Di là, Trunpio rischia grosso. Se il voto di novembre gli va storto, addio ascensore e scale mobili. Lo aspetterebbero le sabbie mobili.
Ha promesso 5.000 dollari a ogni americano adulto se vinceranno i Repubblicani. Cioè se al voto di novembre il Congresso resterà a maggioranza repubblicana.
Una promessa da oltre mille miliardi di dollari.
Ne aveva già promessi 2.000a testa, come dividendo del maggior gettito prodotto dai dazi imposti al mondo. Nulla.
Il marinaio che ha fatto la promessa sta ancora nello Stretto di Hormuz.
Difficile che torni in tempo.
Di qua, Georgica rischia altrettanto. Il premierato a mucciuni, come direbbe Montalbano di Camilleri. Il megaponte dello Stretto. I fratelli, ma non le sorelle, d’Italia. E poi c’è il macigno che rotola, Vannacciolo…
IlMelonellum, intanto, prepara il suo “premio di maggioranza”. Una vera coazione a ripetere ad vincendum.
Nel 1953 ci avevano già provato. La legge passò con il voto di fiducia, tra le proteste dell’opposizione. Alle urne, la maggioranza si fermò appena sotto il 50 per cento.
Premio non scattato.
L’anno dopo la legge fu abrogata. Montanelli ricordava che lo stesso Scelba, promotore, aveva previsto, con un filo di pudore allora ancora disponibile, che quella sarebbe stata chiamata “legge truffa“ e loro “truffatori”.
Ai tempi di di Scelba l’opposizione non era affatto scialba…
Nel frattempo l’attuale governo festeggia la maggiore longevità nella storia repubblicana.
A colpi di fiducia. E di decreti-legge.
Finale di partita: il Bianco muove e vince in tre mosse.
Poi, nella partita successiva, si allea col Nero. Rinnegando di essere stato Bianco. Nero con Nero non si distinguono i pezzi.
Ritorno al passato attraverso il futuro. O forse il contrario.
Cosa è successo nel 1922 che un generico generale cerca candidamente e entusiasticamente di riproporre oggi?
I generali… Se ne possono enumerare una caterva che infiniti lutti addussero…
Nella inquietante complessità attuale, qualcuno cerca di trovarsi un bunker nel passato.
Un passato abbastanza lontano, così che non si ricordino troppi particolari. E i giovani possano essere facilmente attratti da una storia raccontata come traccia del più forte, omettendo, manipolando.
Così, entrandovi, ci si sente subito forti e potenti.
Vannacci di terra, di mare e dell’aria!
I primi proliferano quando la falda è inquinata e nessuno bonifica il terreno.
I secondi arrivano da oltreoceano, specie aliene del cambiamento cultural-climatico.
I terzi si diffondono nell’aria, ricadono al suolo e si uniscono a quelli di terra.
Ci sono poi personaggi della politica che, pur non provenendo dalla gerarchia, amano vestirne le divise e fare le prove marziali davanti al proprio specchio.
Ne conosco una dal passo marziale.
La democrazia moderna è cosa troppo “ideologica.“ Farraginosa. Dà retta a troppa gente. A tutti. È fragile.
Ci sono invece millenni di storia: ordine, gerarchia, disciplina, dominio. Inchini.
È facile: ci sei solo tu e il capo. E forche che risolvono tutto.
Putino vuole di nuovo tutto. «Mancano le condizioni per instaurare un dialogo serio con gli Usa riguardo alla stabilizzazione in Europa».
Guerra in Ucraina in stallo. Intanto muoiono. Muoiono giovani.
Trumpio versa benzina su Hormuz, dove si spara e si viene sparati. Ma non gli basta: vuole anche il “suo” emisfero.
Pubblica infatti una carta geografica dove quasi tutta l’America sembra già sua: Canada, Groenlandia, Islanda, Messico, Cuba e compagnia geografica.
Nel frattempo New Mexico diventa New America, il Lago Ontario – per la parte che interessa a Washington – diventa Lake America, il Golfo del Messico diventa Gulf of America.
Geo-bulimia portatrice di seri disturbi gastrici al globo.
L’ICE continua intanto a rastrellare nella normalità.
Netanyolo finge buone intenzioni. Finge la tregua. E chi scopre o critica la sua politica diventa, per lui, antisemita. Nega, nega sempre.
È nei guai. E quando finirà la sua avventura politica, qualcuno gli chiederà conto.
Adesso riaffiora anche la sua responsabilità per non aver dato il giusto peso agli avvertimenti che qualcosa come il 7 Ottobre sarebbe potuto accadere. Non è un sospetto nuovo: l’inchiesta di Haaretzricostruisce un warning esplicito ricevuto prima dell’attacco e il mancato passaggio dell’informazione ai vertici della sicurezza.
Occorre un mondo “nuovo”. Quello vecchio è proprio da buttare.
Su un tavolino, all’aria brillante del mattino, davanti casa, mi diverto a costruire con i Lego dei miei nipoti.
Edifici.
Sbalzi, torri, pensiline, passerelle. Tre corpi collegati, con un perimetro a mezzo esagono. Residenziale? Rappresentanza? Non saprei.
