GAZA LIVE

SPETTACOLO NO-STOP

Tutto esaurito nelle cancellerie.

Gaza, spettacolo no-stop: ancora bombe, macerie, morti, fame.
Da qualche giorno far volare gli aquiloni è anche un atto di guerra.

In platea, diplomatici e governi assistono in diretta.
Si sorseggiano drink, si fuma, si va in bagno e si torna subito.
La diretta non va persa.

Ogni tanto qualcuno o qualcuna si alza per dire che è “inaccettabile”.
Poi torna a sedersi, a chiaccherare con civile bon-ton.

Lo spettacolo no-stop continua.
Nessuno stacca la spina.
Posti esauriti.

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Sciami in formazione

A Gaza, sotto un edificio totalmente distrutto dalle bombe, si è salvata un’arnia.
Il proprietario è riuscito a recuperarla.

Ora la vendetta delle api.

Sciami su sciami sono diretti verso Netanyolo.

Niente missili, niente droni: solo pungiglioni e un messaggio chiaro.

Finalmente una potenza straniera che non manda armi, ma pungiglioni.

“Gaza, non deve morire”.

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Musica sospesa e pianisti appesi

«… Ci sarà una lineup piena di gente pazzesca, venite a divertirvi», ha scritto sui social una star della canzone per il suo prossimo appuntamento. Il suo ultimo concerto, in uno slargo periferico di una città, centro-sud, appena qualche giorno fa, ha raccolto circa 30 mila persone. Per molte ore vietata la circolazione nelle adiacenze, se non con pass.

Una ottantina di persone soccorse dal 118: malori, dai più leggeri e prevedibili ai più seri da ospedale. Cali di pressione per il caldo da bollino rosso, svenimenti, sindromi gastriche, crampi per l’eccessivo stare in piedi, disidratazione, punture di insetti, attacchi di panico, forse agorafobia.

Il vero spettacolo sembra non tanto quello sul palco quanto la massa stessa che si è radunata per assistervi. Un gigantesco rito collettivo nel quale il vicino di gomito è una vibrazione no-stop.

Dai video portati a casa come trofei si osserva il gigantismo delle installazioni scenografiche e luminose. Luci che lampeggiano, pulsano, cambiano colore, abbagliano, esplodono, ricominciano. Palchi montati su strutture da capogiro, tenute persino da gru.

Il pubblico guarda estasiato. Ma la musica non viene più “ascoltata”: viene subita, indossata fisicamente. Quanto ai decibel non si distingue più se il basso stia suonando o se sia semplicemente collassato un edificio vicino.

E allora viene una domanda piuttosto generazionale: dov’è il piacere della musica?

Il piacere è soprattutto muscolare: la trance che si innesca nel battere e nel muovere il corpo, fino a diventare quasi un corpo collettivo. Un mezzo rituale che ricorda alle cellule l’arcaico battere sul tronco e sulle pelli tese.
Godimento della libertà corporea.
Quando si ascolta Coltrane o Monk il piede e la testa si muovono da soli. Ascoltando Vivaldi, stanno fermi.
Ma profonde sensazioni e emozioni sono possibili in entrambi i casi.

Casi estremi in corso d’opera.

In una cittadina, davanti a una facciata di una cattedrale trecentesca, un pianista e il suo pianoforte a coda vengono sollevati su una piccola piattaforma da una gru. Il pianista suona, non si sa con quanta concentrazione, andando su e giù con qualche oscillazione. Il suono amplificato invade i vicoli, e spot colorati seguono il sollevamento.
Dai social: E’ bellissimo. Sindaco, ti sei superato!

Sarà la mal tradotta metafora note sospese.
Anche i salami sono sospesi.

In una città europea, anzi più d’una, pianoforte e pianista imbracati e sollevati da una grande gru a braccio. Il pianista suona “a testa in giù”. Giochi di luce lo seguono nell’ascensione notturna.

Strana moda, a quanto pare infettiva, tra attività edili e sottofondo musicale. Modelli copiati, per non essere secondi a nessuno, che approdano con zelo poi in provincia.

Chi non sa far stupir, vada alla striglia! – gridava l’iperbarocco Giambattista Marino nel Seicento.

Épater les bourgeois, sentenziavano gli artisti del decadentismo tra fine Ottocento e inizio Novecento, ultimo il Futurismo.

C’è un “pubblico” anche assai curioso: è quello che paga il biglietto per essere èpaté. E, una volta èpaterato, filma tutto col telefonino per dimostrare che è stato épaterato.

Oggi l’arte, comprendendo in parte anche il complesso della comunicazione visuale mediatica, ha contratto una forma acuta di gigantismo. Ma c’è anche la banana di Cattelan, minimalismo assoluto biologico.

Ogni spettacolo deve superare il precedente, ogni scenografia essere più spettacolare, ogni folla più oceanica, ogni volume più assordante. La gara non è più tra artisti: è tra effetti speciali.

«Che cosa suona?»
«Bach.»
«Sì, ma dov’è la gru?»

Un desiderio rivoluzionario di ferragosto:
un pianista seduto al pianoforte, con i piedi per terra. Una musica che non abbia bisogno di scuotere le viscere. Una luce che illumini senza dichiarare guerra alla retina. Un pubblico che non debba essere numerato in decine di migliaia per certificare l’importanza dell’artista.

E la possibilità, inattuale, di uscire da un concerto dicendo semplicemente:
«È stato bello.»
Senza aggiungere:
«… e hai visto quando lo hanno tirato su con la gru?»

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BALLE / BOLLE / BULLO

La prossima.

