non sa far stupir, vada alla striglia! – gridava l’iperbarocco Giambattista Marino nel Seicento.

Épater les bourgeois, sentenziavano gli artisti del decadentismo tra fine Ottocento e inizio Novecento, ultimo il Futurismo.

C’è un “pubblico” anche assai curioso: è quello che paga il biglietto per essere èpaté. E, una volta èpaterato, filma tutto col telefonino per dimostrare che è stato épaterato.

Oggi l’arte, comprendendo in parte anche il complesso della comunicazione visuale mediatica, ha contratto una forma acuta di gigantismo. Ma c’è anche la banana di Cattelan, minimalismo assoluto biologico.

Ogni spettacolo deve superare il precedente, ogni scenografia essere più spettacolare, ogni folla più oceanica, ogni volume più assordante. La gara non è più tra artisti: è tra effetti speciali.

«Che cosa suona?»
«Bach.»
«Sì, ma dov’è la gru?»

Un desiderio rivoluzionario di ferragosto:
un pianista seduto al pianoforte, con i piedi per terra. Una musica che non abbia bisogno di scuotere le viscere. Una luce che illumini senza dichiarare guerra alla retina. Un pubblico che non debba essere numerato in decine di migliaia per certificare l’importanza dell’artista.

E la possibilità, inattuale, di uscire da un concerto dicendo semplicemente:
«È stato bello.»
Senza aggiungere:
«… e hai visto quando lo hanno tirato su con la gru?»

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BALLE / BOLLE / BULLO

La prossima.

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Falso teatro romano

Un intero manufatto, con il suo contesto paesaggistico, spacciato per “anfiteatro” romano. È probabilmente la prima volta che un “falso” non riguardi un’opera pittorica o scultorea, ma un’intera architettura e il paesaggio che la circonda.

Il mercato dell’arte è pieno di falsi. E un “falso”, in senso più ampio, sarebbe anche la ricostruzione di monumenti perduti, specialmente quando vi si introducono elementi ipotetici o arbitrari.

In questo senso il Campanile di Piazza San Marco, a Venezia, dopo il crollo del 1902, è una ricostruzione filologica, ma non un originale. Rispetto all’impianto gotico originario, anche la celebre guglia di Notre-Dame, a Parigi, fu un’aggiunta dichiarata, nell’Ottocento, progettata da Viollet-le-Duc.
Ed è in parte un falso il Principe dei Gigli di Cnosso. Arthur Evans, l’archeologo scopritore, trovò soltanto la corona, una parte del torso e della gamba sinistra; il resto nacque dall’immaginazione del restauratore. Così per altri affreschi della serie. Restauri oggi molto criticati, ma ormai accettati ed entrati come opere “originali” nell’immaginario collettivo, senza annotarle spesso come ipotesi ricostruttive.
Il “falso”, dal caso più stretto a quello più ampio, mostra quanto il confine tra conservazione, ricostruzione, reinvenzione e autenticità possa essere sottile.

Qui, però, siamo davanti a qualcosa di diverso.

I lavori partono più o meno dal 2016, apertura nel 2023 del cosidetto “Anfiteatro Berico” di origine romana, sulle colline vicentine.

Carabinieri, magistratura e Soprintendenza arrivano invece, dopo una decina d’anni di analisi e indagini, a una conclusione comune: è un falso. Seguono condanne penali, più di due anni di carcere definitivi all’ideatore per una pluralità di reati, e l’ingiunzione di ripristinare lo stato dei luoghi.

Gradinate costruite con blocchi sovrapposti, stuccati e artificialmente invecchiati; statue in gesso; colonne in cemento dalla tipologia improbabile rispetto agli ordini classici; perfino un laghetto (su membrana impermeabile) scavato per evocare quello di Villa Adriana, a Tivoli.
E, a corredo, cronologie e ricostruzioni storiche inverosimili, su sito web e depliant, per accreditarne l’antichità.

All’intraprendente impresario-gestore-autore, che si aggiungeva al cognome un von nobiliare tedesco, viene addebitato di aver disboscato una collina sottoposta a vincolo paesaggistico, movimentato enormi quantità di terra, trasportato materiali, costruito manufatti. Il tutto senza autorizzazioni. E, cosa forse ancora più sorprendente, riuscendo a mantenere una relativa riservatezza durante i lavori.

