ZOHRAM

Cartoon depiction of a masked character named Zohram wearing a large hat and formal suit, holding a sword, with tall buildings in the background.

IL NUOVO “Z” CHE SEGNA I TEMPI

“Z come Zelo per la Verità.”
“Z come Zero tasse per chi già paga onestamente.”
“Z come Zitto, Donald, e alza il volume quando parlo!”

Le sue gesta fanno il giro del mondo, ma nessuno sa chi sia.
Finché ci saranno prepotenti che confondono la menzogna con il marketing, Zohram continuerà a incidere la sua Z sulla bacheca del potere.

Dall’alto dei grattacieli di Manhattan – o forse da un loft di Brooklyn –, il nuovo vendicatore globale colpisce.
Ma c’è chi giura che viva in un coworking di Brooklyn, chi lo immagina in un monastero tibetano alimentato a Wi-Fi.

Maschera nera, completo classico impeccabile alimentato a pannelli solari, e una spada fatta di tweet affilati. Ha anche una frusta moral-digitale, lo schiocco si è sentito a chilometri di distanza.

Ogni notte, mentre i notiziari si spengono e i talk show ripetono il solito mantra (“Make America Something Again, Whatever”), Zohram appare.
Silenzioso. Digitale. Invisibile.
Con un gesto preciso, zac!, lascia la sua firma: una Z fiammeggiante incisa non sul petto dei prepotenti, ma sui loro feed.

Il suo bersaglio preferito?

Il magnate pel di granturco, ora impegnato a vendere bibbie autografate, tappeti rossi, orologi, chitarre, tutto marchiato: The Donald. Un uomo capace di trasformare un processo in un reality, una bugia in un brand, un assalto in un party, dispensatore generoso di insulti ad dis-honorem.

Zohram non lo combatte con spada e frusta – che sono solo iconiche. Risponde con citazioni di Cervantes, fotomontaggi e video AI in cui Melania gioca a checkers con Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, e passeggia con Martin Luther King.

Ogni volta che The Donald lancia un post roboante-repellente, Zohram interviene, spadaccinando l’algoritmo.

Gli è stato chiesto chi lo finanzi. Ha risposto, in un’apparizione, col suo largo sorriso sotto la maschera:

“Io? Nessuno. Rubo solo like ai ricchi… e li redistribuisco ai poveri.”

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Le comiche iniziali e quelle finali

Vignetta satirica sul segreto di stato interpretato dalle maschere storiche del teatro italiano.


Sommario

Nijeem Osama Almasri è un generale libico, capo della polizia giudiziaria. È accusato di torture, omicidi e crimini contro l’umanità.
Almasri a gennaio ’25 fa un viaggetto in Europa: Londra, Bruxelles, poi Germania dove viene controllato dalla polizei di Monaco.
Dodici giorni dopo aver iniziato il viaggio, è colto da un mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale, sulla base delle denunce e della documentazione in suo possesso.
Il 18 gennaio arriva a Torino, il 19 viene arrestato, il 21 viene “espulso”, portato in Libia con volo di stato, dove viene accolto con tutti gli onori e issato in spalla dai suoi sostenitori.

Come il governo italiano gestisce l’operazione – cattura/atti/motivazioni ufficiali/rilascio – va immaginat0 su schermo nero, cornicette bianche e musiche accelerate, stile anni Venti, fotogrammi 16 al secondo e non 25.  

Il caso Almasri all’italiana.

Dapprima la linea ufficiale: «Non c’entriamo, ha fatto tutto la magistratura».
Sarebbe come dire: «Non sono stato io, è stato il mio compagno di banco», ma con toni da conferenza stampa.

Poi, seconda versione:
«Abbiamo agito nell’interesse dello Stato».
Allora c’entrano, ma solo un po’. È la difesa del bambino col dito nella marmellata che dice: «Non la stavo mangiando, la stavo salvando dalle formiche».

Infine, la terza acrobatica narrazione:
«Sapevamo del mandato di cattura da gennaio».
Perfetto. Dopo mesi di “non ne sapevamo nulla”, si scopre che invece sì, ne sapevano. Ma forse non volevano preoccuparsi troppo: dopotutto, chi non ha un mandato di cattura pendente attaccato al frigorifero con una calamita?

Nel frattempo, l’Europa osserva, la CPI bacchetta (procedura d’infrazione), e il governo continua a raddrizzare la linea politica con la stessa grazia con cui si tenta di raddrizzare una banana o di far stare in piedi una marionetta snodata.
C’è chi parla di “malinteso istituzionale”, chi di “strategia di Stato”.

Sullo sfondo: conferenze stampa con frasi come «Abbiamo agito nel rispetto delle leggi» e il disorientamento di chi si è appena perso sul manuale della lavatrice: “era scritto in inglese…”

Bastava imporre: Segreto di Stato [sporco].

Nelle comiche non è richiesto essere coerenti.
La auto-satira ha un vantaggio, non deve fingere di essere coerente.

Il caso Almasri alla libica.

La procura di Tripoli (in mano oggi a una fazione avversa) ne ha ordinato l’arresto, con una lezione di diritto…
La famosa pasquinata Quod non fecerunt barbares, fecerunt Barberini appesa alla statua di Pasquino (contro il papa Urbano VIII e la sua famiglia, i Barberini, che nel sec. XVII° depredarono Roma di pietre e bronzi) in questi giorni va capovolta, riadattata e riappesa: Quod fecerunt Libici non fecerunt Pinocchius, Pullicinella, Colombina.

Omessi altri particolari divertenti.

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