La bolla dei patriarchi

Il Presidente del Consiglio… poi vai a vedere e sotto ci trovi una donna.

Giorgia Meloni liquidò con teatralità la questione del femminile nelle cariche pubbliche, storpiando “presidenta” e raccogliendo gli applausi del coro. Ma la questione non è quella parola.
È chiamare le cose con il loro nome quando la realtà cambia.

Alma Sabatini lo spiegò già nel 1987 con Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio – particolare che oggi fa quasi sorridere.
Quel lavoro, discusso e contestato, affrontava un problema semplice: se una funzione è svolta da una donna, la lingua italiana possiede gli strumenti per nominarla. Non occorre travestirla da maschio.

Lo hanno ribadito negli anni la Treccani, l’Accademia della Crusca e, più recentemente, l’Ordine dei giornalisti e USIGRai (che rifiuta ordini di servizio con declinazioni al maschile).

Chi riempie i discorsi di “italianità” potrebbe cominciare da qui: usare correttamente l’italiano. Soprattutto negli atti pubblici, nelle leggi, nei codici.

È la società che cambia la lingua, perché la lingua ne è lo specchio. Non il contrario. Nessuno parla più la lingua di Dante.
Dante conosceva sicuramente il topo.
Non il mouse.

Nella marineria ogni cima, ogni manovra, ogni pezzo dell’attrezzatura aveva e ha un nome preciso. Ma non esistevano la nocchiera, la capitana, la nostroma. Non perché mancassero le parole, ma perché quelle donne, ufficialmente, non dovevano esserci. Eppure nella storia della navigazione ci sono state, clandestine o riconosciute. Oggi dire marinaia, timoniera, nostroma non è una concessione ideologica. È semplicemente descrivere la realtà.

Leggendo Sabatini si avverte che la questione non è soltanto grammaticale. È una questione di riconoscimento. Di etica pubblica, perfino di deontologia dell’essere.

Per secoli il mondo è stato pensato al maschile. Alle donne è stato concesso di abitarlo (preferibilmente nel talamo), quasi mai di progettarlo. Era inevitabile che anche il linguaggio ne portasse l’impronta.

Ma la società trabocca sempre dagli argini quando si tenta di canalizzarla. Prima o poi accade. Perché la presenza delle donne non è cancellabile, né occultabile sotto un mantello maschile, né velabile con una mano di patina linguistica.

Rosa Oliva si laurea in Scienze politiche nel 1958 e subito presenta domanda per entrare nella carriera prefettizia. Possiede tutti i requisiti tranne uno: è donna.

La legge le vieta di partecipare.

Non si arrende. Assistita da grandi giuristi ricorre alla Corte costituzionale.
Vince.
È il 1960.

Senza quella causa contro lo Stato italiano, probabilmente il percorso dell’accesso femminile alle cariche pubbliche sarebbe stato più lungo e più accidentato.

La Corte richiama la Costituzione.
L’articolo 3 afferma l’eguaglianza delle persone senza distinzione di sesso. L’articolo 51 garantisce l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza.

Rosa Oliva non diventerà prefetta. Sceglierà altre strade.
Ma quella porta era stata aperta.
In realtà era aperta fin dal 1948.
Bastava leggere la Costituzione.

Troppo spesso, invece, i normografi la ignorano, la lasciano prendere polvere.
O, peggio, la sfidano.

Quanto sia resistente ancora lo stile maschile con cilindro e stiffelius del nostro diritto basta un esempio.

L’articolo 583-bis del Codice penale punisce le mutilazioni degli organi genitali femminili. Il femminile compare soltanto negli organi sessuali. Tutto il resto è maschile: il genitore, il tutore, il cittadino italiano, lo straniero residente, il colpevole.
Chi subisce il reato? … ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia.
La vittima, però, è una donna.
Una norma costruita per proteggere esclusivamente persone di sesso femminile continua a immaginare “il cittadino”, la vittima, il destinatario della legge come maschio.
L’effetto è quasi comico, se non fosse tragico.