L’opera era perfino entrata nei circuiti turistici: guide, visite organizzate con un biglietto d’ingresso di quaranta euro. Altro uso strettamente privato come “location suggestiva” per conferenze, congressi, meeting…

Facile accostare Totò che cercava di vendere la Fontana di Trevi a un ingenuo turista americano. Qui, invece, un fantasioso imprenditore – “archeologo” e “difensore dell’ambiente” – è riuscito, per un certo periodo, a vendere a noi un “anfiteatro”: il suo.
Tra l’altro l’impianto ricalca una tipologia di “teatro greco”, non di “anfiteatro”, (tipologia ellittica romana), come invece pubblicizzato e riportato a partire dal sito apposito.
Google ne rivela perfino l’imprecisione di tracciamento, non proprio una perfetta geometria romana.

Eppure non è mancata qualche voce indulgente social: «Perché demolirlo? Ormai lasciamolo.»

È un’osservazione singolare. Costerebbe troppo la riduzione in pristino, ordinata nella condanna, e il costruttore non potrebbe ottemperare. Dunque a carico dei cittadini.
Ma se si tratta con certezza, secondo le indagini, di un falso integrale, conservarlo significherebbe trasformare una contraffazione in patrimonio.

Certo, resterebbe un caso forse unico nella storia dei falsi.
Genio italico a rovescio.
Magari, ancora una volta, con il biglietto d’ingresso.
Genio italico a rovescio.

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FASCE di Stati


Da una panchina.
Appunti grafici con la biro, sul margine bianco di una rivista.

È già agosto, inesorabile.

Per lo scorrere del tempo, con aria di fuoco nelle strade.
Per il fuoco appiccato da criminali su pinete e radure.
Per il fuoco dato ai casolari di tavole e lamiere, con una capra.
In nome di dio.

Per il fuoco fatto piombare dal cielo da altri criminali.

Morti.
Anora morti

Le Fasce degli Stati (non di Van Allen, ma altrettanto ostinate) sono le stesse di un anno fa. Di due. Di tre…

Alcuni Stati allineati in dormitorio comune.

Non vedo.
Non sento.
Non parlo

Altri, insonni.

Società SNRU.
Società senza Nessuna Responsabilità Umana.
Dove il Diritto è un fastidio.

Non contano le pecore. Continuano a distribuire caramelle esplosive e matriosche di passi contati: mille, cento, dieci… l’ultimo.

Soprattutto di notte.
Soprattutto a donne, bambine e bambini.

Altri Stati sono ormai solo macerie.

Chi li abitava vive ora all’aperto, tra spazzature, rifiuti, topi, deiezioni, labirinti di detriti.

Labirinti di cose care perdute.
Senza neppure il luogo.

Poco cibo.
Poca acqua.
Pochissimo di tutto.

Anzi.
Nulla.

E anche le parole.

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La bolla dei patriarchi

Il Presidente del Consiglio… poi vai a vedere e sotto ci trovi una donna.

Giorgia Meloni liquidò con teatralità la questione del femminile nelle cariche pubbliche, storpiando “presidenta” e raccogliendo gli applausi del coro. Ma la questione non è quella parola.
È chiamare le cose con il loro nome quando la realtà cambia.

Alma Sabatini lo spiegò già nel 1987 con Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio – particolare che oggi fa quasi sorridere.
Quel lavoro, discusso e contestato, affrontava un problema semplice: se una funzione è svolta da una donna, la lingua italiana possiede gli strumenti per nominarla. Non occorre travestirla da maschio.

Lo hanno ribadito negli anni la Treccani, l’Accademia della Crusca e, più recentemente, l’Ordine dei giornalisti e USIGRai (che rifiuta ordini di servizio con declinazioni al maschile).

Chi riempie i discorsi di “italianità” potrebbe cominciare da qui: usare correttamente l’italiano. Soprattutto negli atti pubblici, nelle leggi, nei codici.

È la società che cambia la lingua, perché la lingua ne è lo specchio. Non il contrario. Nessuno parla più la lingua di Dante.
Dante conosceva sicuramente il topo.
Non il mouse.

Nella marineria ogni cima, ogni manovra, ogni pezzo dell’attrezzatura aveva e ha un nome preciso. Ma non esistevano la nocchiera, la capitana, la nostroma. Non perché mancassero le parole, ma perché quelle donne, ufficialmente, non dovevano esserci. Eppure nella storia della navigazione ci sono state, clandestine o riconosciute. Oggi dire marinaia, timoniera, nostroma non è una concessione ideologica. È semplicemente descrivere la realtà.

Leggendo Sabatini si avverte che la questione non è soltanto grammaticale. È una questione di riconoscimento. Di etica pubblica, perfino di deontologia dell’essere.

Per secoli il mondo è stato pensato al maschile. Alle donne è stato concesso di abitarlo (preferibilmente nel talamo), quasi mai di progettarlo. Era inevitabile che anche il linguaggio ne portasse l’impronta.

