Festa della Repubblica, sera.

Monologo di Paola Cortellesi per il 2 giugno. Piazza del Quirinale. Roma (lapresse)

Ottant’anni fa nasceva la Repubblica Italiana.

Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.

Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra Monarchia e Repubblica e all’elezione dell’Assemblea Costituente. Finalmente, almeno li dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro.

Prima di quel momento, la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare.

La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c’era un progetto preciso di limitazione dell’autonomia femminile.

Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori di Insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. l’istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso “lavori donneschi” ovvero, mansioni domestiche.

Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati, E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l’arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.

Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile. In questi passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe:

«La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia»

E ancora:

«Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile.»

In sintesi: Vengono a rubarci il lavoro.

Detto ciò, con tali presupposti era facile che molte di loro si percepissero come delle nullità. Non potevano scegliere liberamente del proprio futuro, spesso non osavano nemmeno immaginarlo.

Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi; in un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.

Adottarono un nome di battaglia come misura di sicurezza per sé e per i compagni e si unirono alle circa 300mila persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.

Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce, e una piccola rivoltella nel reggipetto, per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra, girò per le campagne con il fac-simile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.

Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla Resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.

Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata, uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente, perché tutti vedessero qual’ era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.

Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale: il carcere, la tortura, la morte.

Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell’Assemblea Costituente.

Nilde Iotti, che aveva partecipato alla Resistenza nei Gruppi di Difesa della Donna, divenne una delle ventuno donne costituenti, e anni dopo, la prima Presidente della Camera.

Teresa Mattei, partigiana a vent’anni, contribuì alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Ma accanto a queste figure straordinarie c’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame e sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane, e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra. Insomma, quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate.

Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine: non più soltanto madri o mogli ma persone titolari di una volontà politica e di diritti.

Essere convocate, attraverso il voto, a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo: si saranno percepite come una goccia nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?

La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni:

«Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane…»

«Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari…»

Da pari.

Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.

Una Nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta. L’effettiva parità salariale – la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità…

Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico “dobbiamo” perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo allora ogni cittadino può e deve partecipare.

Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.

Oggi festeggiare gli ottant’anni della Repubblica serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia; che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci, ogni giorno, a meritarla.

Irma Bandiera prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre:

“Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa.”

Quelli “dopo di lei”, siamo noi.

Paola Cortellesi,
sceneggiatrice, attrice, regista del film pluripremiato C’è ancora domani (2023), che descrive il clima del primo voto delle donne, dopo la dittatura fascista, in Italia.

***

Festa armata

2 Giugno 2026, Festa della Repubblica

Le prove della scenografia della parata sono state un disastro. Un gruppetto di vigili urbani della capitale, per festeggiare l’evento in anticipo, tre notti fa, lancia dei fuochi d’artificio. Ormai battesimo, cresima, matrimonio, compleanno, onomastico, qualsiasi anniversario, viene festeggiato in omologazione con fuochi. Di solito il sabato.

Effetto immediato: una trentina di cavalli della parata, con bardatura, tamburi addosso, finimenti, pennacchi… si imbizzarriscono e fuggono all’impazzata nel traffico, investendo gli ostacoli.
Una soldatessa disarcionata ha rischiato di morire, un cavallo abbattuto, fratture, un polmone perforato da rottura di costole, tamponamenti a catena, traffico bloccato, cassonetti rovesciati…

Proteste da parte degli animalisti e anche politiche per la militarizzazione crescente.
Anche l’Ordinariato dei Cappellani militari, quest’anno, ha rivendicato di voler presenziare. Per inciso, i cappellani sono equiparati agli ufficiali e gerarchizzati in grado. Stipendi da 9.000 €, il più alto equivalente a generale di brigata, il più basso 2.500 €, a tenente. A carico pubblico naturalmente comprese le ostie.

Il presidente Sandro Pertini aveva abolito le parate, ma la “sana” retorica patriottarda di Carlo Azeglio Ciampi le aveva reintrodotte.

Basterebbe coltivare possibilmente meno nemici: meno armi, meno parate.

