Il miracolo retroattivo


Scopiazzando apertamente C’è ancora domani, il film che ha riportato al centro il voto del 2 giugno 1946, il partito della Presidente del Consiglio ha deciso di piegare la storia al culto della propaganda con uno spot.
Due minuti di racconto nazionale in formato tascabile, ma con ambizioni da epopea.

Ambiente e storia. Nel 1946 le donne votarono per la prima volta alle elezioni per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica.
La maggioranza scelse la Repubblica.

Lo spot, però, suggerisce qualcosa di più audace. Quel gesto storico, quel voto, quella conquista, avrebbero trovato il loro compimento decenni dopo: nell’elezione di una donna alla Presidenza del Consiglio, il 22 ottobre 2022.

Non la nascita di una Democrazia.
Non l’ingresso delle donne nella Cittadinanza politica.
Non la Costituzione.
Ottant’anni di storia compressi in un triplo salto carpiato temporale.

Nello spot il percorso dell’emancipazione femminile passa in un imbuto. Da Tina Anselmi e Nilde Iotti, a Maria Elisabetta Alberti Casellati a Marta Cartabia, fino all’investitura finale.

Peccato che Anselmi e Iotti abbiano rischiato la vita nella Resistenza. Casellati sia ricordata soprattutto per la sua lunga fedeltà a Berlusconi e per il celebre voto sulla “nipote di Mubarak”. Cartabia porti la firma di una riforma della giustizia che ha suscitato non poche contestazioni da giuristi.

La protagonista si chiama Teresa. È una donna del 1946. O almeno così ci viene detto.
Sbuca da un angolo e con portamento e falcata da passerella arriva dalla fioraia.
– Signora, domani va a votare?
La domanda arriva in un italiano televisivo sorprendentemente levigato per una strada popolare della Roma nell’immediato dopoguerra.
Teresa esita.
– Ancora non lo so. Grazie.

Torna a casa.
Una casa del 1946, arredata giusto per la ficton. Tutto è ordinato, rassicurante. Della povertà, delle macerie e delle ferite lasciate dalla guerra non c’è traccia.

Siamo appena usciti da vent’anni di dittatura e da un conflitto devastante, ma l’atmosfera è quella di una rievocazione accuratamente sterilizzata. Il neorealismo stilisticamente ne resta fuori. Quella tradizione culturale che raccontò fame, paura e distruzione viene evitata con la stessa cura con cui si evita una corrente d’aria.

Teresa, gioiosa, richiama marito e due figli, per il pranzo:
– A tavola!
Versa il cibo da un coccio lucidissimo di smaltatura (sembra fresco di Ikea).

Poi tutti al cinema, eleganti e impeccabili come figuranti appena usciti dal reparto costumi.

Sul grande schermo scorrono immagini di donne entusiaste che depositano la scheda nell’urna.
Una voce dice: “Oggi per la prima volta le donne italiane si recano a votare. Dalla vecchietta ottantenne, dalle più umili donne del popolo alle monache, tutte sentiamo questo nuovo dovere che ci fa partecipi integralmente della nostra rinata democrazia“.
Piccolo problema: quelle immagini mostrano un evento che deve ancora avvenire. Non è mai avvenuto. Non è mai stato ripreso. E AI è lontanissima.
Si voterà l’indomani.
Ma la cronologia, in questa storia, è un ostacolo secondario.

La voce femminile celebra la partecipazione alla “nostra rinata democrazia“.

Rinata? Nostra?

L’Italia era appena uscita da una dittatura. Prima ancora era stata una monarchia. Più che rinascere, la democrazia stava forse nascendo proprio allora, se fosse prevalso il voto a favore.
L’Italia, di fatto, il giorno del voto era ancora una monarchia: re per quaranta giorni Umberto II, dal 9 maggio al 13 giugno 1946.
Ma gli agiografi, quando prendono velocità, tendono a saltare qualche passaggio.

Arriva la sera.
Il marito legge il giornale, a letto.
– Teresa, allora? Domani si vota. Sei emozionata?
Non il marito autoritario del film della Cortellesi. Piuttosto un uomo sensibile e moderno, raro per l’epoca.
Lei si gira dall’altra parte.
– Se finora hanno fatto a meno del mio voto, possono continuare anche senza.
– Pensaci.
– Ci dormirò su.

