
Su un tavolino, all’aria brillante del mattino, davanti casa, mi diverto a costruire con i Lego dei miei nipoti.
Edifici.
Sbalzi, torri, pensiline, passerelle. Tre corpi collegati, con un perimetro a mezzo esagono. Residenziale? Rappresentanza? Non saprei.
Passa una signora. Occhiali, capelli bianchi curati, vestito fiorato. Graziosa. Si ferma a guardare.
— Bellissimo!
— Grazie, gentile!
— Quando escono i nuovi Lego?
Forse mi ha preso per un esperto. Un appassionato.
— A brevissimo — mi viene da rispondere.
Faccio pochi passi e impiego qualche minuto a radunare la ciurma, per presentare e regalare l’opera ai nipotini.
Quando torno al tavolino, l’opera non c’è più. Resto a guardare il tavolo vuoto.
Guardo intorno. Poi chiedo a dei bambini che giocano lì accanto.
— Quelli… — mi dicono.
Intravedo, con gli occhi diventati cannocchiali, alcuni bambini che hanno in mano pezzi di plastica gialla.
Mi precipito.
Percorro a balzi lo scorcio di strada che finisce sul mare.
— Dove avete preso questo? Chi ve lo ha dato?
— Nonna, quella…
Alcuni gradini. Una porta all’angolo. E una figuretta incorniciata dai capelli bianchi.
La riconosco.
Salgo i gradini, entro e comincio a sbraitare.
— Ma come, lei ruba ai nipoti degli altri per dare ai suoi nipoti…!
Impreco, snocciolo una litania moraleggiante, naso contro naso.
— Ridammi subito quello che hai rubato! — sto per dirle. — Brutta strega.
Lei tergiversa. Fa qualche passetto, con noncuranza. Guarda il soffitto basso.
Quella quasi strafottenza mi fa perdere la pazienza.
— Ti rompo tutto!
Afferro un grande orcio di terracotta appoggiato su un tavolo e lo sollevo.
— Va bene, te li ridò. Ma prima devo entrare qui.
In un angolo della stanza c’è uno spazio separato da una tenda fiorata, come fosse un piccolo bagno. Lo stesso fiorato del vestito.
Acconsento, perentorio e accigliato.
Aspetto.
Intanto mi guardo intorno.
Alle pareti sono appese chiavi meccaniche, una grande chiave inglese dal ferro ingrigito, una serie di cacciaviti ordinati per grandezza, un piede di porco dal manico rosso, come appena uscito dal ferramenta.
Guardo l’orcio che ho ancora tra le mani.
— Questa ruba. Devo andare dai carabinieri.
Lei non esce.
Passa un po’ di tempo.
Allora, con un gesto brusco, quasi una stoccata, tiro la tenda.
Nessuno.
Lo spazietto è vuoto.
Una strega.
Proprio una strega.
— Ora ti spacco tutto, brutta…
Riafferro l’orcio, alzo le braccia.
— Ecco…
È lei.
Rientra dalla porticina esterna, quella in cima ai gradini.
Ha una sacca.
Dentro, una busta di plastica.
La tocco.
Lego.
Sono proprio quelli.
— Ma cosa hai fatto? È tutto smontato! Mancano le basi… Chi sei?
Lei mi guarda. Sorride.
— I Lego sono per tutti i bambini.
Poi aggiunge:
— Non hai bisogno di basi.
Pausa.
— Ho visto. Le tue mani sono di architetto.
Rimango con l’orcio in mano.
Non so più cosa dire.
A distanza di ore o di anni, non so se disparve di nuovo.
***
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