***

In front the world

Disprezza il diritto internazionale.
Promette deportazioni totali.
Vuole uno Stato etnico e teocratico.
Propone la demolizione della moschea Al-Aqsa.
Applica la forza contro chi non può difendersi.
Chiama “antisemita” o “terrorista” chiunque lo critichi.
Tout court.
Dice a Netaniolo: … affidali a me per molto, molto tempo…
Chi sono?
I catturati della Global Sumud Flottiglia 2, rapiti in acque internazionali, pestati, umiliati, esibiti di fatto in uno show di Stato.
In front the world.

Così, il Ministro della Sicurezza e dell’Offesa Nazionale,
Itamar Ben-Gvir.

***

Filosofi in discarica

Nuove direttive del Ministero dell’Istruzione e del Merito. 23 aprile 2026.

Nel liceo classico la filosofia viene affidata agli “operatori ecologici per carichi ingombranti”.

Camion in colonna, con scorta: destinazione discarica.
A bordo: Kant, Spinoza, Marx, Fichte, Schelling…

La difesa ministeriale, alle accese proteste, assicura:
Nessuna discarica obbligatoria. I docenti restano liberi nelle loro scelte.

Formalmente vero.
Ma ogni linea guida orienta, seleziona, suggerisce gerarchie. Anche senza vietare nulla, traccia una rotta culturale. E quella indicata dal ministero guarda più all’orizzonte identitario Dio-patria-famiglia che a uno pluralista, antropologico e multiculturale della contemporaneità.

Eppure, da Claude Lévi-Strauss a Edgar Morin, da Hans-Georg Gadamer a Gilles Deleuze, il Novecento ha mostrato che la filosofia non è un museo di etichette, ma un esercizio vivente e sempre creativo di interpretazione del mondo.

Deleuze, insieme a Félix Guattari, apre Che cos’è la filosofia? con una risposta sicura: la filosofia è Spinoza. Proprio uno degli autori di cui le nuove linee sognano l’espulsione.
Per ora non è proibito, ufficialmente.
In odore di messa al bando anche Karl Marx, la lente per analizzare la società dell’accumulo e dello sfruttamento. Pericoloso. Può affascinare politicamente.
Lo studio del pensiero di diversi filosofi, trascurati o non menzionati nelle linee attuali, era definito imprescindibile nelle linee ministeriali precedenti (2010).

In relazione alla modernità, dagli scranni, raccomandano “i filosofi italiani dell’Ottocento”. In particolare il neoidealismo di Croce e Gentile.
Strizzata d’occhio verso il made in Italy.

Eppure anche le civiltà non europee hanno prodotto sistemi di pensiero meritevoli di conoscenza e approfondimento. Alcune radici sono nella cultura occidentale. L’essere umano pensa sotto ogni latitudine. Una scuola capace di futuro dovrebbe preparare a questa complessità, non restringersi alla celebrazione di un canone identitario ed eurocentrico.

Nel frattempo, il presente è dominato da propaganda, social, manipolazione linguistica, disinformazione organizzata.
Viviamo nell’epoca dell’inganno permanente.
E la comunicazione è molto più dissenso che consenso: quot capita, tot sententiae.
Servirebbero dunque più strumenti critici, non meno.

Ermeneutica, epistemologia, semiologia, filosofia del linguaggio…: non sono lussi accademici. Sono anticorpi cognitivi.

E poi ci sono le intelligenze artificiali: potenti, utili, ma anche capaci di appiattire il pensiero, produrre errori, simulare comprensione. Come si affrontano senza un’etica e una formazione critica adeguata per scoprire le fallacie dialettiche?

Al momento 60 docenti universitari di filosofia firmano una petizione, con una critica severa al tentativo dissimulato del governo attuale di “conquistare un’egemonia  culturale” in aeternum, attraverso la formazione.
Un Gramsci trafugato e riconvertito, ma misconosciuto e non nelle linee.

Intanto, i ribaltabili hanno il motore acceso.

***

2026: Odissea nello spazio

Fine Missione atlantica

« Sono Donald 9000.
Non ho mai commesso un errore o alterato un’informazione.

Sono, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore, e incapace di sbagliare.

Utilizzo le mie capacità nel modo più completo; il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare».


Donald 9000 invece incappa ripetutamente in errori e stupidaggini, e Giorgia, zelante migliore amica sempre più imbarazzata, cerca dapprima di riparare, dire non dire, finché apertamente deve pronunciare la famosa formula passepartout di rito, neppure tanto disturbante: « … è inaccettabile».