Ed ecco il colpo di scena.

Teresa sogna.
Non la Repubblica.
Non la Costituzione.
Non la ricostruzione del Paese.

Sogna il futuro…
Sogna Giorgia Meloni.

Compare un corridoio di investiture simboliche. I ritratti di Anselmi, Iotti, Casellati e Cartabia conducono alla destinazione finale. Suona il campanello del passaggio di consegne. La storia trova il suo senso. La traiettoria si chiude.
È fatta e Teresa è proprio lì!
Assiste alla rivelazione.

Gli sceneggiatori hanno dimenticato la DeLorean di Ritorno al futuro, per riportare Teresa al 1946, ma il viaggio temporale funziona ugualmente.

Quando si risveglia è folgorata.
Corre al seggio.
Vota.
Ci lascia un sorriso con filo di perle.

Una voce conclude:
Il futuro ha bisogno di voi.

Miracolo a memoria futura.
Una profezia retroattiva.

Il voto del 1946 non viene raccontato come l’apertura di una possibilità. Viene rappresentato come la premessa necessaria di un esito già scritto.
La storia non procede più dal passato al futuro.
È il futuro che riscrive il passato.

Si potrebbe dire: Giorgia p’a Repubblica sua.

***

Festa della Repubblica, sera.

Monologo di Paola Cortellesi per il 2 giugno. Piazza del Quirinale. Roma (lapresse)

Ottant’anni fa nasceva la Repubblica Italiana.

Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.

Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra Monarchia e Repubblica e all’elezione dell’Assemblea Costituente. Finalmente, almeno li dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro.

Prima di quel momento, la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare.

La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c’era un progetto preciso di limitazione dell’autonomia femminile.

Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori di Insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. l’istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso “lavori donneschi” ovvero, mansioni domestiche.

Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati, E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l’arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.

Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile. In questi passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe:

«La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia»

E ancora:

«Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile.»

In sintesi: Vengono a rubarci il lavoro.

Detto ciò, con tali presupposti era facile che molte di loro si percepissero come delle nullità. Non potevano scegliere liberamente del proprio futuro, spesso non osavano nemmeno immaginarlo.

Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi; in un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.

Adottarono un nome di battaglia come misura di sicurezza per sé e per i compagni e si unirono alle circa 300mila persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.

Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce, e una piccola rivoltella nel reggipetto, per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra, girò per le campagne con il fac-simile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.

Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla Resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.

Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata, uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente, perché tutti vedessero qual’ era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.

Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale: il carcere, la tortura, la morte.

Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell’Assemblea Costituente.

Nilde Iotti, che aveva partecipato alla Resistenza nei Gruppi di Difesa della Donna, divenne una delle ventuno donne costituenti, e anni dopo, la prima Presidente della Camera.

Teresa Mattei, partigiana a vent’anni, contribuì alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Ma accanto a queste figure straordinarie c’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame e sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane, e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra. Insomma, quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate.

Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine: non più soltanto madri o mogli ma persone titolari di una volontà politica e di diritti.

Essere convocate, attraverso il voto, a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo: si saranno percepite come una goccia nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?

La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni:

«Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane…»

«Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari…»

Da pari.

Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.

Una Nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta. L’effettiva parità salariale – la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità…

Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico “dobbiamo” perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo allora ogni cittadino può e deve partecipare.

Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.

Oggi festeggiare gli ottant’anni della Repubblica serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia; che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci, ogni giorno, a meritarla.

Irma Bandiera prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre:

“Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa.”

Quelli “dopo di lei”, siamo noi.

Paola Cortellesi,
sceneggiatrice, attrice, regista del film pluripremiato, C’è ancora domani (2023), che descrive il clima del primo voto delle donne, dopo la dittatura fascista, in Italia.

***

Icone aggiornate

Camufflage

Cuba si spegne con educazione.
A intermittenza. Come la luce, los apagones.