Ma la società trabocca sempre dagli argini quando si tenta di canalizzarla. Prima o poi accade. Perché la presenza delle donne non è cancellabile, né occultabile sotto un mantello maschile, né velabile con una mano di patina linguistica.

Rosa Oliva si laurea in Scienze politiche nel 1958 e subito presenta domanda per entrare nella carriera prefettizia. Possiede tutti i requisiti tranne uno: è donna.

La legge le vieta di partecipare.

Non si arrende. Assistita da grandi giuristi ricorre alla Corte costituzionale.
Vince.
È il 1960.

Senza quella causa contro lo Stato italiano, probabilmente il percorso dell’accesso femminile alle cariche pubbliche sarebbe stato più lungo e più accidentato.

La Corte richiama la Costituzione.
L’articolo 3 afferma l’eguaglianza delle persone senza distinzione di sesso. L’articolo 51 garantisce l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza.

Rosa Oliva non diventerà prefetta. Sceglierà altre strade.
Ma quella porta era stata aperta.
In realtà era aperta fin dal 1948.
Bastava leggere la Costituzione.

Troppo spesso, invece, i normografi la ignorano, la lasciano prendere polvere.
O, peggio, la sfidano.

Quanto sia resistente ancora lo stile maschile con cilindro e stiffelius del nostro diritto basta un esempio.

L’articolo 583-bis del Codice penale punisce le mutilazioni degli organi genitali femminili. Il femminile compare soltanto negli organi sessuali. Tutto il resto è maschile: il genitore, il tutore, il cittadino italiano, lo straniero residente, il colpevole.
Chi subisce il reato? … ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia.
La vittima, però, è una donna.
Una norma costruita per proteggere esclusivamente persone di sesso femminile continua a immaginare “il cittadino”, la vittima, il destinatario della legge come maschio.
L’effetto è quasi comico, se non fosse tragico.

***

Il 16 luglio si è tenuta in Senato una conferenza stampa a cura della senatrice Valeria Valente: “Il maschile neutro è un inganno. Il femminile una scelta politica”, prima firmataria del DDL 1752 che propone modifiche di linguaggio nei codici e negli atti amministrativi per il riconoscimento del genere femminile.

Battute di caccia

Dal 2000 a oggi è scomparso il 33% degli uccelli delle aree agricole italiane. Nelle aree di pianura gli uccelli selvatici sono diminuiti del 50%. Le cause vanno dai pesticidi che eliminano gli insetti, alle coltivazioni intensive, alla meccanizzazione delle lavorazioni che producono rumori, alle bizzarrie climatiche, al bracconaggio…

È il rapporto della Lega per la Protezione degli Uccelli (LIPU, 2025) a presentare il quadro deprimente sulla sparizione progressiva della biodiversità aviaria.
Averla, passera d’Italia, verdone, allodola, cutrettola, verzellino hanno subito una diminuzione da 80% fino a 50%. Vanno aggiunte anche le rondini, una delle prime immagini poetiche apprese nell’infanzia associate alla primavera.
Le allodole sono cacciabili e si calcola che ogni anno ne vengano colpite dal piombo fino a 2 milioni; e in questi venticinque anni la loro presenza è diminuita del 54%.

I cinghiali raggiungono le strade e rovistano tra le spazzature, qualche cervo ha passeggiato per le strade, qualche orso ha ucciso qualche incauto escursionista. Se i cinghiali scendono per le strade è perché si è sparato ai lupi.
E chi spara ai lupi? Chi mette le tagliole? Chi fa bracconaggio?

La materia è in discussione in parlamento con un DDL di regolamentazione della caccia. Solo che il ministero che se ne occupa è diretto da un ministro che ha ricevuto molte critiche in passato (ha fermato un treno col freno d’emergenza perché doveva scendere prima, ha citato la moltiplicazione del vino di Gesù, ha affermato che l’abuso di vino sì, fa male, ma anche l’abuso di acqua può portare alla morte (a quando il teschio sulle bottiglie d’acqua?).
E moltissime ne sta ricevendo per il contenuto di questa legge sull’attività venatoria, definito privo di riscontro scientifico, cervellotico, distruttivo, mostruoso, ingestibile
Basti pensare alla caccia con l’arco, che fa morire per dissanguamento, permessa.

In realtà questa proposta di legge era già stata presentata, ma poi affossata. Viene ora ripresa dal ministro che teme l’acqua, e proposta direttamente al Consiglio dei Ministri per accelerarne l’approvazione, in quanto “a settembre ricomincia la stagione venatoria“.

