Russando russando…


Il flusso russante di Bibi era una prova materiale. Forse faceva finta di dormire. Ma era una prova materiale. Non l’avrebbe mai sospettato.

Il rumore si ramifica ancora oggi. Viene intercettato e seguito dalle diverse segnalazioni. Fino a stringere il soggetto nell’angolo.

Quella regola alta: negare, negare sempre, è una chiave investigativa.

Bibi russava quella maledetta mattina. Le tracce dicono di sì, le fonti convergono.
Bibi russava. Ma nega. Nega sempre.

Più le evidenze sono schiaccianti, più, forse, tornerà a russare.

***

[Sottovoce]

Caro Bibi,

l’irreversibile ha bussato alla tua porta.

Non hai più il tempo di coprirti.

Resterai nel campo di grano della Storia.

Nudo.

Non ne potrai più uscire.

***

Frescacce di Stato 1

Fantozzi oggi direbbe: «È una tajanata pazzesca!»

Il film dove la famosa frase punta invece sulla «cagata pazzesca» è in restauro, per doppiarla secondo cronaca.

Al ministro degli Esteri italiano e vicepresidente del Consiglio è stata conferita la massima onorificenza alla carriera di gaffeur di Stato.

Frescacce di Stato.

Ultima perla.
È giunta la condanna in contumacia di alcuni responsabili della morte inflitta al ricercatore italiano Giulio Regeni, in Egitto. Fu torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani.

Il ministro:

“Sono state condannate tre persone, non l’Egitto”.

La penultima perla è arrivata con un proverbio che sembrava rimasto in soffitta dalla Rivoluzione culturale:

«Colpirne uno per educarne cento».

Una frase generalmente associata a Mao Zedong e utilizzata anche dalle Brigate Rosse. Il vicepremier Tajataja non ha parlato di BR: il collegamento è storico, non una sua attribuzione. Ma quando un vicepremier e ministro degli Esteri sceglie proprio quella formula per parlare di magistrati, il citofono della storia suona inevitabilmente:

Cosa ha detto?

In rigoroso ordine di tajanità, ecco la classifica.
Caso strano, rima con italianità.
*

1. «Sono state condannate tre persone, non l’Egitto»

Premio Antonio e Cleopatra
Tre persone capitate lì per caso. Tre passanti.
Niente a che fare con l’apparato di governo.
Il ministro Tajataja, per un caso tristemente eclatante, usa delicatezze diplomatiche celestiali.
Delicatezze non nuove. Ricordano il caso Al-Masri.

Negli idilli, tenere sempre una guancia di riserva.
[29 settembre 2026]
*

2. «Colpirne uno per educarne cento»

Premio Mao Tse-Tajataja
Si parlava di sicurezza, arresti e magistratura. Tajataja invoca maggiore severità e tira fuori la frase che attraversa Mao, la storia della lotta armata italiana e arriva direttamente al dibattito sulla giustizia.

Una sola frase, tre epoche storiche e un bel po’ di lavoro per gli storici.
[26 settembre 2026]
*

3. «Il San Paolo»

Premio Google Maps-GPS
Siamo a Bari.
Il ministro parla dello stadio.
E dice: San Paolo.
Il pubblico corregge: San Nicola.
Il San Paolo è a Napoli.
Tajataja si corregge.

La diplomazia territoriale è stata risolta, seduta stante, direttamente dagli spalti.
[11 novembre 2025]
*

4. «La gonna più lunga»

Premio Metro da sarta
Dovesse dare consigli al figlio (già sposato) per la scelta di una moglie (!), il ministro suggerisce come preferibile una donna non appariscente, seria e con la gonna più lunga. Così non farebbe i “cornetti“.
[Lui invece, per tradizione, li può fare].
Una rivoluzione nel campo della psicologia relazionale:

la compatibilità di coppia si misura dall’orlo.
[19 settembre 2026]
*

5. «L’utero non è un forno»

Premio MasterChef Bioetico
Per spiegare il proprio pensiero contro la maternità surrogata, fedele alla posizione politica della sua area, il ministro tira in ballo il forno e le patate arrosto.
La bioetica italiana non era preparata. È presa di contropiede.