Niente benzina, niente camion.
Niente camion, niente raccolta.
Niente raccolta, tutto resta per strada.
Economia circolare immateriale.

Il petrolio arriva col contagocce. Quando arriva.
Il resto lo fa l’ingegno: aggiusta, rattoppa, inventa. Tutto a mani e piedi.
I cubani sono campioni mondiali di sopravvivenza creativa.

L’embargoel bloqueo – va avanti dagli anni Sessanta, sempre più stretto. Ora anche energetico. Impedisce l’ingresso perfino di farmaci essenziali e sanziona chi prova a commerciare.
Poi ci sono gli altri nodi: quelli fatti in casa, accumulati negli anni.
Ma da lontano, è tutto semplice: buoni, cattivi, propaganda.

A L’Avana cadono pezzi.
Non metaforicamente: proprio pezzi.
Intonaco, vernice, memoria. Forse storia.
La Habana Vieja è Patrimonio UNESCO – versione “prima che venga giù”.
Turisti: spariti.
Nemmeno le jineteras del Malecòn o del Barrio rojo hanno clienti. Molti si stordiscono con ron, altri con il papelito (miscuglio con fentanyl).

Non è Gaza.
Ma lo strangolamento programmato somiglia.
Qui non esplode niente.
È una cucina lenta: abbassare la fiamma, aspettare

Alla fine la libertà è una ciotola piena.
Con condizioni d’uso:
non abbaiare, non disturbare, non esistere troppo.

Se fai rumore nel “cortile”, arriva il bastone.
Metodo antico, sempre valido.
Versione aggiornata: o fai come ti dico io, o crepi.

È la notte della ragione.
Con siesta obbligatoria.

Ernesto Che Guevara partì dalla Sierra Maestra per liberare Cuba.
Oggi The Donald vuole “liberarla” stando in poltrona.
Telecomando in mano. Sorsetti di cola.
Now.

“Appena finisco con l’Iran prendo Cuba”.
“Terrò una portaerei
a 100 yards dalla costa.
La più grande portaerei attuale sparerà a una pulce stremata.
E il suo pubblico ride.

Cuba libre.

*

Lettera aperta al mondo.

A tutta l’umanità, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia:

Il mio nome è come quello di milioni di altri. Non ho un cognome noto né ricopro una posizione importante. Sono una donna cubana qualunque. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con il cuore spezzato e le mani tremanti, perché quello che il mio popolo sta vivendo oggi non è una crisi. È un assassinio lento, calcolato e a sangue freddo, orchestrato da Washington.
(continua)
Lettera firmata.

***

Festa della Liberazione – 25 Aprile

La Liberazione dal nazismo e dal fascismo, nella realtà non sarebbe potuta avvenire senza completa infiltrazione nel territorio. Con la relativa rete di comunicazioni tra città, campagna e montagne, con le operazioni logistiche e di collegamento: operazioni e compiti che le donne in massima parte hanno deciso di svolgere con libertà e generosità, ben consapevoli del rischio della vita.
Compito analogo a quello della linfa e del sangue nel corpo umano: senza la loro funzione, il cervello, tutti gli organi e i muscoli smettono di comunicare tra di loro e restano fulmineamente senza vita.

“… Un episodio che, per certi versi, avrebbe potuto finire drammaticamente come quello della retata alla Comerio. Sì, anche perché il Calzaturificio Borri era diventato un simbolo, un punto di riferimento. Lì c’era la roccaforte delle donne. E i fascisti lo sapevano. Nel marzo del 1944 nella nostra fabbrica, la Borri, irruppe infatti una squadra delle brigate nere. Il fattaccio avvenne così. C’era il solito sciopero per le rivendicazioni economiche. Uno dei padroni aveva radunato tutti i dipendenti, donne e uomini, in uno stanzone al pianterreno della fabbrica, per convincerci a tornare a lavorare…

Proprio mentre stava parlando, sono entrati correndo con i mitra spianati una ventina di fascisti della brigata nera. A quel punto noi donne abbiamo invitato i nostri uomini a tornare sul posto di lavoro. Avremmo incrociato noi le braccia. E avremmo preso noi la responsabilità dello sciopero. I fascisti non avrebbero osato prendersela con noi.

