NO – Board of Peace. Amoral, immoral Board of Peace. Un Board per fare affari. Scavalca l’ONU e le sue regole: ruberanno terre per impiantarvi colonie.
Il Board of Peace, che Troglo ha voluto e di cui si è attribuita la reggenza a vita, viene rigettato dal Big Bang Bureau (Solar District) con raffiche di onde che attraversano tempo e luce.
Le onde sono state decodificate. La sotto-intelligenza artificiale ha chiesto aiuto a quella naturale universale. Qualche dettaglio è stato oscurato. Tipo: “vaf…”
Messaggio cosmicoper i potenti o che si credono tali: La Libertà che state divorando potrebbe divorare voi.
La Libertà è come l’aria: non si afferra. Si vive. (Non udibile per chi ha l’Acquolina del Potere)
NO–Referendum Italia. Per la “separazione delle carriere” la decifrazione è chiara:
Repellendum. Assordanti NO: Per il potere che si crede eterno. Per la paura che lo nutre. Per la furbizia che lo amministra. (Non udibili da orecchie viziate da interest conflict, dollar fever, power of the armchair).
Messaggio cosmico per i terrestri: State rovinando il pianeta, con guerre, inquinamenti, distruzioni di specie. Vi lamentate di disastri che voi stessi provocate.
Vi siete appropriati del nucleare ■ proprietà cosmica – e avete incenerito 200.000 vostri simili.
Qui, nel Cosmo, tutto è ordinato secondo leggi che conoscete e altre che non conoscete.
E se continuate nella vostra linea è meglio che non le conosciate.
Vi aspettano catastrofi.
La Luna è intatta. Marte è intatto. Saturno è intatto. Giove e l’intero sistema solare sono intatti. Solo da voi il sistema non è rispettato.
Dichiarazionefinale cosmica:
NO è una domanda. NO è una pausa. NO è pensiero. NO è un dovere che non conosce obbedienza e connivenza. Stelle e Pianeti, Buchi neri, Comete, asteroidi, meteoriti non competono. Non sorteggiano.
Ultima variante del ministro&Co competenti, per far fronte alle forti polemiche. Un passo indietro purché il ponte si faccia. Si passa dalla campata (caz**ta) unica su due piloni, al nastro con più ritti in mare aperto, così il pilone sulla terra ferma che insisteva sulla faglia non ci sarà più. Obiettivo di fondo resta sempre massimizzare i posti di lavoro. Basta polemiche: tagliamo la testa al ponte, sia più sicuro, più produttivo e serva persino come passeggiata panoramica, lungomare istituzionale, ideale anche per jogging patriottico, selfie ministeriali e inaugurazioni permanenti.
Il traffico complessivo avverrà secondo una innovativa separazione delle carriere pedonali: – cittadini autorizzati – cittadini in fase di autorizzazione – cittadini in attesa di chiarimenti normativi.
L’accesso sarà consentito previa verifica di: – documentazione completa (minimo 4 certificazioni) – adesione formale al progetto (retroattiva) – assenza di precedenti dubbi o contestazioni pubbliche.
La passeggiata sarà costantemente sorvegliata dalla Guardia Nazionale per le Opere NoOpere, appositamente istituita, con un rapporto controllori/utenti di 3 a 1. Resta invariato che in fase di collaudo il ponte verrà percorso a piedi da tutti i membri del Parlamento, compresi commessi, cuochi, barbieri e il resto del personale, preceduti da majorette alte 180 cm. con bande, tricolori e pompon.
Ponte sullo Stretto di Messina. Variante proposta dal ministro delle infrastrutture per raddoppiare i posti di lavoro. La forza lavorativa da impiegare risulterebbe 20 volte superiore ai numeri di partenza. Previste almeno 500.000 unità lavorative. Il traffico m/q aumenterebbe almeno del 50%. I tempi di percorrenza senza dubbio si allungano, ma a vantaggio dell’altalena oscillatoria goduta sui piani orizzontale e verticale. In fase di collaudo il ponte verrà percorso a piedi da tutti i membri del Parlamento, compresi commessi, cuochi, barbieri e il resto del personale, preceduti da majorette alte 180 cm. con bande, tricolori e pompon. (Da fonte ministero / preliminare esecutivo).