***

Il 16 luglio si è tenuta in Senato una conferenza stampa a cura della senatrice Valeria Valente: “Il maschile neutro è un inganno. Il femminile una scelta politica”, prima firmataria del DDL 1752 che propone modifiche di linguaggio nei codici e negli atti amministrativi per il riconoscimento del genere femminile.

Battute di caccia

Dal 2000 a oggi è scomparso il 33% degli uccelli delle aree agricole italiane. Nelle aree di pianura gli uccelli selvatici sono diminuiti del 50%. Le cause vanno dai pesticidi che eliminano gli insetti, alle coltivazioni intensive, alla meccanizzazione delle lavorazioni che producono rumori, alle bizzarrie climatiche, al bracconaggio…

È il rapporto della Lega per la Protezione degli Uccelli (LIPU, 2025) a presentare il quadro deprimente sulla sparizione progressiva della biodiversità aviaria.
Averla, passera d’Italia, verdone, allodola, cutrettola, verzellino hanno subito una diminuzione da 80% fino a 50%. Vanno aggiunte anche le rondini, una delle prime immagini poetiche apprese nell’infanzia associate alla primavera.
Le allodole sono cacciabili e si calcola che ogni anno ne vengano colpite dal piombo fino a 2 milioni; e in questi venticinque anni la loro presenza è diminuita del 54%.

I cinghiali raggiungono le strade e rovistano tra le spazzature, qualche cervo ha passeggiato per le strade, qualche orso ha ucciso qualche incauto escursionista. Se i cinghiali scendono per le strade è perché si è sparato ai lupi.
E chi spara ai lupi? Chi mette le tagliole? Chi fa bracconaggio?

La materia è in discussione in parlamento con un DDL di regolamentazione della caccia. Solo che il ministero che se ne occupa è diretto da un ministro che ha ricevuto molte critiche in passato (ha fermato un treno col freno d’emergenza perché doveva scendere prima, ha citato la moltiplicazione del vino di Gesù, ha affermato che l’abuso di vino sì, fa male, ma anche l’abuso di acqua può portare alla morte (a quando il teschio sulle bottiglie d’acqua?).
E moltissime ne sta ricevendo per il contenuto di questa legge sull’attività venatoria, definito privo di riscontro scientifico, cervellotico, distruttivo, mostruoso, ingestibile
Basti pensare alla caccia con l’arco, che fa morire per dissanguamento, permessa.

In realtà questa proposta di legge era già stata presentata, ma poi affossata. Viene ora ripresa dal ministro che teme l’acqua, e proposta direttamente al Consiglio dei Ministri per accelerarne l’approvazione, in quanto “a settembre ricomincia la stagione venatoria“.

La nuova legge più che regolamentare la caccia sembra volerla favorire piuttosto togliendo limitazioni e aggiungendo molte creatività libertarie.
Vuole incrementare il numero dei cacciatori posti a “tutela dell’ambiente” quasi come fossero i regolatori naturali della fauna. Con un occhio anche al “turismo venatorio”.
Aumenterebbero sicuramente il fatturato degli armieri, produttori e venditori, e i flussi dall’esterno verso un eldorado venatorio.
In termini di voti siamo sui 500-600 mila cacciatori, e le elezioni a breve distanza: si spiega la rotta di collo per l’approvazione.
Si tratta di normative profondamente invasive a favore solo dell’1% della popolazione, cui verrebbero conferite funzioni e qualifiche che la stragrande maggioranza dei cittadini non approva.
Come il preteso carattere sportivo che porta invece il segreto piacere delle uccisioni eseguite su inermi creature che non hanno nessuna possibilità di difendersi o scampare.
Lo stesso carattere hanno assunto le guerre oggi, wargames dove si fa strike e si applaude a ogni vittima: beccato! hurrà!