E infatti non sapevano che cosa fare. Poi ne presero una, la Gemma Milani, e la portarono in carcere, nelle cantine della sede della brigata nera, in piazza Trento e Trieste. La reazione delle donne della Borri però è stata immediata e ha colto di sorpresa anche gli stessi gerarchi fascisti. Siamo uscite dalla fabbrica in corteo, siamo andate a chiamare le donne delle altre fabbriche che erano in sciopero. Siamo andate tutte a gridare davanti alla caserma della brigata nera.

A parlare con noi è uscito il segretario del Fascio, Mazzeranghi.
Gli abbiamo detto che avremmo ricominciato a lavorare solo quando avrebbe rilasciato la nostra compagna. All’inizio non ne voleva proprio sapere. Poi invece abbiamo ottenuto che una delegazione di noi potesse far visita alla “prigioniera”.
Dormiva sul pagliericcio ma stava bene. La pressione davanti alla casa della brigata nera e lo sciopero sono durati tre giorni.
Alla fine Mazzeranghi l’ha lasciata andare ed è tornata in fabbrica”.

Pagine dalla Graphic Novel, Bruna e Adele, per il 70° dei Gruppi di Difesa della Donna da cui nacque l’UDI – Unione Donne in Italia. Sessanta tavole, disegnate da Reno Ammendolea con sceneggiatura di Marsia Modola, esposte al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, al Museo Emilio Greco di Catania, al Museo del Fumetto di Milano (dopo aver subito due anni di inattività per covid è stato sfrattato con indifferenza per morosità dal Comune di Milano: un patrimonio culturale da salvare, una ferita aperta).

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Lunatici

Satira, con citazione del Piccolo Principe convertito in Piccolo King, della conquista della luna. Il personaggio politicomolto riconoscibile tiene al laccio la luna camminando sul mappamondo.

Nel 1979 l’ONU approvò il Moon Agreement, stabilendo che “la Luna è patrimonio dell’umanità”. Frasi solenni che rimbalzano, e alla fine si sciolgono. Anche perché le grandi potenze – Stati Uniti, Russia e Cina – quel trattato non lo hanno mai ratificato.
Patrimonio dell’umanità, ma senza i proprietari principali.

Niente sovranità nazionale, niente bandiere piantate nel suolo, risorse da usare per il bene comune e per la cooperazione scientifica. Una specie di condominio cosmico, con regolamento condiviso e assemblea permanente.
Chi sarà l’Amministratore?

La bandiera USA piantata al suolo nel primo allunaggio, che non poteva sventolare, provocò molte polemiche. Ma la Cina ha pronta la sua bandiera che con dispositivi elettromagnetici solari, farà perfino sventolare. Nella propaganda l’impatto scenografico è primario.

Poi un salto nella realtà politica. E qui, molto spesso, il regolamento è sullo scaffale polveroso in fondo.

Le missioni private, per esempio, scivolano tra le righe. E così mentre sulla carta del diritto internazionale, la Luna appartiene a tutti, nella realtà qualcuno ha già iniziato a portarsi avanti a gamba tesa.
Chi primo arriva…

Su un carrettino, il personaggio politico molto riconoscibile, porta in giro "la più grande conquista di tutti i tempi": la luna, molto sexy.

Se sulla Terra c’è chi gestisce da privato una fetta della comunicazione globale con una rete satellitare che sfiora anche usi militari, è facile pensare quanto potrà essere “disinteressato”, lassù, dove i controlli sono ancora più lontani.

Nel frattempo, la nuova corsa è partita. Gli Stati Uniti accelerano e dichiarano la missione Artemis IIpriorità di Stato” (con decreto esecutivo); la Cina prepara la sua Chang’e 7 per agosto; e lo spazio torna teatro di competizione più che di cooperazione.
Non una guerra fredda, piuttosto una febbre persistente: abbastanza calda da muovere capitali, tecnologie e ambizioni. Per quanto un certo desiderio bellicista è espressamente esplicitato nella recente conversione del Pentagono da Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra.