Ponte a rotta di collo. Ponte a perdifiato. Lungo e debilitante raccontare la storia del Ponte sullo Stretto di Messina. Sollevò e solleva grossi interrogativi soprattutto su aspetti tecnici, alcuni sottovalutati, altri non risolti con la dovuta attendibilità e cautela. Particolarmente su parametri di sicurezza e tipologie delle deformazioni (preoccupanti), prove insufficienti in galleria del vento, risposta sismica incerta, linea alta velocità, lavorabilità in aere… Una cosa sono le prove di laboratorio a scala ridotta, altra la risposta a scala esecutiva reale (esperienza diretta di Mario de Miranda). Pensare che l’INGV ha appena diramato il rapporto sull’attività sismica in Italia per il 2025: sono avvenute 15.759 scosse, 46 al giorno, una ogni 33 minuti. Se ne vuole la costruzione a tutti i costi, sulla riesumazione del vecchio/recente progetto approvato (2011), poi “aggiornato”, ma ancora privo di completamenti esecutivi peculiari. Lo afferma Mario de Miranda che è progettista di fama internazionale, insieme ad altri colleghi progettisti di ponti, in uno studio pubblico.
Ma per aggirare, scavalcare, ignorare ci sono i maestri di professione. Il governo Georgica ne accoglie molti. Il Ponte sullo Stretto è un rollè troppo sostanzioso e invitante, una volta scongelato, va consumato. Ma potrebbe comunque essere tossico. Anzi mortale – gli dei non vogliano-. La cautela sembra patrimonio dell’umanità in estinzione.
Quanti ricordano la tragedia del Vajont? Una tragedia progettata. Con lo stesso affanno costruttivo a rotta di collo, e con maledetta predeterminazione. Malgrado i dati reali, le avvisaglie di disastro, gli studi e i pareri contrari, si volle costruire a tutti i costi, in nome del primato. Perché l’opera era imponente, ardita, la più alta del mondo (1960), la più appetibile, vanto della tecnologia ingegneristica italiana. Negligenze, occultamenti, sottostime, enormi interessi… il lievito madre dei disastri. E il disastro fu una enorme tracimazione generata dal distacco dei costoni del Monte Toc. Il quale aveva già mandato un chiaro avviso un anno prima, e poi pizzini. Ci furono interi paesi cancellati e 1.917 vittime. Due ingegneri condannati, poi pena condonata. Un ingegnere si suicidò per rimorso.
Il ministro di competenza attuale, Salvoni, per affrettare l’iter dei lavori del Ponte sullo Stretto, risponde sbrigativamente col fiatone alle eccezioni poste a ottobre dalla Corte dei Conti su tutta l’operazione progettuale: si inventa il commissariamento. Nella bozza del DDL in via di approvazione figurano due commissari, di cui uno è l’amministratore delegato della stessa Società Stretto di Messina SPA, concessionaria proponente la progettazione-gestione-esecuzione del Ponte. L’altro, responsabile per i collegamenti ferroviari, è amministratore delegato di FRI (Rete Ferr. Ita).
Ma il vero obiettivo del ministro&Co è impedire ai magistrati della Corte dei Conti di ficcare il naso e ottenere uno scudo penale per il seguito.
Se il lupo si vuol mangiare le pecore è ridicolo affidargliele. Per un’opera pubblica di tale impatto e importanza sarebbe un privato interessato a decidere secondo le convenienze di parte, non certo imparziale.
Una delle trovate per rafforzare la necessità della costruzione del ponte è stata (2024) la valutazione proposta come opera strategica, “opera militare” da far entrare nelle spese PIL per la difesa. Avrebbe favorito i collegamenti tra le basi NATO. E avrebbe rafforzato la stessa NATO col collegamento stabile, in alternativa al traghettamento. NATO ha risposto: no, cari! Ma fu lo stesso ministro della difesa a rimandare indietro il documento che lo chiedeva e a smontare la valutazione come “opera militare”. Una fila di carri armati, pesantissimi, per 3,300 km. magari in doppia corsia, con cingoli che lasciano il solco, grandi vibrazioni in sommatoria, treni… sarebbe follia. In caso di attacco non esiste nemico tanto stupido da non far saltare per prime le infrastrutture di comunicazione e collegamento. Incalza il ministro degli esteri: ma serve all’evacuazione per un eventuale attacco da sud! Chi evacua? Da dove a dove? Evacua tutta la Sicilia? Tutta l’Italia? In un budello? Esercizi a vanvera.
