Battute di caccia

Dal 2000 a oggi è scomparso il 33% degli uccelli delle aree agricole italiane. Nelle aree di pianura gli uccelli selvatici sono diminuiti del 50%. Le cause vanno dai pesticidi che eliminano gli insetti, alle coltivazioni intensive, alla meccanizzazione delle lavorazioni che producono rumori, alle bizzarrie climatiche, al bracconaggio…

È il rapporto della Lega per la Protezione degli Uccelli (LIPU, 2025) a presentare il quadro deprimente sulla sparizione progressiva della biodiversità aviaria.
Averla, passera d’Italia, verdone, allodola, cutrettola, verzellino hanno subito una diminuzione da 80% fino a 50%. Vanno aggiunte anche le rondini, una delle prime immagini poetiche apprese nell’infanzia associate alla primavera.
Le allodole sono cacciabili e si calcola che ogni anno ne vengano colpite dal piombo fino a 2 milioni; e in questi venticinque anni la loro presenza è diminuita del 54%.

I cinghiali raggiungono le strade e rovistano tra le spazzature, qualche cervo ha passeggiato per le strade, qualche orso ha ucciso qualche incauto escursionista. Se i cinghiali scendono per le strade è perché si è sparato ai lupi.
E chi spara ai lupi? Chi mette le tagliole? Chi fa bracconaggio?

La materia è in discussione in parlamento con un DDL di regolamentazione della caccia. Solo che il ministero che se ne occupa è diretto da un ministro che ha ricevuto molte critiche in passato (ha fermato un treno col freno d’emergenza perché doveva scendere prima, ha citato la moltiplicazione del vino di Gesù, ha affermato che l’abuso di vino sì, fa male, ma anche l’abuso di acqua può portare alla morte (a quando il teschio sulle bottiglie d’acqua?).
E moltissime ne sta ricevendo per il contenuto di questa legge sull’attività venatoria, definito privo di riscontro scientifico, cervellotico, distruttivo, mostruoso, ingestibile
Basti pensare alla caccia con l’arco, che fa morire per dissanguamento, permessa.

In realtà questa proposta di legge era già stata presentata, ma poi affossata. Viene ora ripresa dal ministro che teme l’acqua, e proposta direttamente al Consiglio dei Ministri per accelerarne l’approvazione, in quanto “a settembre ricomincia la stagione venatoria“.

La nuova legge più che regolamentare la caccia sembra volerla favorire piuttosto togliendo limitazioni e aggiungendo molte creatività libertarie.
Vuole incrementare il numero dei cacciatori posti a “tutela dell’ambiente” quasi come fossero i regolatori naturali della fauna. Con un occhio anche al “turismo venatorio”.
Aumenterebbero sicuramente il fatturato degli armieri, produttori e venditori, e i flussi dall’esterno verso un eldorado venatorio.
In termini di voti siamo sui 500-600 mila cacciatori, e le elezioni a breve distanza: si spiega la rotta di collo per l’approvazione.
Si tratta di normative profondamente invasive a favore solo dell’1% della popolazione, cui verrebbero conferite funzioni e qualifiche che la stragrande maggioranza dei cittadini non approva.
Come il preteso carattere sportivo che porta invece il segreto piacere delle uccisioni eseguite su inermi creature che non hanno nessuna possibilità di difendersi o scampare.
Lo stesso carattere hanno assunto le guerre oggi, wargames dove si fa strike e si applaude a ogni vittima: beccato! hurrà!

Delirio di onnipotenza che lascia bossoli e piombo a memoria futura sul terreno.
Poco conosciuti gli effetti deleteri del piombo, che rilascia facilmente particelle tossiche in acqua e nell’umido.
Ogni anno 2,3 milioni di volatili muoiono in Europa per aver ingerito pallini da caccia, scambiati per sassolini utili alla loro digestione (European Chemical Agency – ECHA).
Complessivamente 150 milioni di volatili sono esposti al pericolo, considerando che sul suolo europeo piovono ogni anno 14 mila tonnellate di pallini.
Gli stessi cacciatori sono esposti inalando i fumi da sparo e mangiando le carni dove il piombo ha rilasciato particelle. Sono stati riscontrati dei casi, gli effetti sono a lungo termine.