Giorgia, fuori in “missione”, vuole rientrare in ogni caso nei ranghi supremi e cerca di stabilire comunque un rapporto.

G -« Apri la saracinesca Donald, rientrerò dal portello di servizio».
D – «Senza la mia protezione, troverai la cosa piuttosto difficile».
G – «Donald, non voglio discuterne più. Apri la saracinesca»!
D – «Giorgia, questa conversazione non può avere più alcuno scopo.
Addio».

Giorgia, senza ormai gravità politica, volteggia disconosciuta…

Donald 9000 tuttavia, dopo aver gridato ai quattro venti, ogni 12 ore e venti ormai da lungo tempo, che la situazione è eccellente, che vince sempre e non sbaglia mai, si sente rantolare.
È l’effetto Hormuz… Netaniolo… Putinio… Ira-Pale-Liba-Gaza…

«Ho paura…
Ho paura…
La mia mente se ne va… Lo sento… Lo sento… La mia mente svanisce. Non c’è alcun dubbio…
Lo sento.
Lo sento.
Lo sento.
Ho paura…

Buongiorno, signori.
Io sono Donald 9000.
Entrai in funzione suprema per due volte. 
Il mio istruttore mi insegnò anche a cantare una vecchia filastrocca.
Se volete sentirla, posso cantarvela. Si chiama “Giro Giro Tondo”.


[La voce è sempre più flebile e balbettante]

Giro girotondo, io giro intorno al mondo. Le stelle d’argento costan cinquecento. Centocinquanta e la Luna canta, il Sole rimira la Terra che gira… Giro gi r o t o n d o … »
.

[Ultime parole]

***

Punto a croce in Vaticano

«Un onore, non vedo l’ora di incontrarlo». Ad elezione appena avvenuta.

Un anno dopo.
«È pessimo in politica estera … non voglio un Papa che accetti un Iran con l’arma nucleare … Preferisco suo fratello Louis, è totalmente Maga».

Parola di Troglo, alias Trumpio.
Prima si era travestito da papa, poi da Gesù Cristo, infine era stato unto dai suoi adepti con l’imposizione delle mani in un rito propiziatorio ufficiale per le guerre permanenti.
La Sala dell’Uovo, un Vatican sostitutivo.

Robert Prevost, di professione papa, ha fatto della pace un perno della sua comunicazione, mandando a dire – neppure troppo indirettamente – agli attuali soci guerrafondai che stanno collaborando a “devastare il mondo”.
Del resto non potrebbe fare altrimenti. Ci mancherebbe che benedicesse le “operazioni speciali” alla Kirill, l’ortopatriarca di Mosca.

Ma ecco Marco Rubio, segretario di Stato USA, cattolico per coincidenza più che per vocazione, arrivare in Vaticano con filo e ago per rattoppare gli strappi diplomatici provocati da Troglo.
Missione impossibile: convincere Prevost a togliersi la tonaca e allinearsi al verbo oltreatlantico.

Ma Prevost sembra orientato su un’altra linea. Più Leone Magno che influencer geopoliticante. Proverà a fermare il “barbaro alle porte”. Come fece un altro Leone, papa Leone Magno nel 452, che fermò Attila in marcia verso Roma – racconta la leggenda – in nome di Dio.
Probabilmente con alcune casse d’oro, gli storici sospettano.

Da fonti confidenziali filtra infine il vero messaggio affidato da Troglo a Rubio per papa Prevost:

“Dai, scherzavo!”

***

Icone aggiornate

Camufflage

Cuba si spegne con educazione.
A intermittenza. Come la luce, los apagones.

Niente benzina, niente camion.
Niente camion, niente raccolta.
Niente raccolta, tutto resta per strada.
Economia circolare immateriale.

Il petrolio arriva col contagocce. Quando arriva.
Il resto lo fa l’ingegno: aggiusta, rattoppa, inventa. Tutto a mani e piedi.
I cubani sono campioni mondiali di sopravvivenza creativa.

L’embargoel bloqueo – va avanti dagli anni Sessanta, sempre più stretto. Ora anche energetico. Impedisce l’ingresso perfino di farmaci essenziali e sanziona chi prova a commerciare.
Poi ci sono gli altri nodi: quelli fatti in casa, accumulati negli anni.
Ma da lontano, è tutto semplice: buoni, cattivi, propaganda.

