Lunatici

Nel 1979 l’ONU approvò il Moon Agreement, stabilendo che “la Luna è patrimonio dell’umanità”. Frasi solenni che rimbalzano, e alla fine si sciolgono. Anche perché le grandi potenze – Stati Uniti, Russia e Cina – quel trattato non lo hanno mai ratificato.
Patrimonio dell’umanità, ma senza i proprietari principali.

Niente sovranità nazionale, niente bandiere piantate nel suolo, risorse da usare per il bene comune e per la cooperazione scientifica. Una specie di condominio cosmico, con regolamento condiviso e assemblea permanente.
Chi sarà l’Amministratore?

La bandiera USA piantata al suolo nel primo allunaggio, che non poteva sventolare, provocò molte polemiche. Ma la Cina ha pronta la sua bandiera che con dispositivi elettromagnetici solari, farà perfino sventolare. Nella propaganda l’impatto scenografico è primario.

Poi un salto nella realtà politica. E qui, molto spesso, il regolamento è sullo scaffale polveroso in fondo.

Le missioni private, per esempio, scivolano tra le righe. E così mentre sulla carta del diritto internazionale, la Luna appartiene a tutti, nella realtà qualcuno ha già iniziato a portarsi avanti a gamba tesa.
Chi primo arriva…

Se sulla Terra c’è chi gestisce da privato una fetta della comunicazione globale con una rete satellitare che sfiora anche usi militari, è facile pensare quanto potrà essere “disinteressato”, lassù, dove i controlli sono ancora più lontani.

Nel frattempo, la nuova corsa è partita. Gli Stati Uniti accelerano e dichiarano la missione Artemis IIpriorità di Stato” (con decreto esecutivo); la Cina prepara la sua Chang’e 7 per agosto; e lo spazio torna teatro di competizione più che di cooperazione.
Non una guerra fredda, piuttosto una febbre persistente: abbastanza calda da muovere capitali, tecnologie e ambizioni. Per quanto un certo desiderio bellicista è espressamente esplicitato nella recente conversione del Pentagono da Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra.

Gli Accordi Artemis (2020), firmati con spirito collaborativo, introducono però un succoso regalo: le risorse estratte possono diventare proprietà di chi le estrae. Non il suolo, ma quello che sta sopra, e sotto. Un sottile cavillo, elegante, e soprattutto molto utile.

Ancora più interessante è il diritto di delimitare aree operative con protezione: recinzioni senza filo spinato, confini senza mappe ufficiali, territori dove è meglio non avvicinarsi. Per sicurezza, naturalmente.

Il paesaggio cambia. Spariscono i trattati, compaiono i paletti. Le basi diventano avamposti, le missioni spedizioni, le aziende pionieri-coloni.

Diritto di poter dichiarare “zone di sicurezza”, contro contenziosi, azioni di gruppi ostili, siano compagnie o Stati. Vale a dire zone interdette per difendere singolarità, segreti industriali o militari, particolari progetti. Non è specificato come.
Di fatto proprietà.

Nel West i coloni appena arrivati piantavano paletti, stendevano recinzioni, stavano sempre con la mano sulla Colt o sul Winchester.
Mancheranno i cavalli col lazo, i carri con la cuffia arricciata, le donne con gonna lunga. E gli Indiani.

Nostalgia no stop.


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