Il DDL in discussione in Parlamento contempla di poter sparare anche dopo il tramonto.
Di notte si potrebbe non distinguere bene un orso da un topo e allora è consentito l’uso dei visori notturni.
Per non spaventare i morituri e non far fuggire i loro amici o i compagni di brucata è previsto l’uso del silenziatore applicato all’arma.
Prevista anche la legalizzazione di gare notturne di caccia (al vincitore maglia nera con teschio, si presume).
Già il cannocchiale di precisione è una scortesia nei confronti della preda, mancava la superdotazione.

Quanto alla pericolosità della pratica “sportiva”, l’Osservatorio sugli incidenti di caccia per l’anno scorso rileva 33 morti di cacciatori autoprovocate e 13 feriti estranei alla caccia.
E le ore notturne sarebbero le più indicate per gli incidenti.

I punti libertari.
Utilizzabili fucili di ultima generazione a più colpi a ripetizione – obsoleta ormai la classica doppietta -.
Libertà di accedere ai fondi privati, anche senza permesso del proprietario.
Libertà di sparare sulle aree demaniali, dunque spiagge, parchi, aree naturali, di cui si prevedono riduzioni.
Libertà di sparare prima del 10 febbraio, attuale limite, cioè durante i voli migratori prenuziali.

Un controsenso che diminuirebbe la stessa riproduzione.

Uccellagione con la tecnica dei roccoli (complesso sistema con reti), già vietati, per utilizzare gli uccelli migratori catturati come richiami vivi – alcuni venivano accecati per aumentare le capacità canore -. A parte che oggi esistono i richiami registrati elettronici. Modalità vietata anche dalla Commissione Europea. L’Europa chiede che almeno il 30% del patrimonio naturale di ogni regione sia salvaguardato, ma il Ministero dell’Agricoltura competente fa sapere, in sostanza, che regolerà quanto e come vuole (non poi tanto nascosto l’impianto antieuropeista della normativa) .

L’avifauna è soprattutto italiana.
E sottilmente, al fondo, non sarebbe nemmeno più patrimonio della collettività come stabilisce la Costituzione, ma proprietà di chi spara: prelievo faunistico, come dal cach del bancomat.
Il parere scientifico dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) non è più preso in considerazione.
Non si chiamerà più caccia ma controllo faunistico e l’uccisione prelievo faunistico.
Dulcis in fundo, fino a 900 euro di multa a chi manifesta dissenso e ostacola il “controllo faunistico“.

Lacci e lacciuoli tagliati con le forbici fornite dalle lobby interessate.
Gli ultimi studi di ecologia e comportamento animale potrebbero far riflettere (Safina, de Waal, Bekoff).
O i versi teneri e delicati di Giorgio Celli che aveva studiato e capito profondamente gli animali, dall’ape al gatto.
E che aveva scritto: Se un paradiso esiste è giusto che sia popolato di animali…

Ma questo per ordine ministeriale è l’inferno degli animali.

***

Quattro strategie contro il caldo

Provare per credere


Tutti al mare?
Troppo affollamento ormai.

Temo che il calore dei nostri corpi
lo scaldi ancora di più.

Viene consigliato di abbandonare i pensieri
che arroventano il cervello.

Tutto quello che pesa, e il corpo fa fatica
a portare.

Difficile però togliersi di dosso facce,
personaggi, avvenimenti, fatti, versioni,
parole, insulti, droni…

È difficile anche mandare a quel paese,
non c’è uno/una che accetti umilmente:
“Sì, vado”!

Un po’ di silenzio e un po’ d’acqua fresca,
per favore.