Delirio di onnipotenza che lascia bossoli e piombo a memoria futura sul terreno.
Poco conosciuti gli effetti deleteri del piombo, che rilascia facilmente particelle tossiche in acqua e nell’umido.
Ogni anno 2,3 milioni di volatili muoiono in Europa per aver ingerito pallini da caccia, scambiati per sassolini utili alla loro digestione (European Chemical Agency – ECHA).
Complessivamente 150 milioni di volatili sono esposti al pericolo, considerando che sul suolo europeo piovono ogni anno 14 mila tonnellate di pallini.
Gli stessi cacciatori sono esposti inalando i fumi da sparo e mangiando le carni dove il piombo ha rilasciato particelle. Sono stati riscontrati dei casi, gli effetti sono a lungo termine.

Il DDL in discussione in Parlamento contempla di poter sparare anche dopo il tramonto.
Di notte si potrebbe non distinguere bene un orso da un topo e allora è consentito l’uso dei visori notturni.
Per non spaventare i morituri e non far fuggire i loro amici o i compagni di brucata è previsto l’uso del silenziatore applicato all’arma.
Prevista anche la legalizzazione di gare notturne di caccia (al vincitore maglia nera con teschio, si presume).
Già il cannocchiale di precisione è una scortesia nei confronti della preda, mancava la superdotazione.

Quanto alla pericolosità della pratica “sportiva”, l’Osservatorio sugli incidenti di caccia per l’anno scorso rileva 33 morti di cacciatori autoprovocate e 13 feriti estranei alla caccia.
E le ore notturne sarebbero le più indicate per gli incidenti.

I punti libertari.
Utilizzabili fucili di ultima generazione a più colpi a ripetizione – obsoleta ormai la classica doppietta -.
Libertà di accedere ai fondi privati, anche senza permesso del proprietario.
Libertà di sparare sulle aree demaniali, dunque spiagge, parchi, aree naturali, di cui si prevedono riduzioni.
Libertà di sparare prima del 10 febbraio, attuale limite, cioè durante i voli migratori prenuziali.

Un controsenso che diminuirebbe la stessa riproduzione.

Uccellagione con la tecnica dei roccoli (complesso sistema con reti), già vietati, per utilizzare gli uccelli migratori catturati come richiami vivi – alcuni venivano accecati per aumentare le capacità canore -. A parte che oggi esistono i richiami registrati elettronici. Modalità vietata anche dalla Commissione Europea. L’Europa chiede che almeno il 30% del patrimonio naturale di ogni regione sia salvaguardato, ma il Ministero dell’Agricoltura competente fa sapere, in sostanza, che regolerà quanto e come vuole (non poi tanto nascosto l’impianto antieuropeista della normativa) .

L’avifauna è soprattutto italiana.
E sottilmente, al fondo, non sarebbe nemmeno più patrimonio della collettività come stabilisce la Costituzione, ma proprietà di chi spara: prelievo faunistico, come dal cach del bancomat.
Il parere scientifico dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) non è più preso in considerazione.
Non si chiamerà più caccia ma controllo faunistico e l’uccisione prelievo faunistico.
Dulcis in fundo, fino a 900 euro di multa a chi manifesta dissenso e ostacola il “controllo faunistico“.

Lacci e lacciuoli tagliati con le forbici fornite dalle lobby interessate.
Gli ultimi studi di ecologia e comportamento animale potrebbero far riflettere (Safina, de Waal, Bekoff).
O i versi teneri e delicati di Giorgio Celli che aveva studiato e capito profondamente gli animali, dall’ape al gatto.
E che aveva scritto: Se un paradiso esiste è giusto che sia popolato di animali…

Ma questo per ordine ministeriale è l’inferno degli animali.

***

MARJANE SATRAPI

Era apparsa con leggerezza e così se ne è andata.

Marjane Satrapi portava i segni di un uragano lontano, che ancora oggi imperversa in Medioriente: l’Iran. Vi era nata, e presto fatta espatriare dai suoi genitori, perché non vivesse nelle restrizioni del governo teocratico degli Ayatollah che aveva deposto lo Scià di Persia. La rivoluzione islamica adottò il nome Iran per lo Stato, per quanto sotto lo Scià i due nomi Iran e Persia erano ufficialmente equiparati.
La Persia fu una delle madri di quella che indichiamo come “civiltà”.