Gli Accordi Artemis (2020), firmati con spirito collaborativo, introducono però un succoso regalo: le risorse estratte possono diventare proprietà di chi le estrae. Non il suolo, ma quello che sta sopra, e sotto. Un sottile cavillo, elegante, e soprattutto molto utile.

Ancora più interessante è il diritto di delimitare aree operative con protezione: recinzioni senza filo spinato, confini senza mappe ufficiali, territori dove è meglio non avvicinarsi. Per sicurezza, naturalmente.

Il paesaggio cambia. Spariscono i trattati, compaiono i paletti. Le basi diventano avamposti, le missioni spedizioni, le aziende pionieri-coloni.

Diritto di poter dichiarare “zone di sicurezza”, contro contenziosi, azioni di gruppi ostili, siano compagnie o Stati. Vale a dire zone interdette per difendere singolarità, segreti industriali o militari, particolari progetti. Non è specificato come.
Di fatto proprietà.

Nel West i coloni appena arrivati piantavano paletti, stendevano recinzioni, stavano sempre con la mano sulla Colt o sul Winchester.
Mancheranno i cavalli col lazo, i carri con la cuffia arricciata, le donne con gonna lunga. E gli Indiani.

Nostalgia no stop.

Con saluto militare e inno nazionale, The Chief è sull'ttenti sopra il mappamondo, per l'acquisizione del  51° Stato USA: la Luna, da cui pende la bandiera americana. Satira di una conquista.


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Pasqua 2026

Rovesci pasquali.
La Passione di Cristo è come quella di Trump“, tutti e due “traditi, arrestati e falsamente accusati“, ma come Cristo è risorto vittorioso, anche Troglo (alias Trump) sarà vittorioso “su tutto ciò a cui metterà mano“. Così, recita e prega nella cena pasquale, Paula White-Cain, predicatrice al soldo della Casa Candida e sostegno spirituale di chief … satana, il male, visioni deliranti (…)

Come augurio pasquale Troglo promette che sarà durissimo con l’Iran. “Nelle prossime due o tre settimane li riporteremo all’età della pietra cui appartengono”. Naturalmente col regalo dei suoi pacchi-dono volanti, e regalo al mondo di densi fumi tossici, CO2, CO, più infinite altre particelle… incendi delle riserve petrolifere… acque contaminate…

*

Troglo l’avrebbe deportato, ma si sarebbe trattenuto la tunica. Da firmare e vendere a pezzettini.

Netaniolo gli avrebbe comunque comminato la pena di morte, in quanto sovversivo palestinese.

Georgica non avrebbe elementi per condannare, ma nemmeno per approvare. È stato un intervento legittimo. E in ogni caso ottimo l’uovo di Pasqua di cioccolato fondente spesso.

I cristiani, contenti che sia andata così: la prima ondata di globalizzazione con sede centrale imperiale: Roma e non Gerusalemme, da dove tutto è partito.

Infatti Netaniolo ha bloccato il cardinale Pizzaballa per celebrare i riti al Santo Sepolcro: fate quello che volete ma fuori dai piedi. 

*

Monologo di Stefano Massini, scrittore, drammaturgo, autore della famosa Lehman Trilogy.

2 aprile 2026

Si narra che, arrivati in quel posto detto luogo del cranio, Gesù Cristo fu crocifisso con un ladrone alla destra e uno alla sinistra. Si narra che egli disse dalla croce: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno.
Poi, aggiungo io, a voce più bassa, quasi inudibile credo, Gesù Cristo disse altro.

Disse: Padre perdona loro ogni volta che useranno me, te e questa croce per qualcosa che è soltanto di loro interesse e che non ha niente a che vedere con noi.

Padre perdona loro ogni volta che questa croce verrà usata, stravolta, contraddetta, corrotta, perfino stuprata.

Perdonali Padre, perdonali per questa croce quando verrà messa sopra gli stemmi dei partiti o dei loghi delle banche.

Perdonali, perdonali per la croce sul cappuccio del Klu Klux Klan, perdonali per la croce sugli scudi dei crociati, per la croce sui vessilli, sulle armi, sulle bandiere, sui cacciabombardieri.

Perdonali Padre, per la croce al collo dei bigotti pronti a scusare e a perdonare sempre soltanto se stessi.