La nuova legge più che regolamentare la caccia sembra volerla favorire piuttosto togliendo limitazioni e aggiungendo molte creatività libertarie.
Vuole incrementare il numero dei cacciatori posti a “tutela dell’ambiente” quasi come fossero i regolatori naturali della fauna. Con un occhio anche al “turismo venatorio”.
Aumenterebbero sicuramente il fatturato degli armieri, produttori e venditori, e i flussi dall’esterno verso un eldorado venatorio.
In termini di voti siamo sui 500-600 mila cacciatori, e le elezioni a breve distanza: si spiega la rotta di collo per l’approvazione.
Si tratta di normative profondamente invasive a favore solo dell’1% della popolazione, cui verrebbero conferite funzioni e qualifiche che la stragrande maggioranza dei cittadini non approva.
Come il preteso carattere sportivo che porta invece il segreto piacere delle uccisioni eseguite su inermi creature che non hanno nessuna possibilità di difendersi o scampare.
Lo stesso carattere hanno assunto le guerre oggi, wargames dove si fa strike e si applaude a ogni vittima: beccato! hurrà!

Delirio di onnipotenza che lascia bossoli e piombo a memoria futura sul terreno.
Poco conosciuti gli effetti deleteri del piombo, che rilascia facilmente particelle tossiche in acqua e nell’umido.
Ogni anno 2,3 milioni di volatili muoiono in Europa per aver ingerito pallini da caccia, scambiati per sassolini utili alla loro digestione (European Chemical Agency – ECHA).
Complessivamente 150 milioni di volatili sono esposti al pericolo, considerando che sul suolo europeo piovono ogni anno 14 mila tonnellate di pallini.
Gli stessi cacciatori sono esposti inalando i fumi da sparo e mangiando le carni dove il piombo ha rilasciato particelle. Sono stati riscontrati dei casi, gli effetti sono a lungo termine.

Il DDL in discussione in Parlamento contempla di poter sparare anche dopo il tramonto.
Di notte si potrebbe non distinguere bene un orso da un topo e allora è consentito l’uso dei visori notturni.
Per non spaventare i morituri e non far fuggire i loro amici o i compagni di brucata è previsto l’uso del silenziatore applicato all’arma.
Prevista anche la legalizzazione di gare notturne di caccia (al vincitore maglia nera con teschio, si presume).
Già il cannocchiale di precisione è una scortesia nei confronti della preda, mancava la superdotazione.

Quanto alla pericolosità della pratica “sportiva”, l’Osservatorio sugli incidenti di caccia per l’anno scorso rileva 33 morti di cacciatori autoprovocate e 13 feriti estranei alla caccia.
E le ore notturne sarebbero le più indicate per gli incidenti.

I punti libertari.
Utilizzabili fucili di ultima generazione a più colpi a ripetizione – obsoleta ormai la classica doppietta -.
Libertà di accedere ai fondi privati, anche senza permesso del proprietario.
Libertà di sparare sulle aree demaniali, dunque spiagge, parchi, aree naturali, di cui si prevedono riduzioni.
Libertà di sparare prima del 10 febbraio, attuale limite, cioè durante i voli migratori prenuziali.

Un controsenso che diminuirebbe la stessa riproduzione.

Uccellagione con la tecnica dei roccoli (complesso sistema con reti), già vietati, per utilizzare gli uccelli migratori catturati come richiami vivi – alcuni venivano accecati per aumentare le capacità canore -. A parte che oggi esistono i richiami registrati elettronici. Modalità vietata anche dalla Commissione Europea. L’Europa chiede che almeno il 30% del patrimonio naturale di ogni regione sia salvaguardato, ma il Ministero dell’Agricoltura competente fa sapere, in sostanza, che regolerà quanto e come vuole (non poi tanto nascosto l’impianto antieuropeista della normativa) .

L’avifauna è soprattutto italiana.
E sottilmente, al fondo, non sarebbe nemmeno più patrimonio della collettività come stabilisce la Costituzione, ma proprietà di chi spara: prelievo faunistico, come dal cach del bancomat.
Il parere scientifico dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) non è più preso in considerazione.
Non si chiamerà più caccia ma controllo faunistico e l’uccisione prelievo faunistico.
Dulcis in fundo, fino a 900 euro di multa a chi manifesta dissenso e ostacola il “controllo faunistico“.

Lacci e lacciuoli tagliati con le forbici fornite dalle lobby interessate.
Gli ultimi studi di ecologia e comportamento animale potrebbero far riflettere (Safina, de Waal, Bekoff).
O i versi teneri e delicati di Giorgio Celli che aveva studiato e capito profondamente gli animali, dall’ape al gatto.
E che aveva scritto: Se un paradiso esiste è giusto che sia popolato di animali…

Ma questo per ordine ministeriale è l’inferno degli animali.