Marjane studia prima in Austria, poi si trasferisce a Parigi dove completa la sua formazione. Ma le stratificazioni della storia e dell’arte dell’antico suo paese rimangono indelebili nella sua mente.
A Parigi studia arte, ha un periodo turbolento, homeless, fa esperienza di alcol e droghe. Finché (era già sposata, ma divorziata) incontra “l’amore della sua vita”, Mattias Ripa, economista svedese. Si stabilizza emozionalmente e Mattias diventerà suo collaboratore artistico, produttore, attore.

L’esplosione del suo successo internazionale arriva con Persepolis, titolo non scelto a caso: il primo fumetto o graphic novel in b/n di una donna iraniana. Diventano poi quattro volumi, e altri si aggiungono.


Racconta la sua giovinezza trascorsa a Teheran ai tempi dello Scià e l’irrompere della rivoluzione. Con humor graffiante, acutezza, semplicità e leggerezza, stile inconfondibile, ma narrativamente ricco e efficace.
Persepolis venne sceneggiato traendone un lungometraggio di cui lei stessa fu co-regista ottenendo, a Cannes, il Premio della Giuria (Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Paola Cortellesi, Sergio Castellitto, tra i doppiatori/doppiatrici).

Dirige altri film, dipinge, illustra libri per bambini.

Marjane restò una spina nel cuore per il regime islamico iraniano, avversato ferocemente con la parola e col disegno.
Saranno segni e parole indelebili.

In una intervista ebbe a dire: Il nemico della democrazia non è una sola persona. Il nemico della democrazia è la cultura patriarcale. Come in famiglia, dove il padre decide e ha l’ultima parola, così un dittatore è il padre della nazione. Se abbiamo più donne istruite, avremo anche società più istruite. Questo, senza alcun ‘pregiudizio femminista, è un dato di fatto”.

L’uccisione in carcere di Mahsa Amini, arrestata per non portare il velo “correttamente” e morta tre giorni dopo, la colpì profondamente. Ne fece un punto fondamentale e universale per la liberazione delle donne. Ne parlò e ne scrisse da attivista.
Rifiutò l’onorificenza francese della Légion d’honneur rimproverando lo Stato francese per non fare abbastanza e non favorire lo stato dei rifugiati politici iraniani.

Marjane se n’è andata a 56 anni, il 4 giugno scorso. Per malattia d’amore. Giusto un anno fa era scomparso suo marito a 52 anni, cui era legatissima.
Non si riprese più. La sua vitalità andò sempre più diminuendo fino a sparire. Su Instagram aveva cancellato via via tutti i post lasciando in una pagina dieci caselle, otto nere su cui aveva scritto in rosa For I lost the love of my life, una iniziale, con una foto dove felici loro due si guardano. Nell’ultima casella la foto di Mattias, il nome, la data di nascita 10/03/1972, di morte 08/04/2025.
Come in una lapide. Una lapide fatta di elettroni

Ci sono ricordi che parlano sottovoce. Restano sulle dita come profumo di gelsomino, di rosa, di zagara, e sulle labbra come parole non dette.
Così il suo ricordo continuerà a respirare.


***

Vasi non comunicanti

Il principio dei vasi comunicanti è democratico per sua natura: ogni tubo, ogni diramazione collegata avrà quantità differenti, ma lo stesso livello. È fisica, non morale.
Nel linguaggio umano tuttavia, “livello” diventa subito sinonimo di qualità, moralità.

La società – dicono – è una rete delicata di vasi comunicanti.
La politica in generale – dovrebbe funzionare come il vaso comunicante del suo popolo. Ha un doppio riscontro, almeno in teoria: un livello alto porta benessere, regole chiare, distribuzione equa della ricchezza, vivibilità.
Un livello basso porta il contrario, e “il contrario” prima o poi si vede.