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Falso teatro romano

Un intero manufatto, con il suo contesto paesaggistico, spacciato per “anfiteatro” romano. È probabilmente la prima volta che un “falso” non riguardi un’opera pittorica o scultorea, ma un’intera architettura e il paesaggio che la circonda.

Il mercato dell’arte è pieno di falsi. E un “falso”, in senso più ampio, sarebbe anche la ricostruzione di monumenti perduti, specialmente quando vi si introducono elementi ipotetici o arbitrari.

In questo senso il Campanile di Piazza San Marco, a Venezia, dopo il crollo del 1902, è una ricostruzione filologica, ma non un originale. Rispetto all’impianto gotico originario, anche la celebre guglia di Notre-Dame, a Parigi, fu un’aggiunta dichiarata, nell’Ottocento, progettata da Viollet-le-Duc.
Ed è in parte un falso il Principe dei Gigli di Cnosso. Arthur Evans, l’archeologo scopritore, trovò soltanto la corona, una parte del torso e della gamba sinistra; il resto nacque dall’immaginazione del restauratore. Così per altri affreschi della serie. Restauri oggi molto criticati, ma ormai accettati ed entrati come opere “originali” nell’immaginario collettivo, senza annotarle spesso come ipotesi ricostruttive.
Il “falso”, dal caso più stretto a quello più ampio, mostra quanto il confine tra conservazione, ricostruzione, reinvenzione e autenticità possa essere sottile.

Qui, però, siamo davanti a qualcosa di diverso.

I lavori partono più o meno dal 2016, apertura nel 2023 del cosidetto “Anfiteatro Berico” di origine romana, sulle colline vicentine.

Carabinieri, magistratura e Soprintendenza arrivano invece, dopo una decina d’anni di analisi e indagini, a una conclusione comune: è un falso. Seguono condanne penali, più di due anni di carcere definitivi all’ideatore per una pluralità di reati, e l’ingiunzione di ripristinare lo stato dei luoghi.

Gradinate costruite con blocchi sovrapposti, stuccati e artificialmente invecchiati; statue in gesso; colonne in cemento dalla tipologia improbabile rispetto agli ordini classici; perfino un laghetto (su membrana impermeabile) scavato per evocare quello di Villa Adriana, a Tivoli.
E, a corredo, cronologie e ricostruzioni storiche inverosimili, su sito web e depliant, per accreditarne l’antichità.

All’intraprendente impresario-gestore-autore, che si aggiungeva al cognome un von nobiliare tedesco, viene addebitato di aver disboscato una collina sottoposta a vincolo paesaggistico, movimentato enormi quantità di terra, trasportato materiali, costruito manufatti. Il tutto senza autorizzazioni. E, cosa forse ancora più sorprendente, riuscendo a mantenere una relativa riservatezza durante i lavori.

L’opera era perfino entrata nei circuiti turistici: guide, visite organizzate con un biglietto d’ingresso di quaranta euro. Altro uso strettamente privato come “location suggestiva” per conferenze, congressi, meeting…

Facile accostare Totò che cercava di vendere la Fontana di Trevi a un ingenuo turista americano. Qui, invece, un fantasioso imprenditore – “archeologo” e “difensore dell’ambiente” – è riuscito, per un certo periodo, a vendere a noi un “anfiteatro”: il suo.
Tra l’altro l’impianto ricalca una tipologia di “teatro greco”, non di “anfiteatro”, (tipologia ellittica romana), come invece pubblicizzato e riportato a partire dal sito apposito.
Google ne rivela perfino l’imprecisione di tracciamento, non proprio una perfetta geometria romana.

Eppure non è mancata qualche voce indulgente social: «Perché demolirlo? Ormai lasciamolo.»

È un’osservazione singolare. Costerebbe troppo la riduzione in pristino, ordinata nella condanna, e il costruttore non potrebbe ottemperare. Dunque a carico dei cittadini.
Ma se si tratta con certezza, secondo le indagini, di un falso integrale, conservarlo significherebbe trasformare una contraffazione in patrimonio.

Certo, resterebbe un caso forse unico nella storia dei falsi.
Genio italico a rovescio.
Magari, ancora una volta, con il biglietto d’ingresso.
Genio italico a rovescio.

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FASCE di Stati


Da una panchina.
Appunti grafici con la biro, sul margine bianco di una rivista.

È già agosto, inesorabile.

Per lo scorrere del tempo, con aria di fuoco nelle strade.
Per il fuoco appiccato da criminali su pinete e radure.
Per il fuoco dato ai casolari di tavole e lamiere, con una capra.
In nome di dio.

Per il fuoco fatto piombare dal cielo da altri criminali.

Morti.
Anora morti

Le Fasce degli Stati (non di Van Allen, ma altrettanto ostinate) sono le stesse di un anno fa. Di due. Di tre…

Alcuni Stati allineati in dormitorio comune.

Non vedo.
Non sento.
Non parlo

Altri, insonni.

Società SNRU.
Società senza Nessuna Responsabilità Umana.
Dove il Diritto è un fastidio.

Non contano le pecore. Continuano a distribuire caramelle esplosive e matriosche di passi contati: mille, cento, dieci… l’ultimo.

Soprattutto di notte.
Soprattutto a donne, bambine e bambini.

Altri Stati sono ormai solo macerie.

Chi li abitava vive ora all’aperto, tra spazzature, rifiuti, topi, deiezioni, labirinti di detriti.

Labirinti di cose care perdute.
Senza neppure il luogo.

Poco cibo.
Poca acqua.
Pochissimo di tutto.

Anzi.
Nulla.

E anche le parole.

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