Passa una signora. Occhiali, capelli bianchi curati, vestito fiorato. Graziosa. Si ferma a guardare.
— Bellissimo!
— Grazie, gentile!
— Quando escono i nuovi Lego?
Forse mi ha preso per un esperto. Un appassionato.
— A brevissimo — mi viene da rispondere.
Faccio pochi passi e impiego qualche minuto a radunare la ciurma, per presentare e regalare l’opera ai nipotini.
Quando torno al tavolino, l’opera non c’è più. Resto a guardare il tavolo vuoto.
Guardo intorno. Poi chiedo a dei bambini che giocano lì accanto.
— Quelli… — mi dicono.
Intravedo, con gli occhi diventati cannocchiali, alcuni bambini che hanno in mano pezzi di plastica gialla.
Mi precipito.
Percorro a balzi lo scorcio di strada che finisce sul mare.
— Dove avete preso questo? Chi ve lo ha dato?
— Nonna, quella…
Alcuni gradini. Una porta all’angolo. E una figuretta incorniciata dai capelli bianchi.
La riconosco.
Salgo i gradini, entro e comincio a sbraitare.
— Ma come, lei ruba ai nipoti degli altri per dare ai suoi nipoti…!
Impreco, snocciolo una litania moraleggiante, naso contro naso.
— Ridammi subito quello che hai rubato! — sto per dirle. — Brutta strega.
Lei tergiversa. Fa qualche passetto, con noncuranza. Guarda il soffitto basso.
Quella quasi strafottenza mi fa perdere la pazienza.
— Ti rompo tutto!
Afferro un grande orcio di terracotta appoggiato su un tavolo e lo sollevo.
— Va bene, te li ridò. Ma prima devo entrare qui.
In un angolo della stanza c’è uno spazio separato da una tenda fiorata, come fosse un piccolo bagno. Lo stesso fiorato del vestito.
Acconsento, perentorio e accigliato.
Aspetto.
Intanto mi guardo intorno.
Alle pareti sono appese chiavi meccaniche, una grande chiave inglese dal ferro ingrigito, una serie di cacciaviti ordinati per grandezza, un piede di porco dal manico rosso, come appena uscito dal ferramenta.
Guardo l’orcio che ho ancora tra le mani.
— Questa ruba. Devo andare dai carabinieri.
Lei non esce.
Passa un po’ di tempo.
Allora, con un gesto brusco, quasi una stoccata, tiro la tenda.
Nessuno.
Lo spazietto è vuoto.
Una strega.
Proprio una strega.
— Ora ti spacco tutto, brutta…
Riafferro l’orcio, alzo le braccia.
— Ecco…
È lei.
Rientra dalla porticina esterna, quella in cima ai gradini.
Ha una sacca.
Dentro, una busta di plastica.
La tocco.
Lego.
Sono proprio quelli.
— Ma cosa hai fatto? È tutto smontato! Mancano le basi… Chi sei?
Lei mi guarda. Sorride.
— I Lego sono per tutti i bambini.
Poi aggiunge:
— Non hai bisogno di basi.
Pausa.
— Ho visto. Le tue mani sono di architetto.
Rimango con l’orcio in mano.
Non so più cosa dire.
A distanza di ore o di anni, non so se disparve di nuovo.
***
[In collegamento diretto con il Conscio, il Preconscio, l’Inconscio; l’Ego, l’Es, il Sé, l’Io, il Super-Io, l’Archetipo, l’Inconscio collettivo, l’Ombra, il Subliminale, la Camomilla].
Gli esseri umani lo hanno condannato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, sulla base di quei principi elementari che abbiamo chiamato convivenza, civiltà, etica, giustizia.
La Storia ha però anche una voce più concreta: Srebrenica, almeno 8.000 bosgnacchi uccisi, uomini e ragazzi, esecuzioni di massa, fosse comuni. Tutto in nome di un suprematismo ipernazionalista e del progetto di una «Grande Serbia». Quella anche di Slobodan Milošević, che morì in carcere per gli stessi reati, poco prima della sentenza definitiva.
E poi c’è un’immagine.
Un video lo mostra sorridente, rassicurante, mentre accarezza un bambino e gli offre una cioccolata.
La cioccolata della morte.
Quelle immagini appartengono agli stessi giorni in cui le forze al suo comando stavano mettendo in atto la campagna che avrebbe portato al massacro di Srebrenica. Tra le vittime, migliaia di uomini e ragazzi bosgnacchi. Anche il padre di quel bambino. Le sue ossa sarebbero state ritrovate molti anni dopo.
Mladić è morto da pochi giorni, a 84 anni, nel carcere dell’Aia, dove scontava l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
E mentre la giustizia internazionale lo aveva condannato, una parte dei suoi sostenitori – dentro e fuori dalla Serbia – continua a celebrarlo come un eroe.
Onori. Celebrazioni. Un eroe nazionale. Un mito.
Qualcuno è arrivato a titolare che aveva «impedito l’avanzata dell’Islam».
È questo, forse, l’aspetto più inquietante.