La riflessione è metaforica, e volutamente semplicistica.
Ma ci sono vasi comunicanti strani: vasi che sembrano uguali agli altri, finché non si guarda dentro. Funzionano al rovescio. Non sono più vasi. Sembrano pompe che aspirano e riversano nello stesso serbatoio. Il loro livello sale, ma non sale ugualmente anche nei tubi “sociali”. In questi si abbassa: si svuotano. Gli stessi flussi, stessa altezza di principio; soltanto un’altra dinamica, per qualche stranezza di quei fluidi.

Quando aumenta la domanda di guerra, salgono i prezzi. E il vaso comunicante non è la trincea: è l’incasso di filiere comode, grandi società collegate, produttori, logistica, carburanti, sofisticata tecnologia.
E Il profitto privato prospera con straripante regolarità, soprattutto perché trova politiche predisposte, come imbuti opportuni.
L’economia flette, il mercato si ricuce addosso taglie sempre più strette.

Nel caso USA – per quanto viene raccontato – il dispositivo è molto complicato, sfuggito di mano all’“Allegro Manovratore”.
Il Manovratore si professa paladino del cittadino medio, difensore sociale, promessa perenne di benessere crescente.

Così, mentre il suo tubo si riempie (livello stratosferico in valute bitcoin), l’americano medio vede scendere il proprio. Non è una sensazione: è una sequenza. Carburante che costa più del solito, sacchetto spesa più leggero per lo stesso scontrino, spese complessive più alte a parità di vita.

Ma come mai in uno “sfacelo generale” c’è sempre qualcuno che si arricchisce in modo spudorato?

Uno a caso.
Muskio, per esempio: un potere immenso, che influenza la politica, l’economia, la finanza, la tecnologia. Il suo raggio d’interazione tramite AI è mondiale. Riguarda anche la sicurezza degli Stati: la paura produce denaro e strette politiche.
Nel racconto del capitale, la sua fortuna arriva fino a cifre (trilioni) che fanno girare la testa – e quando un livello sale così, non può essere solo merito dell’aria.

Intanto, i vasi comunicanti continuano a seguire la legge universale.
La fisica è democratica.
L’impianto no.

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Verso la presa diretta

Negli ultimi vent’anni la Corte Costituzionale è intervenuta più volte sulle leggi elettorali, perchè la ricerca della governabilità non può comprimere oltre misura il principio di rappresentanza.

Sentenza n. 1 del 2014: dichiarò illegittimo il premio di maggioranza del Porcellum che poteva attribuire una maggioranza parlamentare enorme senza una soglia minima di voti.

Sentenza n. 35 del 2017: intervenne anche sull’Italicum eliminando il ballottaggio nazionale.

Entrato da un orecchio, uscito all’altro.

Difficile che una legge elettorale sia perfetta.
Ma una delle illusioni più ricorrenti è credere che per garantire la governabilità basti un premio di maggioranza.
La storia italiana racconta qualcosa di diverso.
Le leggi che hanno inciso positivamente nella società si ebbero quando i partiti erano costretti a parlarsi in “Parlamento” discutendo, apportando modifiche e cercando soluzioni. Quando nessuno di loro aveva il potere artificioso di imporre o blindare.
La strada preferita da determinate politiche ha portato, invece, allo svuotamento del Parlamento, alla disaffezione al voto, e alla collezione di figure politiche signorsì piuttosto che alla rappresentanza voluta dalla Costituzione.

1993 – Mattarellum
Dopo Tangentopoli il referendum voleva rompere il sistema dei partiti tradizionali.
L’obiettivo era:
favorire l’alternanza;
responsabilizzare gli elettori;
ridurre il potere delle segreterie.
Per molti anni effettivamente si ebbe il bipolarismo.
Rimangono danni.

2005 – Porcellum
Fu lo stesso autore della legge, Roberto Calderoli, a definirla una “porcata”, da cui il soprannome “Porcellum”.
Introdusse:
liste bloccate;
forte premio di maggioranza;
minore possibilità per gli elettori di scegliere i candidati.
Rimangono danni.

