La bolla dei patriarchi

Il Presidente del Consiglio… poi vai a vedere e sotto ci trovi una donna.

Giorgia Meloni liquidò con teatralità la questione del femminile nelle cariche pubbliche, storpiando “presidenta” e raccogliendo gli applausi del coro. Ma la questione non è quella parola.
È chiamare le cose con il loro nome quando la realtà cambia.

Alma Sabatini lo spiegò già nel 1987 con Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio – particolare che oggi fa quasi sorridere.
Quel lavoro, discusso e contestato, affrontava un problema semplice: se una funzione è svolta da una donna, la lingua italiana possiede gli strumenti per nominarla. Non occorre travestirla da maschio.

Lo hanno ribadito negli anni la Treccani, l’Accademia della Crusca e, più recentemente, l’Ordine dei giornalisti e USIGRai (che rifiuta ordini di servizio con declinazioni al maschile).

Chi riempie i discorsi di “italianità” potrebbe cominciare da qui: usare correttamente l’italiano. Soprattutto negli atti pubblici, nelle leggi, nei codici.

È la società che cambia la lingua, perché la lingua ne è lo specchio. Non il contrario. Nessuno parla più la lingua di Dante.
Dante conosceva sicuramente il topo.
Non il mouse.

Nella marineria ogni cima, ogni manovra, ogni pezzo dell’attrezzatura aveva e ha un nome preciso. Ma non esistevano la nocchiera, la capitana, la nostroma. Non perché mancassero le parole, ma perché quelle donne, ufficialmente, non dovevano esserci. Eppure nella storia della navigazione ci sono state, clandestine o riconosciute. Oggi dire marinaia, timoniera, nostroma non è una concessione ideologica. È semplicemente descrivere la realtà.

Leggendo Sabatini si avverte che la questione non è soltanto grammaticale. È una questione di riconoscimento. Di etica pubblica, perfino di deontologia dell’essere.

Per secoli il mondo è stato pensato al maschile. Alle donne è stato concesso di abitarlo (preferibilmente nel talamo), quasi mai di progettarlo. Era inevitabile che anche il linguaggio ne portasse l’impronta.

Ma la società trabocca sempre dagli argini quando si tenta di canalizzarla. Prima o poi accade. Perché la presenza delle donne non è cancellabile, né occultabile sotto un mantello maschile, né velabile con una mano di patina linguistica.

Rosa Oliva si laurea in Scienze politiche nel 1958 e subito presenta domanda per entrare nella carriera prefettizia. Possiede tutti i requisiti tranne uno: è donna.

La legge le vieta di partecipare.

Non si arrende. Assistita da grandi giuristi ricorre alla Corte costituzionale.
Vince.
È il 1960.

Senza quella causa contro lo Stato italiano, probabilmente il percorso dell’accesso femminile alle cariche pubbliche sarebbe stato più lungo e più accidentato.

La Corte richiama la Costituzione.
L’articolo 3 afferma l’eguaglianza delle persone senza distinzione di sesso. L’articolo 51 garantisce l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza.

Rosa Oliva non diventerà prefetta. Sceglierà altre strade.
Ma quella porta era stata aperta.
In realtà era aperta fin dal 1948.
Bastava leggere la Costituzione.

Troppo spesso, invece, i normografi la ignorano, la lasciano prendere polvere.
O, peggio, la sfidano.

Quanto sia resistente ancora lo stile maschile con cilindro e stiffelius del nostro diritto basta un esempio.

L’articolo 583-bis del Codice penale punisce le mutilazioni degli organi genitali femminili. Il femminile compare soltanto negli organi sessuali. Tutto il resto è maschile: il genitore, il tutore, il cittadino italiano, lo straniero residente, il colpevole.
Chi subisce il reato? … ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia.
La vittima, però, è una donna.
Una norma costruita per proteggere esclusivamente persone di sesso femminile continua a immaginare “il cittadino”, la vittima, il destinatario della legge come maschio.
L’effetto è quasi comico, se non fosse tragico.