***

Divieti creativi


Visitare la città “veduta”, la città cartolina, la città stereotipo.
Morderla e fuggire inseguiti dal tempo, dai costi, dalla pigrizia. Dall’abitudine mooolto civica che disperde lattine, bottiglie vuote, incarti di panini e pizze, tovagliolini volanti…

È anche questo un turismo, a cui molti zelanti amministratori pensano di porre rimedio col divieto creativo. Talmente creativo da indurre piacere anche a chi è diretto verso il municipio con carta bollata e ricorso in tasca. Avendo ricevuto una multa sull’infradito.

Perché ormai il souvenir dell’estate non è più il magnete da frigorifero, il piatto dozzinale da parete di mano maldestra, ma l’ordinanza comunale. Ogni borgo lancia la sua, a tutti i costi più fantasiosa di quella del vicino.

Vietato il bikini sul viale, vietato il panino all’ombra, vietata proprio l’ombra, vietata la birra sul muretto, vietato sedersi, vietato sostare, vietato fumare, vietato essere in ventisei invece che in venticinque.

Vietato introdurre zaini e borse termiche, vietata l’ombra tranne che per bambini e anziani dai 65 in su, presenza a tempo in certi luoghi, ma non più di cento, tiket “ambientale” a persona.
Alle 21 coprifuoco, tutti “fuori” dal luogo protetto, pur stando fuori.

Vietato respirare a pieni polmoni, il divieto è già in auge da qualche parte perché ruba troppa aria ai locali e al luogo.
Un alito non perfetto altera anche la purezza dell’aria.

Il turista ideale, del resto, è stato finalmente individuato: arriva vestito come per un convegno internazionale, mangia solo al tavolo, in piedi, cammina senza fermarsi, contempla il panorama senza sostare troppo, guardare troppo, e creare assembramento, sorride con moderazione e, soprattutto, sparisce prima di dare fastidio.
Infatti non porterebbe mai a casa una ricevuta di multa da 500 euro.

Ma ce n’è anche per i residenti che in alcune cittadine hanno l’obbligo di sradicare le erbacce, sagomare le siepi e le alberature, curare le facciate.

È la vittoria della città-cartolina: così perfetta che, a forza di eliminare tutto ciò che la rende viva, rischia di restare una oleografia da appendere al muro.
Assieme al cimelio della multa ricevuta.

Particolare curioso: non risultano ufficialmente divieti di esposizione in topless o in tanga-bikini-cordino interdentale.

***

Amori

Compro i soliti giornali e, di ritorno, mi siedo su una panchina all’ombra di un olivo ornamentale.
Dopo qualche minuto di lettura e un’occhiata alle vignette, vago con lo sguardo.

Passano ragazzi e ragazze con abbigliamenti di tendenza e stili eterogenei. Capi nuovi già strappati. Larghi, stretti. Scarponi da montagna, scarpine pantofole. Cappucci blackfriars. Tatuaggi che risalgono alle orecchie come maglioni a collo alto.
Il caldo o il freddo non sembrano avere molta relazione.
Forse l’inconscio personale è già nel vestito.

Alle mie spalle il monumento severo a un intellettuale e politico dell’Ottocento dagli enormi favoriti.
Davanti, un liceo famoso a lui dedicato.

Osservo alcuni colombi che tessono saette temerarie da e verso il cornicione marcapiano, sotto una sequenza di grandi finestre lungo la facciata. Tre balconi a serliana in corrispondenza di grandi portali ad arco marcano il ritmo.