Perdonali Padre per ogni volta che faranno in nome mio esattamente l’opposto di quello che ho detto. Se io ho detto di non uccidere, loro uccideranno; se io ho detto di accogliere, loro calpesteranno; se io ho detto di comprendere, loro condanneranno. E se le mie parole sono state parole d’amore, loro odieranno, odieranno e odieranno e odieranno e odieranno e odieranno.

Perdonali Padre, per tutti i ceri, le candele, che verranno accese in mio nome davanti a te sugli altari, dai corrotti, dai falsi, dai bugiardi, da chi ogni volta vende la vita, da chi gioca con la vita altrui e da chi vuole soltanto ammazzare in ogni verbo che il verbo ammazzare possa contemplare.

Perdonali Padre, perdonali ti prego, per ogni volta che mi metteranno in bocca parole che non ho mai detto, compreso quel drammaturgo che una sera in televisione mi metterà addosso, sulle labbra, parole che non ho mai pensato di dire, eppure, eppure a sentirle ci sarebbero state più che bene.

Soprattutto, Padre, perdona l’ego te absolvo ai mandanti, perdona le processioni dei camorristi, perdona i tabernacoli dei mafiosi, perdona ogni volta in cui in nome mio faranno tutto quello che io avrei voluto semplicemente che non accadesse.
Perdonali ogni volta che in nome mio compreranno e venderanno e acquisteranno, perdona il bip di bonifico eseguito, perdona ogni volta,

Padre mio, ogni volta che si compreranno la vita eterna a full optional, e giù con 7, 8, 9, 10, zeri, sempre sulla pelle di chi conta zero.
E proprio per quelli io ero venuto.

Perdona, Padre, perdona soprattutto per quando prenderanno ciò che ho fatto, ciò che ho detto, e lo trasformeranno non in una rivoluzione ma in un alibi, in un paravento, in uno strumento per il loro piccolo, misero, spregevole gioco di potere.

Perdonali soprattutto perché io ero amico dei perdenti e hanno fatto di me il Cristo dei vincenti.

Così disse, credo, o forse sì, o forse no, o forse boh, dopodiché abbassò il capo e spirò.

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Megaflop

Satira dell'esito referendario 2026. Monumento ai due principali ideatori: Guardasigilli e Capa Gabinetto che no hanno ricevuto il consenso popolare.

Ai Giganti del Flop.
Al Guardasigilli e alla sua fedelissima Capa di Gabinetto (ruolo inteso come vertice burocratico…)

Sono stati gli architetti del progetto di riforma “scardina-giustizia”, nato per trasformare le toghe in una coccarda ornamentale dell’esecutivo e finito, invece, nel cassonetto della storia.

Il Referendum del 2026 sulla separazione delle carriere è stato un esorcismo dei cittadini che hanno risposto al tentativo di “effrazione costituzionale” con un deciso “No”. I volenterosi operatori della manovra sono stati rinviati alle caselle di partenza della democrazia da 15 milioni di voti (contro 13).

I tre poteri dello Stato, legislativo, esecutivo, giudiziario restano dunque indipendenti, con buona pace di chi sognava un subdolo ritocco della Magistratura (di memoria Loggia P2).
Certo, i problemi funzionali della giustizia rimangono, ma la soluzione sta nel rituale dibattito parlamentare, non in un furbesco “colpo di mano” manovrato sotto banco, con modifiche della Costituzione.

Le Madri e i Padri Costituenti ringraziano.
I “giganti” del Ministero, mugugnano e studiano altre furbizie. Magari proprio in quel Gabinetto che tanto hanno onorato.

La rimonta è già in pentola-agguato: … facilmente si andrebbe verso l’approvazione della legge elettorale con premio di maggioranza abnorme (madre scandalosa la Legge Truffa del 1953, poi abrogata); … potrebbe istituirsi de facto il tanto agognato “premierato” come formula di governo, e quindi l’elezione in autonomia di un Capo dello Stato “gradito“…
Uno scardinamento dell’impianto istituzionale per via traversa.

Intanto si preannunciano insospettate inversioni di rotta.
Enormi manifestazioni stanno percorrendo l’America e l’Europa, non si vogliono né guerre né sovranismi.
Centinaia le piazze.
No Kings.