***

Il 16 luglio si è tenuta in Senato una conferenza stampa a cura della senatrice Valeria Valente: “Il maschile neutro è un inganno. Il femminile una scelta politica”, prima firmataria del DDL 1752 che propone modifiche di linguaggio nei codici e negli atti amministrativi per il riconoscimento del genere femminile.

Quattro strategie contro il caldo

Provare per credere


Tutti al mare?
Troppo affollamento ormai.

Temo che il calore dei nostri corpi
lo scaldi ancora di più.

Viene consigliato di abbandonare i pensieri
che arroventano il cervello.

Tutto quello che pesa, e il corpo fa fatica
a portare.

Difficile però togliersi di dosso facce,
personaggi, avvenimenti, fatti, versioni,
parole, insulti, droni…

È difficile anche mandare a quel paese,
non c’è uno/una che accetti umilmente:
“Sì, vado”!

Un po’ di silenzio e un po’ d’acqua fresca,
per favore.

***

MARJANE SATRAPI

Era apparsa con leggerezza e così se ne è andata.

Marjane Satrapi portava i segni di un uragano lontano, che ancora oggi imperversa in Medioriente: l’Iran. Vi era nata, e presto fatta espatriare dai suoi genitori, perché non vivesse nelle restrizioni del governo teocratico degli Ayatollah che aveva deposto lo Scià di Persia. La rivoluzione islamica adottò il nome Iran per lo Stato, per quanto sotto lo Scià i due nomi Iran e Persia erano ufficialmente equiparati.
La Persia fu una delle madri di quella che indichiamo come “civiltà”.

Marjane studia prima in Austria, poi si trasferisce a Parigi dove completa la sua formazione. Ma le stratificazioni della storia e dell’arte dell’antico suo paese rimangono indelebili nella sua mente.
A Parigi studia arte, ha un periodo turbolento, homeless, fa esperienza di alcol e droghe. Finché (era già sposata, ma divorziata) incontra “l’amore della sua vita”, Mattias Ripa, economista svedese. Si stabilizza emozionalmente e Mattias diventerà suo collaboratore artistico, produttore, attore.

L’esplosione del suo successo internazionale arriva con Persepolis, titolo non scelto a caso: il primo fumetto o graphic novel in b/n di una donna iraniana. Diventano poi quattro volumi, e altri si aggiungono.


Racconta la sua giovinezza trascorsa a Teheran ai tempi dello Scià e l’irrompere della rivoluzione. Con humor graffiante, acutezza, semplicità e leggerezza, stile inconfondibile, ma narrativamente ricco e efficace.
Persepolis venne sceneggiato traendone un lungometraggio di cui lei stessa fu co-regista ottenendo, a Cannes, il Premio della Giuria (Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Paola Cortellesi, Sergio Castellitto, tra i doppiatori/doppiatrici).

Dirige altri film, dipinge, illustra libri per bambini.

Marjane restò una spina nel cuore per il regime islamico iraniano, avversato ferocemente con la parola e col disegno.
Saranno segni e parole indelebili.

In una intervista ebbe a dire: Il nemico della democrazia non è una sola persona. Il nemico della democrazia è la cultura patriarcale. Come in famiglia, dove il padre decide e ha l’ultima parola, così un dittatore è il padre della nazione. Se abbiamo più donne istruite, avremo anche società più istruite. Questo, senza alcun ‘pregiudizio femminista, è un dato di fatto”.

L’uccisione in carcere di Mahsa Amini, arrestata per non portare il velo “correttamente” e morta tre giorni dopo, la colpì profondamente. Ne fece un punto fondamentale e universale per la liberazione delle donne. Ne parlò e ne scrisse da attivista.
Rifiutò l’onorificenza francese della Légion d’honneur rimproverando lo Stato francese per non fare abbastanza e non favorire lo stato dei rifugiati politici iraniani.

Marjane se n’è andata a 56 anni, il 4 giugno scorso. Per malattia d’amore. Giusto un anno fa era scomparso suo marito a 52 anni, cui era legatissima.
Non si riprese più. La sua vitalità andò sempre più diminuendo fino a sparire. Su Instagram aveva cancellato via via tutti i post lasciando in una pagina dieci caselle, otto nere su cui aveva scritto in rosa For I lost the love of my life, una iniziale, con una foto dove felici loro due si guardano. Nell’ultima casella la foto di Mattias, il nome, la data di nascita 10/03/1972, di morte 08/04/2025.
Come in una lapide. Una lapide fatta di elettroni

Ci sono ricordi che parlano sottovoce. Restano sulle dita come profumo di gelsomino, di rosa, di zagara, e sulle labbra come parole non dette.
Così il suo ricordo continuerà a respirare.