Malgrado la pulizia giornaliera (credo), lungo la striscia di selciato alla base dell’edificio noto a distanza molti regalini colombacei. Bianchi, grigi, neri, a palline, a spiaccico…

Forse è il tempo del corteggio.
Un colombo pienotto, grigio argento con una fascia scura fino al becco, fa le danze a una colombina.
Lei sembra o fa la distratta. Guarda dalla parte opposta.
Il colombo fa un giro su sé stesso alzando e abbassando il capo più volte.
La colombina fa due saltelli più in là.
Lo spasimante guadagna i saltelli e ripete la coreografia d’amore.
Gira in un senso e nell’altro.
Abbassa e rialza il testolino.
Tradotto in parole umane potrebbe dire:
Da quando ti ho incontrata non ho avuto più pace…! 
Guarda le mie piume argento… il foulard nero… Non sono abbastanza elegante per te?
Ho persino smesso di beccare mozziconi davanti alla fermata dell’autobus!

Colombina si lancia in un arco rovescio e riapproda diversi metri più in là. Guarda dalla parte opposta. Indifferente.
Attimo di esitazione per il maschio con foulard. Poi tre o quattro saltelli verso la direzione amata.
Pochi istanti dopo, riavutosi, si lancia e approda accanto allo struggente obiettivo.
Lei sempre impassibile. Guarda su e giù. Zampetta lungo il cornicione, estendendo e tirando in fretta il collo avanti e indietro.
Lui dietro, instancabile. Fa un piccolo volo nella direzione opposta come per fermare la dolce riottosa.
Ricomincia la danza. Il giro su sé stesso, destrorso poi sinistrorso. Il capo sempre su e giù.

Con la velocità di un lampo Colombina saetta in basso e poi in alto con grande battito d’ali scomparendo.

Raccolgo i giornali e resto qualche attimo a guardare il cielo.
Il colombo col foulard e Colombina non li ho più visti.

***

Il miracolo retroattivo


Scopiazzando apertamente C’è ancora domani, il film che ha riportato al centro il voto del 2 giugno 1946, il partito della Presidente del Consiglio ha deciso di piegare la storia al culto della propaganda con uno spot.
Due minuti di racconto nazionale in formato tascabile, ma con ambizioni da epopea.

Ambiente e storia. Nel 1946 le donne votarono per la prima volta alle elezioni per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica.
La maggioranza scelse la Repubblica.

Lo spot, però, suggerisce qualcosa di più audace. Quel gesto storico, quel voto, quella conquista, avrebbero trovato il loro compimento decenni dopo: nell’elezione di una donna alla Presidenza del Consiglio, il 22 ottobre 2022.

Non la nascita di una Democrazia.
Non l’ingresso delle donne nella Cittadinanza politica.
Non la Costituzione.
Ottant’anni di storia compressi in un triplo salto carpiato temporale.

Nello spot il percorso dell’emancipazione femminile passa in un imbuto. Da Tina Anselmi e Nilde Iotti, a Maria Elisabetta Alberti Casellati a Marta Cartabia, fino all’investitura finale.

Peccato che Anselmi e Iotti abbiano rischiato la vita nella Resistenza. Casellati sia ricordata soprattutto per la sua lunga fedeltà a Berlusconi e per il celebre voto sulla “nipote di Mubarak”. Cartabia porti la firma di una riforma della giustizia che ha suscitato non poche contestazioni da giuristi.

La protagonista si chiama Teresa. È una donna del 1946. O almeno così ci viene detto.
Sbuca da un angolo e con portamento e falcata da passerella arriva dalla fioraia.
– Signora, domani va a votare?
La domanda arriva in un italiano televisivo sorprendentemente levigato per una strada popolare della Roma nell’immediato dopoguerra.
Teresa esita.
– Ancora non lo so. Grazie.

Torna a casa.
Una casa del 1946, arredata giusto per la ficton. Tutto è ordinato, rassicurante. Della povertà, delle macerie e delle ferite lasciate dalla guerra non c’è traccia.

Siamo appena usciti da vent’anni di dittatura e da un conflitto devastante, ma l’atmosfera è quella di una rievocazione accuratamente sterilizzata. Il neorealismo stilisticamente ne resta fuori. Quella tradizione culturale che raccontò fame, paura e distruzione viene evitata con la stessa cura con cui si evita una corrente d’aria.