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Quattro strategie contro il caldo

Provare per credere


Tutti al mare?
Troppo affollamento ormai.

Temo che il calore dei nostri corpi
lo scaldi ancora di più.

Viene consigliato di abbandonare i pensieri
che arroventano il cervello.

Tutto quello che pesa, e il corpo fa fatica
a portare.

Difficile però togliersi di dosso facce,
personaggi, avvenimenti, fatti, versioni,
parole, insulti, droni…

È difficile anche mandare a quel paese,
non c’è uno/una che accetti umilmente:
“Sì, vado”!

Un po’ di silenzio e un po’ d’acqua fresca,
per favore.

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MARJANE SATRAPI

Era apparsa con leggerezza e così se ne è andata.

Marjane Satrapi portava i segni di un uragano lontano, che ancora oggi imperversa in Medioriente: l’Iran. Vi era nata, e presto fatta espatriare dai suoi genitori, perché non vivesse nelle restrizioni del governo teocratico degli Ayatollah che aveva deposto lo Scià di Persia. La rivoluzione islamica adottò il nome Iran per lo Stato, per quanto sotto lo Scià i due nomi Iran e Persia erano ufficialmente equiparati.
La Persia fu una delle madri di quella che indichiamo come “civiltà”.

Marjane studia prima in Austria, poi si trasferisce a Parigi dove completa la sua formazione. Ma le stratificazioni della storia e dell’arte dell’antico suo paese rimangono indelebili nella sua mente.
A Parigi studia arte, ha un periodo turbolento, homeless, fa esperienza di alcol e droghe. Finché (era già sposata, ma divorziata) incontra “l’amore della sua vita”, Mattias Ripa, economista svedese. Si stabilizza emozionalmente e Mattias diventerà suo collaboratore artistico, produttore, attore.

L’esplosione del suo successo internazionale arriva con Persepolis, titolo non scelto a caso: il primo fumetto o graphic novel in b/n di una donna iraniana. Diventano poi quattro volumi, e altri si aggiungono.


Racconta la sua giovinezza trascorsa a Teheran ai tempi dello Scià e l’irrompere della rivoluzione. Con humor graffiante, acutezza, semplicità e leggerezza, stile inconfondibile, ma narrativamente ricco e efficace.
Persepolis venne sceneggiato traendone un lungometraggio di cui lei stessa fu co-regista ottenendo, a Cannes, il Premio della Giuria (Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Paola Cortellesi, Sergio Castellitto, tra i doppiatori/doppiatrici).

Dirige altri film, dipinge, illustra libri per bambini.

Marjane restò una spina nel cuore per il regime islamico iraniano, avversato ferocemente con la parola e col disegno.
Saranno segni e parole indelebili.

In una intervista ebbe a dire: Il nemico della democrazia non è una sola persona. Il nemico della democrazia è la cultura patriarcale. Come in famiglia, dove il padre decide e ha l’ultima parola, così un dittatore è il padre della nazione. Se abbiamo più donne istruite, avremo anche società più istruite. Questo, senza alcun ‘pregiudizio femminista, è un dato di fatto”.

L’uccisione in carcere di Mahsa Amini, arrestata per non portare il velo “correttamente” e morta tre giorni dopo, la colpì profondamente. Ne fece un punto fondamentale e universale per la liberazione delle donne. Ne parlò e ne scrisse da attivista.
Rifiutò l’onorificenza francese della Légion d’honneur rimproverando lo Stato francese per non fare abbastanza e non favorire lo stato dei rifugiati politici iraniani.

Marjane se n’è andata a 56 anni, il 4 giugno scorso. Per malattia d’amore. Giusto un anno fa era scomparso suo marito a 52 anni, cui era legatissima.
Non si riprese più. La sua vitalità andò sempre più diminuendo fino a sparire. Su Instagram aveva cancellato via via tutti i post lasciando in una pagina dieci caselle, otto nere su cui aveva scritto in rosa For I lost the love of my life, una iniziale, con una foto dove felici loro due si guardano. Nell’ultima casella la foto di Mattias, il nome, la data di nascita 10/03/1972, di morte 08/04/2025.
Come in una lapide. Una lapide fatta di elettroni

Ci sono ricordi che parlano sottovoce. Restano sulle dita come profumo di gelsomino, di rosa, di zagara, e sulle labbra come parole non dette.
Così il suo ricordo continuerà a respirare.


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