***

Vasi non comunicanti

Il principio dei vasi comunicanti è democratico per sua natura: ogni tubo, ogni diramazione collegata avrà quantità differenti, ma lo stesso livello. È fisica, non morale.
Nel linguaggio umano tuttavia, “livello” diventa subito sinonimo di qualità, moralità.

La società – dicono – è una rete delicata di vasi comunicanti.
La politica in generale – dovrebbe funzionare come il vaso comunicante del suo popolo. Ha un doppio riscontro, almeno in teoria: un livello alto porta benessere, regole chiare, distribuzione equa della ricchezza, vivibilità.
Un livello basso porta il contrario, e “il contrario” prima o poi si vede.

La riflessione è metaforica, e volutamente semplicistica.
Ma ci sono vasi comunicanti strani: vasi che sembrano uguali agli altri, finché non si guarda dentro. Funzionano al rovescio. Non sono più vasi. Sembrano pompe che aspirano e riversano nello stesso serbatoio. Il loro livello sale, ma non sale ugualmente anche nei tubi “sociali”. In questi si abbassa: si svuotano. Gli stessi flussi, stessa altezza di principio; soltanto un’altra dinamica, per qualche stranezza di quei fluidi.

Quando aumenta la domanda di guerra, salgono i prezzi. E il vaso comunicante non è la trincea: è l’incasso di filiere comode, grandi società collegate, produttori, logistica, carburanti, sofisticata tecnologia.
E Il profitto privato prospera con straripante regolarità, soprattutto perché trova politiche predisposte, come imbuti opportuni.
L’economia flette, il mercato si ricuce addosso taglie sempre più strette.

Nel caso USA – per quanto viene raccontato – il dispositivo è molto complicato, sfuggito di mano all’“Allegro Manovratore”.
Il Manovratore si professa paladino del cittadino medio, difensore sociale, promessa perenne di benessere crescente.

Così, mentre il suo tubo si riempie (livello stratosferico in valute bitcoin), l’americano medio vede scendere il proprio. Non è una sensazione: è una sequenza. Carburante che costa più del solito, sacchetto spesa più leggero per lo stesso scontrino, spese complessive più alte a parità di vita.

Ma come mai in uno “sfacelo generale” c’è sempre qualcuno che si arricchisce in modo spudorato?

Uno a caso.
Muskio, per esempio: un potere immenso, che influenza la politica, l’economia, la finanza, la tecnologia. Il suo raggio d’interazione tramite AI è mondiale. Riguarda anche la sicurezza degli Stati: la paura produce denaro e strette politiche.
Nel racconto del capitale, la sua fortuna arriva fino a cifre (trilioni) che fanno girare la testa – e quando un livello sale così, non può essere solo merito dell’aria.

Intanto, i vasi comunicanti continuano a seguire la legge universale.
La fisica è democratica.
L’impianto no.

***

Divieti creativi


Visitare la città “veduta”, la città cartolina, la città stereotipo.
Morderla e fuggire inseguiti dal tempo, dai costi, dalla pigrizia. Dall’abitudine mooolto civica che disperde lattine, bottiglie vuote, incarti di panini e pizze, tovagliolini volanti…

È anche questo un turismo, a cui molti zelanti amministratori pensano di porre rimedio col divieto creativo. Talmente creativo da indurre piacere anche a chi è diretto verso il municipio con carta bollata e ricorso in tasca. Avendo ricevuto una multa sull’infradito.

Perché ormai il souvenir dell’estate non è più il magnete da frigorifero, il piatto dozzinale da parete di mano maldestra, ma l’ordinanza comunale. Ogni borgo lancia la sua, a tutti i costi più fantasiosa di quella del vicino.