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Madres de la Plaza de Mayo

La vignetta ricorda la dittatura in Argentina instaurata da Jorge Rafael Videla


Il colpo di stato avviene il 24 marzo 1976, in Argentina. Instaura la dittatura del generale Jorge Rafael Videla, con la mano esterna americana della CIA, benedicente Henry Kissinger (come due anni prima in Cile).
Ad istruirlo fu la Esquela Americana de las Americas, scuola di guerra gestita dal governo USA a Panama, da dove uscirono molti ufficiali golpisti sudamericani.

Le forze armate argentine irrompono nella notte, occupano tutti i centri di potere, eseguono arresti di massa. Sciolgono quindi tutte le istituzioni e i partiti, sospendono la Costituzione, depongono Isabelita Peron.

Gli arresti di massa proseguono verso tutti i gruppi di opposizione o persone soltanto sospettate. La prima raccolta dei prigionieri è negli stadi, poi destinazione ignota, tortura, uccisione, scomparsa.
Tra le più feroci esecuzioni, quella di lanciare le vittime da un aereo sull’Oceano Atlantico e sul Rio de La Plata, col ventre squarciato in modo che squali e piranhas facessero scomparire ogni traccia. E questo per tutti i sette anni di dittatura.
Almeno 30.000 le vittime stimate. Verrano chiamate desaparecidos.
Le madri delle vittime con molto coraggio decisero di riunirsi per protesta a Plaza De Mayo, la prima volta il 30 aprile 1977. Portavano un fazzoletto bianco in testa, simbolo del pannolino, della maternità.
Da allora Las Madres de la Plaza de Mayo continuarono a riunirsi ogni giovedì pomeriggio nella piazza centrale di Buenos Aires, sfilando intorno all’obelisco piramidale posto al centro. Alcune di loro furono arrestate e scomparvero.

Oggi, 24 marzo, una grande manifestazione popolare percorre Buenos Aires per ricordare la tragedia del golpe. C’è un aspetto storico che dà ancora più forza al doloroso ricordo, ma anche speranza che le generazioni future sappiano reagire.
Figli, figlie e nipoti degli scomparsi lottano ancora per avere giustizia e ritrovare i corpi. E ricordano.
Ma anche i familiari dei torturatori mai pentiti, riuniti in associazioni, sfilano e si uniscono ai parenti dei desaparecidos. Aiutano e sostengono quanti e quante vogliano liberarsi di questo peso moralmente insostenibile.
Quasi sempre occultato nelle famiglie.

Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Ma questi, in nome di un’etica civile, possono disconoscere il passato dei padri e delle madri che abbiano commesso crimini, in questo caso, contro l’umanità.
Il vincolo di sangue non può né sottacere né occultare qualcosa che brucia e offende nel profondo.
C’è anche un prezzo da pagare.
Lydya Lukszewicz di Asambleas Disobedientes, attrice, racconta: “Quando ho interrotto i rapporti con mio padre, sottufficiale dell’esercito, anche mia madre e i miei fratelli hanno smesso di parlarmi”. Aveva intuito e poi saputo del torbido passato del padre.
Le donne venivano stuprate dai militari, quelle incinte venivano in parte instradate (centro clandestino di Pozo de Benfield, in prov. di Buenos Aires) e soppresse in segreto. Quelle che partorivano si vedevano privare delle loro creature, che passavano clandestinamente a famiglie di militari. Non avrebbero mai rivelato l’accaduto.

Stella Duacastella, scrittrice e psicologa, racconta come ruppe con suo padre, ufficiale medico all’epoca della dittatura. Una denuncia, a dittatura terminata, lo riguardava per una ventina di donne che furono incappucciate e legate a letto per farle partorire, nell’ospedale militare di cui era direttore.
I neonati o le neonate poi sparivano.
Stella, lei stessa in gravidanza in quel momento, chiese chiarimenti. Il padre confermò evasivamente e minimizzò: “Non erano poi così tante”.
Stella ne fu profondamente colpita: “Per me fu un punto di rottura, non gli ho più parlato“.

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