Ma i bravi dell’Innominabile mandano a dire: «Quel ponte s’ha da fare!».
Intanto il ministro responsabile sta correndo allegro, su monobob. Senza casco.
Le opposizioni e le critiche geotecniche sull’assetto territoriale di contesto e sull’architettura del paesaggio non scalzano la rotta di collo e i pennacchi.
Per salire alla quota di piattaforma, 70 m, e attraversare lo Stretto tra Calabria e Sicilia, occorrono qualche decina di km in ingresso e altrettanti in uscita. Il ponte cioè continua per decine di km. su un versante e sull’altro, ben oltre il segmento sull’acqua, di 3.300 m. Enorme l’impatto ambientale per le doppie rampe (gommati / treni) in graduale elevazione e per sterri/discariche di milioni di m. cubi di materiali. La chiusura per forte vento durerebbe più di una trentina di giorni all’anno. L’oscillazione dell’impalcato su 3 km potrebbe arrivare a circa 12 m in orizzontale e 10 in verticale nel tratto centrale (inevitabile, essendo struttura elastica). Il tempo guadagnato nell’attraversamento si paga, non solo nel percorso di raccordo (20+20 minuti, salvo traffico), ma ulteriormente nei tempi di lumaca per recarsi in qualsiasi località, essendo disastrose le condizioni della rete viaria, sia a ovest, sia a est del ponte. Nessun ponte simile (Bosforo e Akashi Kaikyō) prevede passaggi di treni ad alta velocità. La stragrande maggioranza del traffico è di locali (70-80%, 15.000 unità/anno), pendolari senza macchina. Il flusso complessivo merci/viaggiatori/per anno è in decrescita costante: preferiti nave-aereo per merci e passeggeri di lungo tratto. La faglia su cui poggiano le stampelle è attiva (divaricamento 1 cm/anno, sollevamento ovest 0,6 mm/anno, sollevamento est 1,5 cm/anno, dati ENEA). Una faglia, delle 5, lunga 35,4 km, si sta ancora mappando (Univ. Catania-Kiel, 2021). Il rischio sismico è tra i più alti al mondo. Nel 1908 Reggio e Messina subirono la distruzione con centomila morti, causati da terremoto-maremoto (XI-XII° scala Mercalli). Era già successo nel 362 d.C. I costi di progettazione, costruzione, gestione, manutenzione sono enormi, senza contare la progressiva lievitazione. Molte altre criticità (68) vengono contestate da studi e personalità scientifiche di fama internazionale.
La sorveglianza e la stretta protezione militare sarebbero necessariamente costanti. In tanti si strizzano l’occhio… si danno di gomito.
Ai locali non serve. Ai non locali servirebbe solo in estate, due mesi l’anno, ma per entrare poi nel collo di bottiglia che segue (dopo tale sforzo finanziario, 15 Mln, l’adeguamento necessario della rete dei trasporti sarebbe difficile per decenni).
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Le sirene cambierebbero residenza. Scilla e Cariddicadrebbero in depressione. Le due sponde, da sempre libere di occhieggiarsi amoreggiando, sarebbero ormai forzosamente incatenate.Il magico luogo di Omerouscirebbe dalla sacralità del mitoper entrare nei deliri tecnologici politico-lobbistici del momento. Anche i gabbiani cambierebbero mare, con delfini, tonni, pescispada… La perdita più struggente è che la fata Morgana, fenomeno già raro a vedersi, non si affaccerà più, imbrigliata tra enormi tiranti d’acciaio e stampelle alte 400 m. Colapesce invece di emergere ogni cento anni, perduto l’orientamento, vagherà all’infinito.
È la bellezza dei luoghi a far nascere il mito: topos e poesia diventano una sola cosa. Il luogo è il mito, il mito è il luogo. Cancellarne uno, è il tempo zero. Un delitto retroattivo e permanente nell’immaginario e nella storia.
33% di Mondo e un bel bicchiere di neropetrol dalle sue viscere. Democrazia della spartizione. Resta l’1% che ogni anno andrà a chi promette e non mantiene.
La fame, la sete, il dolore, la morte hanno giacca e cravatta. Tornano i mangiatori di mondo e con loro i tempi in cui la libertà e la vita erano senza garanzia.