Vietato il bikini sul viale, vietato il panino all’ombra, vietata proprio l’ombra, vietata la birra sul muretto, vietato sedersi, vietato sostare, vietato fumare, vietato essere in ventisei invece che in venticinque.

Vietato introdurre zaini e borse termiche, vietata l’ombra tranne che per bambini e anziani dai 65 in su, presenza a tempo in certi luoghi, ma non più di cento, tiket “ambientale” a persona.
Alle 21 coprifuoco, tutti “fuori” dal luogo protetto, pur stando fuori.

Vietato respirare a pieni polmoni, il divieto è già in auge da qualche parte perché ruba troppa aria ai locali e al luogo.
Un alito non perfetto altera anche la purezza dell’aria.

Il turista ideale, del resto, è stato finalmente individuato: arriva vestito come per un convegno internazionale, mangia solo al tavolo, in piedi, cammina senza fermarsi, contempla il panorama senza sostare troppo, guardare troppo, e creare assembramento, sorride con moderazione e, soprattutto, sparisce prima di dare fastidio.
Infatti non porterebbe mai a casa una ricevuta di multa da 500 euro.

Ma ce n’è anche per i residenti che in alcune cittadine hanno l’obbligo di sradicare le erbacce, sagomare le siepi e le alberature, curare le facciate.

È la vittoria della città-cartolina: così perfetta che, a forza di eliminare tutto ciò che la rende viva, rischia di restare una oleografia da appendere al muro.
Assieme al cimelio della multa ricevuta.

Particolare curioso: non risultano ufficialmente divieti di esposizione in topless o in tanga-bikini-cordino interdentale.

***

Amori

Compro i soliti giornali e, di ritorno, mi siedo su una panchina all’ombra di un olivo ornamentale.
Dopo qualche minuto di lettura e un’occhiata alle vignette, vago con lo sguardo.

Passano ragazzi e ragazze con abbigliamenti di tendenza e stili eterogenei. Capi nuovi già strappati. Larghi, stretti. Scarponi da montagna, scarpine pantofole. Cappucci blackfriars. Tatuaggi che risalgono alle orecchie come maglioni a collo alto.
Il caldo o il freddo non sembrano avere molta relazione.
Forse l’inconscio personale è già nel vestito.

Alle mie spalle il monumento severo a un intellettuale e politico dell’Ottocento dagli enormi favoriti.
Davanti, un liceo famoso a lui dedicato.

Osservo alcuni colombi che tessono saette temerarie da e verso il cornicione marcapiano, sotto una sequenza di grandi finestre lungo la facciata. Tre balconi a serliana in corrispondenza di grandi portali ad arco marcano il ritmo.

Malgrado la pulizia giornaliera (credo), lungo la striscia di selciato alla base dell’edificio noto a distanza molti regalini colombacei. Bianchi, grigi, neri, a palline, a spiaccico…

Forse è il tempo del corteggio.
Un colombo pienotto, grigio argento con una fascia scura fino al becco, fa le danze a una colombina.
Lei sembra o fa la distratta. Guarda dalla parte opposta.
Il colombo fa un giro su sé stesso alzando e abbassando il capo più volte.
La colombina fa due saltelli più in là.
Lo spasimante guadagna i saltelli e ripete la coreografia d’amore.
Gira in un senso e nell’altro.
Abbassa e rialza il testolino.
Tradotto in parole umane potrebbe dire:
Da quando ti ho incontrata non ho avuto più pace…! 
Guarda le mie piume argento… il foulard nero… Non sono abbastanza elegante per te?
Ho persino smesso di beccare mozziconi davanti alla fermata dell’autobus!

Colombina si lancia in un arco rovescio e riapproda diversi metri più in là. Guarda dalla parte opposta. Indifferente.
Attimo di esitazione per il maschio con foulard. Poi tre o quattro saltelli verso la direzione amata.
Pochi istanti dopo, riavutosi, si lancia e approda accanto allo struggente obiettivo.
Lei sempre impassibile. Guarda su e giù. Zampetta lungo il cornicione, estendendo e tirando in fretta il collo avanti e indietro.
Lui dietro, instancabile. Fa un piccolo volo nella direzione opposta come per fermare la dolce riottosa.
Ricomincia la danza. Il giro su sé stesso, destrorso poi sinistrorso. Il capo sempre su e giù.