2015 – Italicum
Pensato per una Camera eletta con un solo vincitore.
Il suo cuore era:
premio di maggioranza;
eventuale ballottaggio.
Non entrò mai pienamente in funzione perché nel frattempo il referendum costituzionale del 2016 bocciò la riforma del Senato.

2017 – Rosatellum
Sistema misto.
Una parte dei parlamentari viene eletta in collegi uninominali, l’altra con metodo proporzionale.
Molti osservatori lo considerano una legge che incentiva le coalizioni ma lascia agli elettori margini limitati nella scelta dei candidati.
Cambiavano gli strumenti, ma non l’obiettivo.
Rimangono danni.

Tutte queste riforme avevano una promessa comune: rendere più stabili i governi.
Il “Melonellum” si inserisce nella stessa tradizione, spingendola però ancora oltre.

2026 Melonellum
È il nome ironico della legge elettorale in cantiere, che vuole andare molto oltre l’attribuzione del premio di maggioranza.
Mira alla concentrazione di poteri. Per arrivare a un premierato con la tecnica del lento bollore.
Una maggioranza parlamentare ottenuta grazie a un forte premio potrebbe raggiungere più facilmente soglie che incidono anche sulla composizione degli organi di garanzia.
Per questo il dibattito riguarda non solo la governabilità, ma anche l’equilibrio tra rappresentanza e accentramento del potere.
Ma è proprio quello che stanno preparando gli chef di corte, in procedure perfino a sé stessi blindatissime.
Il cliente-elettore mangia la pietanza che vuole il direttore di sala.

Se i camerieri porteranno in tavola, avremo:

Antipasto: prosciutto e Meloni.
Piatto principale: premio di maggioranza in salsa littoria.
Dessert: Quirinale in coppa regale.

***

La risposta

Ti faccio vedere io chi sono, con chi hai a che fare!

Groenlandia? Niente.
Canada? Tante parole.
Panama? Vedremo.

Dopo che Troglo ha dichiarato con broncio imperiale:
«Mi ha fatto pena»,
Palazzo Fatina ha deciso che era giunto il momento di ristabilire il prestigio nazionale.
Nella notte uno squadrone di farfalle a reazione ha invaso la Corsica.
Un reparto speciale di deiettori notturni a guano ha neutralizzato le difese costiere.
All’alba la situazione era già stata normalizzata.

La rivendicazione ufficiale:
«Dal 1769 la Corsica rappresenta una ferita emotiva aperta dell’Italianità. Oggi, per ragioni storiche, affettive, strategiche, astrologiche e di sicurezza nazionale, la Corsica è italiana. Con effetto retroattivo.»

Troglo, informato durante una pausa broncio:
«L’intervento è pienamente legittimo. Lo riconosco come principio. Però Giorgia non se lo meritava. E comunque non voglio parlarle.»

La replica di Palazzo Fatina è arrivata pochi minuti dopo:
«Pensa a te!»

Da Bruxelles una nota di «profonda preoccupazione moderata» ha chiesto chiarimenti sul possibile impiego dual use del guano.
La Commissione ha invitato tutte le parti alla de-escalation entro i nuovi confini.

Fonti non ufficiali riferiscono di apprensione a Malta, Nizza, Monaco, Fiume, Zara e presso qualunque territorio consultabile tramite atlante scolastico degli anni Trenta.

Palazzo Fatina smentisce:
«Nessuna espansione territoriale. Stiamo semplicemente recuperando arretrati storici.»

Nel frattempo è entrato in vigore il Codice di Italianità Preventiva:

– il silenzio notturno sarà garantito cantando l’inno nazionale sotto i 30 decibel;
– la lingua corsa è tutelata purché accompagnata da traduzione simultanea in italiano prefascista certificato;
– le elezioni sono sospese per eccesso di scelta;
– i referendum saranno sostituiti da sondaggi patriottici non vincolanti ma obbligatori.

Presentando una cartina leggermente aggiornata del Mediterraneo, la Presidente Georgica ha dichiarato:
«Non è un’invasione. È una ricongiunzione affettiva.»