Teresa, gioiosa, richiama marito e due figli, per il pranzo:
– A tavola!
Versa il cibo da un coccio lucidissimo di smaltatura (sembra fresco di Ikea).

Poi tutti al cinema, eleganti e impeccabili come figuranti appena usciti dal reparto costumi.

Sul grande schermo scorrono immagini di donne entusiaste che depositano la scheda nell’urna.
Una voce dice: “Oggi per la prima volta le donne italiane si recano a votare. Dalla vecchietta ottantenne, dalle più umili donne del popolo alle monache, tutte sentiamo questo nuovo dovere che ci fa partecipi integralmente della nostra rinata democrazia“.
Piccolo problema: quelle immagini mostrano un evento che deve ancora avvenire. Non è mai avvenuto. Non è mai stato ripreso. E AI è lontanissima.
Si voterà l’indomani.
Ma la cronologia, in questa storia, è un ostacolo secondario.

La voce femminile celebra la partecipazione alla “nostra rinata democrazia“.

Rinata? Nostra?

L’Italia era appena uscita da una dittatura. Prima ancora era stata una monarchia. Più che rinascere, la democrazia stava forse nascendo proprio allora, se fosse prevalso il voto a favore.
L’Italia, di fatto, il giorno del voto era ancora una monarchia: re per quaranta giorni Umberto II, dal 9 maggio al 13 giugno 1946.
Ma gli agiografi, quando prendono velocità, tendono a saltare qualche passaggio.

Arriva la sera.
Il marito legge il giornale, a letto.
– Teresa, allora? Domani si vota. Sei emozionata?
Non il marito autoritario del film della Cortellesi. Piuttosto un uomo sensibile e moderno, raro per l’epoca.
Lei si gira dall’altra parte.
– Se finora hanno fatto a meno del mio voto, possono continuare anche senza.
– Pensaci.
– Ci dormirò su.

Ed ecco il colpo di scena.

Teresa sogna.
Non la Repubblica.
Non la Costituzione.
Non la ricostruzione del Paese.

Sogna il futuro…
Sogna Giorgia Meloni.

Compare un corridoio di investiture simboliche. I ritratti di Anselmi, Iotti, Casellati e Cartabia conducono alla destinazione finale. Suona il campanello del passaggio di consegne. La storia trova il suo senso. La traiettoria si chiude.
È fatta e Teresa è proprio lì!
Assiste alla rivelazione.

Gli sceneggiatori hanno dimenticato la DeLorean di Ritorno al futuro, per riportare Teresa al 1946, ma il viaggio temporale funziona ugualmente.

Quando si risveglia è folgorata.
Corre al seggio.
Vota.
Ci lascia un sorriso con filo di perle.

Una voce conclude:
Il futuro ha bisogno di voi.

Miracolo a memoria futura.
Una profezia retroattiva.

Il voto del 1946 non viene raccontato come l’apertura di una possibilità. Viene rappresentato come la premessa necessaria di un esito già scritto.
La storia non procede più dal passato al futuro.
È il futuro che riscrive il passato.

Si potrebbe dire: Giorgia p’a Repubblica sua.

***

Maggio 2026

La Festa del Lavoro si trascina dietro anche i diritti non riconosciuti. Le retribuzioni che non coprono fine mese. Le disparità di trattamento. Le gravidanze non tollerate. La scarsità di lavoro, la stagnazione della produttività, la delocalizzazione.
Le morti bianche…

Se il datore di lavoro non adotta norme di sicurezza, molti fingono di non vedere e di non sapere. Quando accade l’irreparabile, stigmatizzazione di rito, poi la coscienza torna pulita.

Un operaio (si capirà dopo) è stato segnalato su un prato, apparentemente pestato, sanguinante. Rissa? No. Le indagini scoprono che era stato trasportato in piena campagna dai proprietari di una casa dove eseguiva dei lavori. Gli era crollato un balcone addosso. Romeno, 48 anni. Una tetra commedia per occultare il lavoro in nero.