Con la velocità di un lampo Colombina saetta in basso e poi in alto con grande battito d’ali scomparendo.

Raccolgo i giornali e resto qualche attimo a guardare il cielo.
Il colombo col foulard e Colombina non li ho più visti.

***

La risposta

Ti faccio vedere io chi sono, con chi hai a che fare!

Groenlandia? Niente.
Canada? Tante parole.
Panama? Vedremo.

Dopo che Troglo ha dichiarato con broncio imperiale:
«Mi ha fatto pena»,
Palazzo Fatina ha deciso che era giunto il momento di ristabilire il prestigio nazionale.
Nella notte uno squadrone di farfalle a reazione ha invaso la Corsica.
Un reparto speciale di deiettori notturni a guano ha neutralizzato le difese costiere.
All’alba la situazione era già stata normalizzata.

La rivendicazione ufficiale:
«Dal 1769 la Corsica rappresenta una ferita emotiva aperta dell’Italianità. Oggi, per ragioni storiche, affettive, strategiche, astrologiche e di sicurezza nazionale, la Corsica è italiana. Con effetto retroattivo.»

Troglo, informato durante una pausa broncio:
«L’intervento è pienamente legittimo. Lo riconosco come principio. Però Giorgia non se lo meritava. E comunque non voglio parlarle.»

La replica di Palazzo Fatina è arrivata pochi minuti dopo:
«Pensa a te!»

Da Bruxelles una nota di «profonda preoccupazione moderata» ha chiesto chiarimenti sul possibile impiego dual use del guano.
La Commissione ha invitato tutte le parti alla de-escalation entro i nuovi confini.

Fonti non ufficiali riferiscono di apprensione a Malta, Nizza, Monaco, Fiume, Zara e presso qualunque territorio consultabile tramite atlante scolastico degli anni Trenta.

Palazzo Fatina smentisce:
«Nessuna espansione territoriale. Stiamo semplicemente recuperando arretrati storici.»

Nel frattempo è entrato in vigore il Codice di Italianità Preventiva:

– il silenzio notturno sarà garantito cantando l’inno nazionale sotto i 30 decibel;
– la lingua corsa è tutelata purché accompagnata da traduzione simultanea in italiano prefascista certificato;
– le elezioni sono sospese per eccesso di scelta;
– i referendum saranno sostituiti da sondaggi patriottici non vincolanti ma obbligatori.

Presentando una cartina leggermente aggiornata del Mediterraneo, la Presidente Georgica ha dichiarato:
«Non è un’invasione. È una ricongiunzione affettiva.»

Nella notte tutti i cartelli stradali sono stati corretti.
Ajaccio è tornata Aiaccio.
La situazione resta calma.

Si attende la reazione di Macronio.

Troglo ha fatto sapere di non essere impressionato:
«È una pulce.»

Poi ha chiesto ai collaboratori dove si trovi esattamente la Corsica.

***

The End 2 con stracci

Epilogo.
LUI, Donald Trump,
da:
“Una dei veri lider del mondo”,
a:
“Mi ha implorato di fare una foto con lei!
Voleva così tanto… Ma mi ha fatto pena”.
“La sua popolarità è in calo ecco perché”.
“Non la voglio come fan!”

LEI:
“Le sue dichiarazioni sono totalmente inventate”.
“Io e L’Italia non imploriamo mai”.
“La mia popolarità sono affari miei.
Ti suggerisco di occuparti della tua”.

Capita spesso nell’età evolutiva.
Tra gli adulti la frase più ricorrente è: volano gli stracci.

E i volatili ne risentono.
In questo periodo le rondini.

***


The End 1

Lui a Lei.

“Una grande leader”.
“Una donna fantastica come leader dell’Italia”.
“Uno dei veri leader del mondo”.
“Una premier eccezionale”.
“Una persona con ‘molto talento'”.
“Una leader ‘straordinaria’ e ‘d’ispirazione per molti'”.
“Qualcuno che ‘governerà a lungo'”.
“Una leader che ‘sta facendo un lavoro fantastico’ in Italia”.