La prossima volta si teme un dibattito sulla fecondazione assistita con metafora della friggitrice ad aria.
[31 marzo 2023]
*

6. «Il diritto internazionale vale fino a un certo punto»

Premio Carta geografica senza limiti

Pronunciata discutendo della vicenda della Global Sumud Flotilla.
Il diritto internazionale, secondo la frase riportata, è importante.
Ma fino a un certo punto.

La sovranità nazionale con clausola “termini e condizioni”, scritto in piccolo.

Il vicepremier ha poi spiegato il senso che intendeva dare all’affermazione.
Ma il titolo, ormai, aveva già fatto carriera.
[2 ottobre 2025]
*

7. «Berlusconi ci guarda da lassù, in streaming»

Premio Banda ultralarga dell’Aldilà

Una delle formule più surreali attribuite a Tajataja.
Perché il problema è il collegamento con il paradiso.
E sapere se prende il 5G e Mediaset.
[17 dicembre 2023]
*

8. «Mussolini ha fatto cose positive»

Premio Primo Paragrafo

Tajataja (in quel momento Presidente del Parlamento europeo) parlava del fascismo e citava infrastrutture e bonifiche, precisando nella stessa occasione la propria condanna del regime, delle leggi razziali e della deriva nazista.
Peccato che il Dux di cose “positive” ne aveva già fatte anche nel primo paragrafo, col delitto Matteotti che rivendicò pubblicamente.

Esplose una grande polemica.

Una dichiarazione che aveva bisogno del secondo paragrafo per spiegare il primo.
[13 marzo 2019]
*

9. «Viva l’Istria italiana, viva la Dalmazia italiana»

Premio Farnesina col navigatore spento

Pronunciata durante le celebrazioni del Giorno del Ricordo.
Croazia e Slovenia protestarono.
Il vicepremier, all’epoca Presidente del Parlamento europeo, precisò che non intendeva avanzare rivendicazioni territoriali.

Una frase patriottica che ha costretto la diplomazia italiana a partire subito dopo con il correttore automatico. D’emergenza.
[12 febbraio 2019]
*

10. «San Nicola… San Paolo… insomma, uno stadio»

Premio Derby alla rinfusa

Perché il vero talento non è sbagliare e riconoscerlo.
È trasformare un errore geografico in una categoria filosofica:

gli stadi sono tutti uguali, purché ci sia il pubblico.
*

11. «Non affacciatevi alla finestra se arrivano i droni»

Premio Manuale del perfetto cittadino in guerra

Vai dentro!
Il nemico ti vede!
Un consiglio comprensibile sul piano della sicurezza.
Ma detto da un ministro degli Esteri assume una tonalità quasi cinematografica.

Farnesina o istruzioni per il condominio? O tenetevi pronti?
[2 Marzo 2026]

***

Marcettanera

1922.

Ritorno al passato attraverso il futuro.
O forse il contrario.

Cosa è successo nel 1922 che un generico generale cerca candidamente e entusiasticamente di riproporre oggi?

I generali…
Se ne possono enumerare una caterva che infiniti lutti addussero…

Nella inquietante complessità attuale, qualcuno cerca di trovarsi un bunker nel passato.

Un passato abbastanza lontano, così che non si ricordino troppi particolari.
E i giovani possano essere facilmente attratti da una storia raccontata come traccia del più forte, omettendo, manipolando.

Così, entrandovi, ci si sente subito forti e potenti.

Vannacci di terra, di mare e dell’aria!

I primi proliferano quando la falda è inquinata e nessuno bonifica il terreno.

I secondi arrivano da oltreoceano, specie aliene del cambiamento cultural-climatico.

I terzi si diffondono nell’aria, ricadono al suolo e si uniscono a quelli di terra.

Ci sono poi personaggi della politica che, pur non provenendo dalla gerarchia, amano vestirne le divise e fare le prove marziali davanti al proprio specchio.