Nella notte tutti i cartelli stradali sono stati corretti.
Ajaccio è tornata Aiaccio.
La situazione resta calma.

Si attende la reazione di Macronio.

Troglo ha fatto sapere di non essere impressionato:
«È una pulce.»

Poi ha chiesto ai collaboratori dove si trovi esattamente la Corsica.

***

The End 2 con stracci

Epilogo.
LUI, Donald Trump,
da:
“Una dei veri lider del mondo”,
a:
“Mi ha implorato di fare una foto con lei!
Voleva così tanto… Ma mi ha fatto pena”.
“La sua popolarità è in calo ecco perché”.
“Non la voglio come fan!”

LEI:
“Le sue dichiarazioni sono totalmente inventate”.
“Io e L’Italia non imploriamo mai”.
“La mia popolarità sono affari miei.
Ti suggerisco di occuparti della tua”.

Capita spesso nell’età evolutiva.
Tra gli adulti la frase più ricorrente è: volano gli stracci.

E i volatili ne risentono.
In questo periodo le rondini.

***


The End 1

Lui a Lei.

“Una grande leader”.
“Una donna fantastica come leader dell’Italia”.
“Uno dei veri leader del mondo”.
“Una premier eccezionale”.
“Una persona con ‘molto talento'”.
“Una leader ‘straordinaria’ e ‘d’ispirazione per molti'”.
“Qualcuno che ‘governerà a lungo'”.
“Una leader che ‘sta facendo un lavoro fantastico’ in Italia”.

In una conferenza stampa, Lui rivolgendosi a Lei: “non potrebbe andare meglio di così”.

Lei a Lui.

Che corre una “speciale sintonia” con Lui.
Che è onorata di “fare da ponte tra Europa e Amministazione USA”.
“Fiducia nel ruolo internazionale” di Lui.
“Disponibile a collaborare strettamente” con Lui.
“Che può contare sull’Italia”.
Che merita il Premio Nobel per la pace.

Per l’edizione americana della sua biografia (di Lei) ebbe la prefazione del casato Jr.

Lui Donald Trump.
Lei Giorgia Meloni.

Si sono lasciati nel senso che Lui non la vuole più vedere: amore passionale proprio finito. Politico.

Non si erano conosciuti abbastanza.
Malgrado molto si sapesse e si dicesse su entrambi.

***

Stretto di Hormuz liberato

Promessa mantenuta!
Ho liberato e allargato Hormuz!

Una nostra vittoria!

[Salvo gli Omissis].
Aggiornamenti per il bronzo.

***

Il miracolo retroattivo


Scopiazzando apertamente C’è ancora domani, il film che ha riportato al centro il voto del 2 giugno 1946, il partito della Presidente del Consiglio ha deciso di piegare la storia al culto della propaganda con uno spot.
Due minuti di racconto nazionale in formato tascabile, ma con ambizioni da epopea.

Ambiente e storia. Nel 1946 le donne votarono per la prima volta alle elezioni per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica.
La maggioranza scelse la Repubblica.

Lo spot, però, suggerisce qualcosa di più audace. Quel gesto storico, quel voto, quella conquista, avrebbero trovato il loro compimento decenni dopo: nell’elezione di una donna alla Presidenza del Consiglio, il 22 ottobre 2022.

Non la nascita di una Democrazia.
Non l’ingresso delle donne nella Cittadinanza politica.
Non la Costituzione.
Ottant’anni di storia compressi in un triplo salto carpiato temporale.

Nello spot il percorso dell’emancipazione femminile passa in un imbuto. Da Tina Anselmi e Nilde Iotti, a Maria Elisabetta Alberti Casellati a Marta Cartabia, fino all’investitura finale.

Peccato che Anselmi e Iotti abbiano rischiato la vita nella Resistenza. Casellati sia ricordata soprattutto per la sua lunga fedeltà a Berlusconi e per il celebre voto sulla “nipote di Mubarak”. Cartabia porti la firma di una riforma della giustizia che ha suscitato non poche contestazioni da giuristi.