Non soltanto che esistano i criminali che compiono genocidi. Ma che, dopo i crimini, possano essere trasformati in eroi e avere un seguito politico.
Allora c’erano le reticenze, le esitazioni, la mancanza di coraggio della politica internazionale davanti alla dissoluzione violenta della Jugoslavia.
Le stesse esitazioni che abbiamo già visto davanti all’avanzata dei fascismi.
E che continuiamo a vedere, ancora oggi, in molte parti del mondo.
A pochi giorni dalla morte, il suo corpo è tornato in Serbia, mentre si preparano le esequie con funerali di Stato e onori militari. La celebrazione di Mladić continua a suscitare fortissime reazioni, anche a livello europeo: “La glorificazione dei criminali di guerra non ha posto in Europa”, comunica Bruxelles.
Si dice che la Storia non si ripete. Ma si ripetono gli errori.
«… Ci sarà una lineup piena di gente pazzesca, venite a divertirvi», ha scritto sui social una star della canzone per il suo prossimo appuntamento. Il suo ultimo concerto, in uno slargo periferico di una città, centro-sud, appena qualche giorno fa, ha raccolto circa 30 mila persone. Per molte ore vietata la circolazione nelle adiacenze, se non con pass.
Una ottantina di persone soccorse dal 118: malori, dai più leggeri e prevedibili ai più seri da ospedale. Cali di pressione per il caldo da bollino rosso, svenimenti, sindromi gastriche, crampi per l’eccessivo stare in piedi, disidratazione, punture di insetti, attacchi di panico, forse agorafobia.
Il vero spettacolo sembra non tanto quello sul palco quanto la massa stessa che si è radunata per assistervi. Un gigantesco rito collettivo nel quale il vicino di gomito è una vibrazione no-stop.
Dai video portati a casa come trofei si osserva il gigantismo delle installazioni scenografiche e luminose. Luci che lampeggiano, pulsano, cambiano colore, abbagliano, esplodono, ricominciano. Palchi montati su strutture da capogiro, tenute persino da gru.
Il pubblico guarda estasiato. Ma la musica non viene più “ascoltata”: viene subita, indossata fisicamente. Quanto ai decibel non si distingue più se il basso stia suonando o se sia semplicemente collassato un edificio vicino.
E allora viene una domanda piuttosto generazionale: dov’è il piacere della musica?
Il piacere è soprattutto muscolare: la trance che si innesca nel battere e nel muovere il corpo, fino a diventare quasi un corpo collettivo. Un mezzo rituale che ricorda alle cellule l’arcaico battere sul tronco e sulle pelli tese. Godimento della libertà corporea. Quando si ascolta Coltrane o Monk il piede e la testa si muovono da soli. Ascoltando Vivaldi, stanno fermi. Ma profonde sensazioni e emozioni sono possibili in entrambi i casi.
Casi estremi in corso d’opera.
In una cittadina, davanti a una facciata di una cattedrale trecentesca, un pianista e il suo pianoforte a coda vengono sollevati su una piccola piattaforma da una gru. Il pianista suona, non si sa con quanta concentrazione, andando su e giù con qualche oscillazione. Il suono amplificato invade i vicoli, e spot colorati seguono il sollevamento. Dai social: E’ bellissimo. Sindaco, ti sei superato!
Sarà la mal tradotta metafora note sospese. Anche i salami sono sospesi.
In una città europea, anzi più d’una, pianoforte e pianista imbracati e sollevati da una grande gru a braccio. Il pianista suona “a testa in giù”. Giochi di luce lo seguono nell’ascensione notturna.
Strana moda, a quanto pare infettiva, tra attività edili e sottofondo musicale. Modelli copiati, per non essere secondi a nessuno, che approdano con zelo poi in provincia.
Chi non sa far stupir, vada alla striglia! – gridava l’iperbarocco Giambattista Marino nel Seicento.
Épater les bourgeois, sentenziavano gli artisti del decadentismo tra fine Ottocento e inizio Novecento, ultimo il Futurismo.
C’è un “pubblico” anche assai curioso: è quello che paga il biglietto per essere èpaté. E, una volta èpaterato, filma tutto col telefonino per dimostrare che è stato épaterato.
Oggi l’arte, comprendendo in parte anche il complesso della comunicazione visuale mediatica, ha contratto una forma acuta di gigantismo. Ma c’è anche la banana di Cattelan, minimalismo assoluto biologico.
Ogni spettacolo deve superare il precedente, ogni scenografia essere più spettacolare, ogni folla più oceanica, ogni volume più assordante. La gara non è più tra artisti: è tra effetti speciali.
«Che cosa suona?» «Bach.» «Sì, ma dov’è la gru?»
Un desiderio rivoluzionario di ferragosto: un pianista seduto al pianoforte, con i piedi per terra. Una musica che non abbia bisogno di scuotere le viscere. Una luce che illumini senza dichiarare guerra alla retina. Un pubblico che non debba essere numerato in decine di migliaia per certificare l’importanza dell’artista.
E la possibilità, inattuale, di uscire da un concerto dicendo semplicemente: «È stato bello.» Senza aggiungere: «… e hai visto quando lo hanno tirato su con la gru?»