
«Un onore, non vedo l’ora di incontrarlo». Ad elezione appena avvenuta.
Un anno dopo.
«È pessimo in politica estera … non voglio un Papa che accetti un Iran con l’arma nucleare … Preferisco suo fratello Louis, è totalmente Maga».
Parola di Troglo, alias Trumpio.
Prima si era travestito da papa, poi da Gesù Cristo, infine era stato unto dai suoi adepti con l’imposizione delle mani in un rito propiziatorio ufficiale per le guerre permanenti.
La Sala dell’Uovo, un Vatican sostitutivo.
Robert Prevost, di professione papa, ha fatto della pace un perno della sua comunicazione, mandando a dire – neppure troppo indirettamente – agli attuali soci guerrafondai che stanno collaborando a “devastare il mondo”.
Del resto non potrebbe fare altrimenti. Ci mancherebbe che benedicesse le “operazioni speciali” alla Kirill, l’ortopatriarca di Mosca.
Ma ecco Marco Rubio, segretario di Stato USA, cattolico per coincidenza più che per vocazione, arrivare in Vaticano con filo e ago per rattoppare gli strappi diplomatici provocati da Troglo.
Missione impossibile: convincere Prevost a togliersi la tonaca e allinearsi al verbo oltreatlantico.
Ma Prevost sembra orientato su un’altra linea. Più Leone Magno che influencer geopoliticante. Proverà a fermare il “barbaro alle porte”. Come fece un altro Leone, papa Leone Magno nel 452, che fermò Attila in marcia verso Roma – racconta la leggenda – in nome di Dio.
Probabilmente con alcune casse d’oro, gli storici sospettano.
Da fonti confidenziali filtra infine il vero messaggio affidato da Troglo a Rubio per papa Prevost:
“Dai, scherzavo!”
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