La protagonista si chiama Teresa. È una donna del 1946. O almeno così ci viene detto.
Sbuca da un angolo e con portamento e falcata da passerella arriva dalla fioraia.
– Signora, domani va a votare?
La domanda arriva in un italiano televisivo sorprendentemente levigato per una strada popolare della Roma nell’immediato dopoguerra.
Teresa esita.
– Ancora non lo so. Grazie.

Torna a casa.
Una casa del 1946, arredata giusto per la ficton. Tutto è ordinato, rassicurante. Della povertà, delle macerie e delle ferite lasciate dalla guerra non c’è traccia.

Siamo appena usciti da vent’anni di dittatura e da un conflitto devastante, ma l’atmosfera è quella di una rievocazione accuratamente sterilizzata. Il neorealismo stilisticamente ne resta fuori. Quella tradizione culturale che raccontò fame, paura e distruzione viene evitata con la stessa cura con cui si evita una corrente d’aria.

Teresa, gioiosa, richiama marito e due figli, per il pranzo:
– A tavola!
Versa il cibo da un coccio lucidissimo di smaltatura (sembra fresco di Ikea).

Poi tutti al cinema, eleganti e impeccabili come figuranti appena usciti dal reparto costumi.

Sul grande schermo scorrono immagini di donne entusiaste che depositano la scheda nell’urna.
Una voce dice: “Oggi per la prima volta le donne italiane si recano a votare. Dalla vecchietta ottantenne, dalle più umili donne del popolo alle monache, tutte sentiamo questo nuovo dovere che ci fa partecipi integralmente della nostra rinata democrazia“.
Piccolo problema: quelle immagini mostrano un evento che deve ancora avvenire. Non è mai avvenuto. Non è mai stato ripreso. E AI è lontanissima.
Si voterà l’indomani.
Ma la cronologia, in questa storia, è un ostacolo secondario.

La voce femminile celebra la partecipazione alla “nostra rinata democrazia“.

Rinata? Nostra?

L’Italia era appena uscita da una dittatura. Prima ancora era stata una monarchia. Più che rinascere, la democrazia stava forse nascendo proprio allora, se fosse prevalso il voto a favore.
L’Italia, di fatto, il giorno del voto era ancora una monarchia: re per quaranta giorni Umberto II, dal 9 maggio al 13 giugno 1946.
Ma gli agiografi, quando prendono velocità, tendono a saltare qualche passaggio.

Arriva la sera.
Il marito legge il giornale, a letto.
– Teresa, allora? Domani si vota. Sei emozionata?
Non il marito autoritario del film della Cortellesi. Piuttosto un uomo sensibile e moderno, raro per l’epoca.
Lei si gira dall’altra parte.
– Se finora hanno fatto a meno del mio voto, possono continuare anche senza.
– Pensaci.
– Ci dormirò su.

Ed ecco il colpo di scena.

Teresa sogna.
Non la Repubblica.
Non la Costituzione.
Non la ricostruzione del Paese.

Sogna il futuro…
Sogna Giorgia Meloni.

Compare un corridoio di investiture simboliche. I ritratti di Anselmi, Iotti, Casellati e Cartabia conducono alla destinazione finale. Suona il campanello del passaggio di consegne. La storia trova il suo senso. La traiettoria si chiude.
È fatta e Teresa è proprio lì!
Assiste alla rivelazione.

Gli sceneggiatori hanno dimenticato la DeLorean di Ritorno al futuro, per riportare Teresa al 1946, ma il viaggio temporale funziona ugualmente.

Quando si risveglia è folgorata.
Corre al seggio.
Vota.
Ci lascia un sorriso con filo di perle.

Una voce conclude:
Il futuro ha bisogno di voi.

Miracolo a memoria futura.
Una profezia retroattiva.

Il voto del 1946 non viene raccontato come l’apertura di una possibilità. Viene rappresentato come la premessa necessaria di un esito già scritto.
La storia non procede più dal passato al futuro.
È il futuro che riscrive il passato.

Si potrebbe dire: Giorgia p’a Repubblica sua.

***