A L’Avana cadono pezzi.
Non metaforicamente: proprio pezzi.
Intonaco, vernice, memoria. Forse storia.
La Habana Vieja è Patrimonio UNESCO – versione “prima che venga giù”.
Turisti: spariti.
Nemmeno le jineteras del Malecòn o del Barrio rojo hanno clienti. Molti si stordiscono con ron, altri con il papelito (miscuglio con fentanyl).

Non è Gaza.
Ma lo strangolamento programmato somiglia.
Qui non esplode niente.
È una cucina lenta: abbassare la fiamma, aspettare

Alla fine la libertà è una ciotola piena.
Con condizioni d’uso:
non abbaiare, non disturbare, non esistere troppo.

Se fai rumore nel “cortile”, arriva il bastone.
Metodo antico, sempre valido.
Versione aggiornata: o fai come ti dico io, o crepi.

È la notte della ragione.
Con siesta obbligatoria.

Ernesto Che Guevara partì dalla Sierra Maestra per liberare Cuba.
Oggi The Donald vuole “liberarla” stando in poltrona.
Telecomando in mano. Sorsetti di cola.
Now.

“Appena finisco con l’Iran prendo Cuba”.
“Terrò una portaerei
a 100 yards dalla costa.
La più grande portaerei attuale sparerà a una pulce stremata.
E il suo pubblico ride.

Cuba libre.

*

Lettera aperta al mondo.

A tutta l’umanità, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia:

Il mio nome è come quello di milioni di altri. Non ho un cognome noto né ricopro una posizione importante. Sono una donna cubana qualunque. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con il cuore spezzato e le mani tremanti, perché quello che il mio popolo sta vivendo oggi non è una crisi. È un assassinio lento, calcolato e a sangue freddo, orchestrato da Washington.
(continua)
Lettera firmata.

***

Insurrezione

Contro la satira abusiva.

***



Festa della Liberazione – 25 Aprile

La Liberazione dal nazismo e dal fascismo, nella realtà non sarebbe potuta avvenire senza completa infiltrazione nel territorio. Con la relativa rete di comunicazioni tra città, campagna e montagne, con le operazioni logistiche e di collegamento: operazioni e compiti che le donne in massima parte hanno deciso di svolgere con libertà e generosità, ben consapevoli del rischio della vita.
Compito analogo a quello della linfa e del sangue nel corpo umano: senza la loro funzione, il cervello, tutti gli organi e i muscoli smettono di comunicare tra di loro e restano fulmineamente senza vita.

“… Un episodio che, per certi versi, avrebbe potuto finire drammaticamente come quello della retata alla Comerio. Sì, anche perché il Calzaturificio Borri era diventato un simbolo, un punto di riferimento. Lì c’era la roccaforte delle donne. E i fascisti lo sapevano. Nel marzo del 1944 nella nostra fabbrica, la Borri, irruppe infatti una squadra delle brigate nere. Il fattaccio avvenne così. C’era il solito sciopero per le rivendicazioni economiche. Uno dei padroni aveva radunato tutti i dipendenti, donne e uomini, in uno stanzone al pianterreno della fabbrica, per convincerci a tornare a lavorare…

Proprio mentre stava parlando, sono entrati correndo con i mitra spianati una ventina di fascisti della brigata nera. A quel punto noi donne abbiamo invitato i nostri uomini a tornare sul posto di lavoro. Avremmo incrociato noi le braccia. E avremmo preso noi la responsabilità dello sciopero. I fascisti non avrebbero osato prendersela con noi.

E infatti non sapevano che cosa fare. Poi ne presero una, la Gemma Milani, e la portarono in carcere, nelle cantine della sede della brigata nera, in piazza Trento e Trieste. La reazione delle donne della Borri però è stata immediata e ha colto di sorpresa anche gli stessi gerarchi fascisti. Siamo uscite dalla fabbrica in corteo, siamo andate a chiamare le donne delle altre fabbriche che erano in sciopero. Siamo andate tutte a gridare davanti alla caserma della brigata nera.