Un uomo viene scaricato da un’auto a un distributore di benzina. Operaio, era caduto da tre metri di altezza. I responsabili del cantiere lo avevano scaricato lontano a diversi chilometri. Lavoro al nero. Egiziano, 53 anni.

Un operaio con un braccio staccato viene depositato davanti casa sua, con il braccio in una cassetta da frutta. Morirà dissanguato, poteva salvarsi. Bracciante di una comunità Sick.
Caporalato.    

Solo alcune storie disumane del lavoro nella scia della gioiosa
Festa del Lavoro, delle Lavoratrici e dei Lavoratori.
Che difende. Richiama. Rivendica. Unisce.

***     

Lunatici

Satira, con citazione del Piccolo Principe convertito in Piccolo King, della conquista della luna. Il personaggio politicomolto riconoscibile tiene al laccio la luna camminando sul mappamondo.

Nel 1979 l’ONU approvò il Moon Agreement, stabilendo che “la Luna è patrimonio dell’umanità”. Frasi solenni che rimbalzano, e alla fine si sciolgono. Anche perché le grandi potenze – Stati Uniti, Russia e Cina – quel trattato non lo hanno mai ratificato.
Patrimonio dell’umanità, ma senza i proprietari principali.

Niente sovranità nazionale, niente bandiere piantate nel suolo, risorse da usare per il bene comune e per la cooperazione scientifica. Una specie di condominio cosmico, con regolamento condiviso e assemblea permanente.
Chi sarà l’Amministratore?

La bandiera USA piantata al suolo nel primo allunaggio, che non poteva sventolare, provocò molte polemiche. Ma la Cina ha pronta la sua bandiera che con dispositivi elettromagnetici solari, farà perfino sventolare. Nella propaganda l’impatto scenografico è primario.

Poi un salto nella realtà politica. E qui, molto spesso, il regolamento è sullo scaffale polveroso in fondo.

Le missioni private, per esempio, scivolano tra le righe. E così mentre sulla carta del diritto internazionale, la Luna appartiene a tutti, nella realtà qualcuno ha già iniziato a portarsi avanti a gamba tesa.
Chi primo arriva…

Su un carrettino, il personaggio politico molto riconoscibile, porta in giro "la più grande conquista di tutti i tempi": la luna, molto sexy.

Se sulla Terra c’è chi gestisce da privato una fetta della comunicazione globale con una rete satellitare che sfiora anche usi militari, è facile pensare quanto potrà essere “disinteressato”, lassù, dove i controlli sono ancora più lontani.

Nel frattempo, la nuova corsa è partita. Gli Stati Uniti accelerano e dichiarano la missione Artemis IIpriorità di Stato” (con decreto esecutivo); la Cina prepara la sua Chang’e 7 per agosto; e lo spazio torna teatro di competizione più che di cooperazione.
Non una guerra fredda, piuttosto una febbre persistente: abbastanza calda da muovere capitali, tecnologie e ambizioni. Per quanto un certo desiderio bellicista è espressamente esplicitato nella recente conversione del Pentagono da Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra.

Gli Accordi Artemis (2020), firmati con spirito collaborativo, introducono però un succoso regalo: le risorse estratte possono diventare proprietà di chi le estrae. Non il suolo, ma quello che sta sopra, e sotto. Un sottile cavillo, elegante, e soprattutto molto utile.

Ancora più interessante è il diritto di delimitare aree operative con protezione: recinzioni senza filo spinato, confini senza mappe ufficiali, territori dove è meglio non avvicinarsi. Per sicurezza, naturalmente.

Il paesaggio cambia. Spariscono i trattati, compaiono i paletti. Le basi diventano avamposti, le missioni spedizioni, le aziende pionieri-coloni.