Il Diritto come per incanto diventa storto, buco nero. Rivoluzioni, letteratura, arte, pensiero logico e matematico, filosofia, fecondi intrecci di popoli e culture: in decomposizione-estinzione programmata. Storia sprecata. Migliaia di anni sprecati.
Tagliano il nostro corpo. Ma anche il loro. Loro non sentono dolore. Noi sì. È corpo vivo. Nascondono il menù e le successive portate sono al sangue. Rifilano a bassa voce: «Lascia fare a me quello che lascio fare a te». Nuova legge del diritto frattale nell’orbe terracqueo uno e trino.
In un luogo di mare che ha il nome di un santo che non esiste. È coronato da una foresta montuosa di pini d’Aleppo e querce alle spalle. Davanti, il mare. Il fondale resta al polpaccio per decine di metri. Sabbie dorate di quelle che scandiscono il tempo nelle clessidre e che lasciano traccia anche dopo un accurato lavaggio.
L’arco del sole sorge dal monte tra i pini, e finisce nelle acque del mare, di fronte, quasi sempre uno spettacolo, un vestito non umano in rosso o in oro da gran festa. Qualche volta invece pauroso, col rombo delle onde, incessanti, in più e più file per i bassi fondali, come un forte acufene. Le nuvole, quando ci sono, si prendono tutto l’orizzonte. Consapevoli dello spazio che abitano, sfoggiano bizzarrie di luce e di forme. Mare e cielo inchiodano gli occhi. Un incantesimo, un’ipnosi di meraviglia – come sempre, quando si staccano gli occhi da terra.
Ma un aspro stridore si percepisce, una smorfia alle labbra, come fosse un suono irritante, un sapore acre, un fastidio sulla pelle. Anzi negli occhi. È l’edilizia balneare di rapina sorta nei tempi favorevoli, per la maggior parte senza carattere, né di modernità né di tipicità. Mobili, cassettoni con i cassetti aperti, casse d’imballaggio con dentro umani. Fino agli anni Sessanta era infatti un borgo con poche case – conservano ancora i comignoli tipici -, una torre trecentesca con funzione originaria di vedetta e dogana. Una piccola stazione per un trenino a due vagoni. Tre chiesette.
Una, piccolissima su un’altura, rivolta verso il mare (una decina di fedeli dentro, il resto fuori quando il tempo lo permette).
Tra i pini di un’altura resta una villa liberty degli anni Venti, ancora con qualche ricordo stilistico originale, ma sopraffatta dalla nuova funzione di ristorante-albergo. Un’altra villa, chiamata dei fantasmi, ha un passato cinematografico poco conosciuto: vi si riunì una troupe che nel ’27 produsse un film muto girato nei dintorni; una cinematografia nata in area – già nel 1909-, prima ancora di Cinecittà. Altre ville, di pregio, risalenti più o meno agli anni venti (alcune convertite in alberghi), sono sparse tra i pini secolari. Testimoniano un sorprendente e insospettato giro della café society, non solo regionale: personaggi noti e influenti, musicisti, giornalisti, artisti, viveur, donne fatali… Notti di balli, bevute, cucina raffinata, amori. La belle époque, una dolce vita ante litteram da una villa all’altra, convergente anche dalla capitale.
A qualche decina di metri dalla battigia, un grande albergo conserva ancora le linee di quell’eclettismo neogotico balneare molto in voga tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Vi si cenava in abito da sera, tra fastose decorazioni e abbondanti corbeilles. Passavano di lì gerarchi e personaggi altolocati che non possedevano una villa in loco, né modo di farsi ospitare.
D’estate il borgo è preso d’assalto da infinite presenze rumorose che lasciano scorie del loro quotidiano qua e là, come pelli di serpenti, un impiccio di cui liberarsi. Quello stesso pattume che in pochi decenni ha dato forma a un continente al centro dell’Atlantico. D’inverno risiede nell’abitato qualche anima, nessun esercizio commerciale. Nemmeno un forno per il pane. Resistono un ristorante e un caffè sul mare per le gite di fine settimana. Spenta l’estate, riemerge il fascino millenario restituito alla foresta dei pini e delle querce, ai silenzi delle albe e dei tramonti, al rumore delle onde, ai gabbiani verso il mare, ai falchi verso monte. La loro immaginaria conversazione è in risonanza con le nostre cellule da milioni di anni. Sempre più difficile intercettarla, goderne. E finalmente la notte, nera per le poche luci, può mostrare nitide tutte le costellazioni.