Ma come, tregua?

Vignetta satirica raffigurante Netanyahu che imbocca Trump.

Israele non colpirà più il Libano. Quando è troppo, è troppo.
Avrebbe commentato la Casa Candida con la tregua imposta da Trumpio.


“Troppo” varrebbe per le morti in Libano e nei paesi arabi attaccati dall’Iran, in risposta alla guerra israelo-americana. E per le vittime israeliane colpite da droni e missili di Iran e Hezbollah.
E Gaza?
Era già troppo da molto tempo.

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Un passo indietro.
Dapprima gli Assiri, poi i Babilonesi, i Romani (70 e 135 d.C.) colpirono duramente gli Ebrei. Distruzioni, deportazioni, cacciate. Infine gli arabi, nel VII secolo impedirono la coltivazione della terra e dunque la sopravvivenza.
Fu la Diaspora definitiva per gli Ebrei.

Nei secoli si ricostruirono in piccole comunità, scarsamente integrate, mal tollerate. Non erano “dei nostri”, sempre estranei. La Chiesa li bollò come popolo deicida, e l’antisemitismo fece radici profonde. Secoli di ghetti e discriminazioni.

I nazisti e i fascisti decisero di annientarli. Sei milioni di morti, la più grande atrocità della storia.
Dopo lo sterminio, Shoàh, per compassione e “diritto internazionale”, anche coda di paglia, agli Ebrei fu concesso di tornare nell’antica terra biblica.
Ma quella terra era già “occupata”. I Palestinesi, ci vivevano da duemila anni.

Il “popolo di Israele” soprattutto si considerò legittimato dal testo sacro, la Bibbia, per riavere quelle terre (lavorava comunque già il ” progetto sionista” per recuperare quanta più terra possibile).
Ma i paesi arabi vicini lo considerarono popolo estraneo.
Quindi mossero guerra, a causa della dismisura con cui l’ONU assegnò la terra ai due nuovi stati, Israele e Palestina, e per altri non semplici motivi, ma ne riucirono sconfitti.
Avviene a ondate il grande esodo di 750.000 Palestinesi, in parte espulsione forzata in parte fuga, senza diritto di ritorno.
È la Nakba (catastrofe), commemorata ogni 15 maggio dai Palestinesi, giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele (1948).

Ricomincia il ciclo: “Non sono dei nostri”. Dapprima, il terrorismo contro i Palestinesi. Poi, riconoscimento internazionale e piena giurisdizione. Israele vince altre guerre contro i paesi arabi, conquista e annette territori che il diritto internazionale definisce tuttora “occupati”.

Nel 2023, Hamas fa il suo gioco: l’attacco del 7 ottobre. A seguire, bombe su Gaza, distruzione totale. Annessioni di fatto, crudelta ingiustificate. Bersagli preferiti: donne, bambini, sanità, giornalisti (circa 300 uccisi), chiunque documenti la realtà. Studi indipendenti stimano le vittime, dirette e indirette, fino a 350 mila.

Ogni giorno, la vita di ogni palestinese diventa impossibile. Fino alla pena di morte, ultimamente, riservata solo a loro.

Netanyolo, furioso contro Troglo-Trumpio, che con la tregua gli ha impedito di rifinire gli orli, correrà ai ripari.

C’è chi dice (sondaggio: 52% degli americani) che Troglo obbedisca a Netanyolo perché in possesso di segreti (questi saprebbe tutto su Epstein e Melania, e non solo…).

Dai, un altro cucchiaio.
Il piatto è grande.

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ZOHRAM

Cartoon depiction of a masked character named Zohram wearing a large hat and formal suit, holding a sword, with tall buildings in the background.

IL NUOVO “Z” CHE SEGNA I TEMPI

“Z come Zelo per la Verità.”
“Z come Zero tasse per chi già paga onestamente.”
“Z come Zitto, Donald, e alza il volume quando parlo!”

Le sue gesta fanno il giro del mondo, ma nessuno sa chi sia.
Finché ci saranno prepotenti che confondono la menzogna con il marketing, Zohram continuerà a incidere la sua Z sulla bacheca del potere.

Dall’alto dei grattacieli di Manhattan – o forse da un loft di Brooklyn –, il nuovo vendicatore globale colpisce.
Ma c’è chi giura che viva in un coworking di Brooklyn, chi lo immagina in un monastero tibetano alimentato a Wi-Fi.

Maschera nera, completo classico impeccabile alimentato a pannelli solari, e una spada fatta di tweet affilati. Ha anche una frusta moral-digitale, lo schiocco si è sentito a chilometri di distanza.

Ogni notte, mentre i notiziari si spengono e i talk show ripetono il solito mantra (“Make America Something Again, Whatever”), Zohram appare.
Silenzioso. Digitale. Invisibile.
Con un gesto preciso, zac!, lascia la sua firma: una Z fiammeggiante incisa non sul petto dei prepotenti, ma sui loro feed.

Il suo bersaglio preferito?

Il magnate pel di granturco, ora impegnato a vendere bibbie autografate, tappeti rossi, orologi, chitarre, tutto marchiato: The Donald. Un uomo capace di trasformare un processo in un reality, una bugia in un brand, un assalto in un party, dispensatore generoso di insulti ad dis-honorem.

Zohram non lo combatte con spada e frusta – che sono solo iconiche. Risponde con citazioni di Cervantes, fotomontaggi e video AI in cui Melania gioca a checkers con Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, e passeggia con Martin Luther King.

Ogni volta che The Donald lancia un post roboante-repellente, Zohram interviene, spadaccinando l’algoritmo.

Gli è stato chiesto chi lo finanzi. Ha risposto, in un’apparizione, col suo largo sorriso sotto la maschera:

“Io? Nessuno. Rubo solo like ai ricchi… e li redistribuisco ai poveri.”

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