Diritto di poter dichiarare “zone di sicurezza”, contro contenziosi, azioni di gruppi ostili, siano compagnie o Stati. Vale a dire zone interdette per difendere singolarità, segreti industriali o militari, particolari progetti. Non è specificato come.
Di fatto proprietà.

Nel West i coloni appena arrivati piantavano paletti, stendevano recinzioni, stavano sempre con la mano sulla Colt o sul Winchester.
Mancheranno i cavalli col lazo, i carri con la cuffia arricciata, le donne con gonna lunga. E gli Indiani.

Nostalgia no stop.

Con saluto militare e inno nazionale, The Chief è sull'ttenti sopra il mappamondo, per l'acquisizione del  51° Stato USA: la Luna, da cui pende la bandiera americana. Satira di una conquista.


***

Prigioniere

Un'illustrazione satirica che rappresenta un uomo davanti a un gulag immaginario dove ripone donne. Un cartello all'ingresso recita: 'WOMEN REPRODUCTION GULAG'. Satira della misoginia.

Ci sono i fiori di Bach, i fiori australiani, i fiori MAGA e i fiori AF.
Questi ultimi promettono una cura radicale. Direttamente sulle donne.

Ecco un florilegio recente, pronunciato da un personaggio di spicco di AF (America First), la galassia blu che orbitava nell’assalto a Capitol Hill:

“… Le donne vengono mandate prima ai gulag, ovviamente. Quali donne? Tutte le donne. Ogni donna.
… ha imprigionato gli zingari, gli ebrei, i comunisti, sai, tutti i suoi rivali politici, dobbiamo fare la stessa cosa con le donne.
Quindi vanno prima al gulag. Vanno ai gulag riproduttori. Quelle buone saranno liberate. Quelle cattive faranno fatica nelle miniere per sempre.

Si autodefinisce incel (involuntary celibate).
Nik Fuentes è un generoso dispensatore di allucinazioni suprematiste bianche, impastate con uso retorico della religione. Predica le sue ossessioni come verità rivelate. È stato definito “il più cancellato d’America”, ma la sua influenza, amplificata da streaming e comunità digitali, resta persistente.

I suoi gruppi, Groypers, sono anti-tutto: anti-femminismo, anti-liberalismo, anti-immigrazione… Abitano i labirinti del razzismo bianco. Si sono appropriati di Pepe the Frog, creatura del fumettista Matt Furie: una rana antropomorfa verde, nata semplice e innocente, trasformata – con grande disappunto del suo autore – in icona identitaria delle destre estreme.

Le sue affermazioni sono talmente deliranti da sembrare irreali. Parla un maschio che ha imparato solo il ruolo del dominatore e del predatore. Riduce i corpi a funzione, le persone a marionette. La maternità a produzione. La relazione a comando.
Il corpo della donna fa paura; è il primo obiettivo di deprivazione.
E così la sua psicologia: pericolosa, nemica.

Contro la reductio ad unum, la natura invece insiste sulla molteplicità.
Diritti – e le uguaglianze nei diritti – avanzano comunque, tra resistenze e ritorni.

Dove manca la tenerezza, nasce sempre un recinto.
Dove si teme la libertà, si immagina un gulag.

Forse le donne, in massa, gli direbbero semplicemente:

Ma che stai dicendo?
Di cosa diavolo stai parlando?
What on earth are you saying?
WHAT THE HELL ARE YOU TALKIN ABOUT?

***

Universe board for the NO

Illustrazione umoristica surreale che rappresenta pianeti come Terra, Luna, Saturno, Marte, da cui partono amplificatori, simili a quelli dei grammofoni primi Novecento. Emettono segmali in italiano come "NO!" - "PERCHÉ?" - "PERCHÉ NO!", su uno sfondo spaziale scuro. Il Consiglio Cosmico esprime dei NO.