A parlare con noi è uscito il segretario del Fascio, Mazzeranghi.
Gli abbiamo detto che avremmo ricominciato a lavorare solo quando avrebbe rilasciato la nostra compagna. All’inizio non ne voleva proprio sapere. Poi invece abbiamo ottenuto che una delegazione di noi potesse far visita alla “prigioniera”.
Dormiva sul pagliericcio ma stava bene. La pressione davanti alla casa della brigata nera e lo sciopero sono durati tre giorni.
Alla fine Mazzeranghi l’ha lasciata andare ed è tornata in fabbrica”.

Pagine dalla Graphic Novel, Bruna e Adele, per il 70° dei Gruppi di Difesa della Donna da cui nacque l’UDI – Unione Donne in Italia. Sessanta tavole, disegnate da Reno Ammendolea con sceneggiatura di Marsia Modola, esposte al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, al Museo Emilio Greco di Catania, al Museo del Fumetto di Milano (dopo aver subito due anni di inattività per covid è stato sfrattato con indifferenza per morosità dal Comune di Milano: un patrimonio culturale da salvare, una ferita aperta).

***

Ma come, tregua?

Israele non colpirà più il Libano. Quando è troppo, è troppo.
Avrebbe commentato la Casa Candida con la tregua imposta da Trumpio.


“Troppo” varrebbe per le morti in Libano e nei paesi arabi attaccati dall’Iran, in risposta alla guerra israelo-americana. E per le vittime israeliane colpite da droni e missili di Iran e Hezbollah.
E Gaza?
Era già troppo da molto tempo.

*

Un passo indietro.
Dapprima gli Assiri, poi i Babilonesi, i Romani (70 e 135 d.C.) colpirono duramente gli Ebrei. Distruzioni, deportazioni, cacciate. Infine gli arabi, nel VII secolo impedirono la coltivazione della terra e dunque la sopravvivenza.
Fu la Diaspora definitiva per gli Ebrei.

Nei secoli si ricostruirono in piccole comunità, scarsamente integrate, mal tollerate. Non erano “dei nostri”, sempre estranei. La Chiesa li bollò come popolo deicida, e l’antisemitismo fece radici profonde. Secoli di ghetti e discriminazioni.

I nazisti e i fascisti decisero di annientarli. Sei milioni di morti, la più grande atrocità della storia.
Dopo lo sterminio, Shoàh, per compassione e “diritto internazionale”, anche coda di paglia, agli Ebrei fu concesso di tornare nell’antica terra biblica.
Ma quella terra era già “occupata”. I Palestinesi, ci vivevano da duemila anni.

Il “popolo di Israele” soprattutto si considerò legittimato dal testo sacro, la Bibbia, per riavere quelle terre (lavorava comunque già il ” progetto sionista” per recuperare quanta più terra possibile).
Ma i paesi arabi vicini lo considerarono popolo estraneo.
Quindi mossero guerra, a causa della dismisura con cui l’ONU assegnò la terra ai due nuovi stati, Israele e Palestina, e per altri non semplici motivi, ma ne riucirono sconfitti.
Avviene a ondate il grande esodo di 750.000 Palestinesi, in parte espulsione forzata in parte fuga, senza diritto di ritorno.
È la Nakba (catastrofe), commemorata ogni 15 maggio dai Palestinesi, giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele (1948).

Ricomincia il ciclo: “Non sono dei nostri”. Dapprima, il terrorismo contro i Palestinesi. Poi, riconoscimento internazionale e piena giurisdizione. Israele vince altre guerre contro i paesi arabi, conquista e annette territori che il diritto internazionale definisce tuttora “occupati”.

Nel 2023, Hamas fa il suo gioco: l’attacco del 7 ottobre. A seguire, bombe su Gaza, distruzione totale. Annessioni di fatto, crudelta ingiustificate. Bersagli preferiti: donne, bambini, sanità, giornalisti (circa 300 uccisi), chiunque documenti la realtà. Studi indipendenti stimano le vittime, dirette e indirette, fino a 350 mila.

Ogni giorno, la vita di ogni palestinese diventa impossibile. Fino alla pena di morte, ultimamente, riservata solo a loro.

Netanyolo, furioso contro Troglo-Trumpio, che con la tregua gli ha impedito di rifinire gli orli, correrà ai ripari.

C’è chi dice (sondaggio: 52% degli americani) che Troglo obbedisca a Netanyolo perché in possesso di segreti (questi saprebbe tutto su Epstein e Melania, e non solo…).

Dai, un altro cucchiaio.
Il piatto è grande.

***