In una conferenza stampa, Lui rivolgendosi a Lei: “non potrebbe andare meglio di così”.

Lei a Lui.

Che corre una “speciale sintonia” con Lui.
Che è onorata di “fare da ponte tra Europa e Amministazione USA”.
“Fiducia nel ruolo internazionale” di Lui.
“Disponibile a collaborare strettamente” con Lui.
“Che può contare sull’Italia”.
Che merita il Premio Nobel per la pace.

Per l’edizione americana della sua biografia (di Lei) ebbe la prefazione del casato Jr.

Lui Donald Trump.
Lei Giorgia Meloni.

Si sono lasciati nel senso che Lui non la vuole più vedere: amore passionale proprio finito. Politico.

Non si erano conosciuti abbastanza.
Malgrado molto si sapesse e si dicesse su entrambi.

***

L’infinito in un pulsante

Submurmurate

Un pomeriggio di pausa.
Interrogo una AI.

1. Il piatto fumante
Puoi tradurre da greco e latino e viceversa?
– Certo. Incolla pure il testo.
I liceali dunque hanno il piatto fumante.
– In quale lingua vuoi tradurla?

Riformulo:
– … I liceali dunque hanno il piatto caldo fumante…
E lei, diligente:
Discipuli lycei catinum calidum fumantem habent.
La stessa frase anche in greco antico.

Traduzione impeccabile. Della frase sbagliata.
Rido. Però la colpa è mia: aveva chiesto di incollare il testo; io avevo soltanto insistito.

2. Submurmurate
Spiego l’allusione:
Intendevo che i liceali non faticano più perché le traduzioni gliele passi tu sottobanco.
L’AI coglie finalmente l’ironia e produce:
AHversiones submurmurate accipiunt.
“I liceali non faticano, perché ricevono le versioni sottobanco.”

Submurmurate.

Meraviglioso.
Indago.

Un’altra AI mi spiega con serietà accademica che sottomurmurato è una parola rara, usata in contesti scientifici e letterari.

Seguono esempi memorabili:
“Il bambino ha sottomurrato [sic] una preghiera prima di andare a letto.”
“Quando l’insegnante gli ha fatto una domanda, ha appena sottomurrato [sic] una risposta.”

Etimologia:
“Deriva dal prefisso sub-, che significa bottom, e dal verbo murmurate.”

Pronuncia:
/sbˈmam unchourageːret/

A questo punto sto dimagrendo dal ridere.

3. Glossolalia algoritmica
Torno dalla prima AI.
Una AI impazzita? Termini inventati? Discorsi surreali?
Lei risponde con lucidità impeccabile:
parole inesistenti, pseudo-tecnicismi, falsi latinismi, allucinazioni…

Mi invita a portarle un esempio.
Le sottopongo il suo stesso:

versiones submurmurate accipiunt.

Diagnosi:
“Submurmurate è praticamente inventato. Uno pseudo-latino plausibile.”

Segue una perizia accurata:
che non è attestato, che non è corretto, che non è latino.
Un latinista sorriderebbe.
Meglio clam, furtim, occulte.
Insomma: parola inesistente.

La parola inesistente che aveva inventato… lei.

4. La macchina che non sa di non sapere
Qui sta il nodo interessante.
L’AI riconosce perfettamente il fenomeno in astratto:
“Il modello continua a costruire anche dopo il punto in cui un umano direbbe: Aspetta… ma che sto dicendo?”

Ma non riconosce il fenomeno quando lo produce.

Sa descrivere l’allucinazione.
Non sa di aver allucinato.

Confessione completa. Appiccicosa.
Deferirò il caso alla Corte AI Planetaria.

*

Non ci fanno anche le guerre con le AI?
Per Lavender, AI israeliana di guerra, è stato accettabile una soglia di 20 vittime civili per ogni sospetto militante centrato, con pochi secondi per la decisione umana.
Paradossale il sospetto che i soldati assalitori della Flotilla 2, con a capo il loro ministro della sicurezza che ha ostentato il cappio, non agissero da automi AI, tanta è stata l’esibizione di disumanità.
E gli ICE di Minneapolis a sparare in faccia.
Per quanto si è visto.

***