Consiglio dell’Universo – Seduta straordinaria

Ordine del giorno: NO / NO

NO – Board of Peace. Amoral, immoral Board of Peace. Un Board per fare affari. Scavalca l’ONU e le sue regole: ruberanno terre per impiantarvi colonie.

Il Board of Peace, che Troglo ha voluto e di cui si è attribuita la reggenza a vita, viene rigettato dal Big Bang Bureau (Solar District) con raffiche di onde che attraversano tempo e luce.

Le onde sono state decodificate. La sotto-intelligenza artificiale ha chiesto aiuto a quella naturale universale.
Qualche dettaglio è stato oscurato.
Tipo: “vaf…”

Messaggio cosmico per i potenti o che si credono tali:
La Libertà che state divorando
potrebbe divorare voi.

La Libertà è come l’aria:
non si afferra.
Si vive.
(Non udibile per chi ha l’Acquolina del Potere)

NO– Referendum Italia. Per la “separazione delle carriere” la decifrazione è chiara:

Repellendum.
Assordanti NO:
Per il potere che si crede eterno.
Per la paura che lo nutre.
Per la furbizia che lo amministra.
(Non udibili da orecchie viziate da interest conflict, dollar fever, power of the armchair).

Messaggio cosmico per i terrestri:
State rovinando il pianeta, con guerre, inquinamenti, distruzioni di specie.
Vi lamentate di disastri che voi stessi provocate.

Vi siete appropriati del nucleare
■ proprietà cosmica –
e avete incenerito 200.000 vostri simili.

Qui, nel Cosmo, tutto è ordinato
secondo leggi che conoscete
e altre che non conoscete.

E se continuate nella vostra linea
è meglio che non le conosciate.

Vi aspettano catastrofi.

La Luna è intatta.
Marte è intatto.
Saturno è intatto.
Giove e l’intero sistema solare sono intatti.
Solo da voi il sistema non è rispettato.

Dichiarazione finale cosmica:

NO è una domanda.
NO è una pausa.
NO è pensiero.
NO è un dovere che non conosce obbedienza e connivenza.
Stelle e Pianeti, Buchi neri, Comete, asteroidi, meteoriti non competono.
Non sorteggiano.

***


Ponte promenade (4)

Illustrazione satirica del Ponte sullo Stretto di Messina che mostra la vista geofisica del Mar Mediterraneo sullo sfondo e la scritta "Mare Nostrum". In basso a destra, un pesce spada guizza dall'acqua.

Ultim’ora Ponte sullo Stretto

Ultima variante del ministro&Co competenti, per far fronte alle forti polemiche. Un passo indietro purché il ponte si faccia. Si passa dalla campata (caz**ta) unica su due piloni, al nastro con più ritti in mare aperto, così il pilone sulla terra ferma che insisteva sulla faglia non ci sarà più.
Obiettivo di fondo resta sempre massimizzare i posti di lavoro. Basta polemiche: tagliamo la testa al ponte, sia più sicuro, più produttivo e serva persino come passeggiata panoramica, lungomare istituzionale, ideale anche per jogging patriottico, selfie ministeriali e inaugurazioni permanenti.

Il traffico complessivo avverrà secondo una innovativa separazione delle carriere pedonali:
– cittadini autorizzati
– cittadini in fase di autorizzazione
– cittadini in attesa di chiarimenti normativi.

L’accesso sarà consentito previa verifica di:
– documentazione completa (minimo 4 certificazioni)
– adesione formale al progetto (retroattiva)
– assenza di precedenti dubbi o contestazioni pubbliche.

La passeggiata sarà costantemente sorvegliata dalla Guardia Nazionale per le Opere NoOpere, appositamente istituita, con un rapporto controllori/utenti di 3 a 1.
Resta invariato che in fase di collaudo il ponte verrà percorso a piedi da tutti i membri del Parlamento, compresi commessi, cuochi, barbieri e il resto del personale, preceduti da majorette alte 180 cm. con bande, tricolori e pompon.

***