Ne conosco una dal passo marziale.

La democrazia moderna è cosa troppo
“ideologica.“
Farraginosa.
Dà retta a troppa gente.
A tutti.
È fragile.

Ci sono invece millenni di storia: ordine, gerarchia, disciplina, dominio.
Inchini.

È facile: ci sei solo tu e il capo.
E forche che risolvono tutto.

***

NEW WORLD


Putino vuole di nuovo tutto.
«Mancano le condizioni per instaurare un dialogo serio con gli Usa riguardo alla stabilizzazione in Europa».

Guerra in Ucraina in stallo. Intanto muoiono. Muoiono giovani.

Trumpio versa benzina su Hormuz, dove si spara e si viene sparati. Ma non gli basta: vuole anche il “suo” emisfero.

Pubblica infatti una carta geografica dove quasi tutta l’America sembra già sua: Canada, Groenlandia, Islanda, Messico, Cuba e compagnia geografica.

Nel frattempo New Mexico diventa New America, il Lago Ontario – per la parte che interessa a Washington – diventa Lake America, il Golfo del Messico diventa Gulf of America.

Geo-bulimia portatrice di seri disturbi gastrici al globo.

L’ICE continua intanto a rastrellare nella normalità.

Netanyolo finge buone intenzioni. Finge la tregua. E chi scopre o critica la sua politica diventa, per lui, antisemita. Nega, nega sempre.

È nei guai. E quando finirà la sua avventura politica, qualcuno gli chiederà conto.

Adesso riaffiora anche la sua responsabilità per non aver dato il giusto peso agli avvertimenti che qualcosa come il 7 Ottobre sarebbe potuto accadere. Non è un sospetto nuovo: l’inchiesta di Haaretz ricostruisce un warning esplicito ricevuto prima dell’attacco e il mancato passaggio dell’informazione ai vertici della sicurezza.

Occorre un mondo “nuovo”.
Quello vecchio è proprio da buttare.

Un momento…
prima postare su X.

***

Herocriminali


Ratko Mladić. Chi era costui?

Gli esseri umani lo hanno condannato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, sulla base di quei principi elementari che abbiamo chiamato convivenza, civiltà, etica, giustizia.

La Storia ha però anche una voce più concreta: Srebrenica, almeno 8.000 bosgnacchi uccisi, uomini e ragazzi, esecuzioni di massa, fosse comuni. Tutto in nome di un suprematismo ipernazionalista e del progetto di una «Grande Serbia».
Quella anche di Slobodan Milošević, che morì in carcere per gli stessi reati, poco prima della sentenza definitiva.

E poi c’è un’immagine.

Un video lo mostra sorridente, rassicurante, mentre accarezza un bambino e gli offre una cioccolata.

La cioccolata della morte.

Quelle immagini appartengono agli stessi giorni in cui le forze al suo comando stavano mettendo in atto la campagna che avrebbe portato al massacro di Srebrenica. Tra le vittime, migliaia di uomini e ragazzi bosgnacchi. Anche il padre di quel bambino. Le sue ossa sarebbero state ritrovate molti anni dopo.

Mladić è morto da pochi giorni, a 84 anni, nel carcere dell’Aia, dove scontava l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

E mentre la giustizia internazionale lo aveva condannato, una parte dei suoi sostenitori – dentro e fuori dalla Serbia – continua a celebrarlo come un eroe.

Onori. Celebrazioni. Un eroe nazionale. Un mito.

Qualcuno è arrivato a titolare che aveva «impedito l’avanzata dell’Islam».

È questo, forse, l’aspetto più inquietante.

Non soltanto che esistano i criminali che compiono genocidi.
Ma che, dopo i crimini, possano essere trasformati in eroi e avere un seguito politico.

Allora c’erano le reticenze, le esitazioni, la mancanza di coraggio della politica internazionale davanti alla dissoluzione violenta della Jugoslavia.

Le stesse esitazioni che abbiamo già visto davanti all’avanzata dei fascismi.

E che continuiamo a vedere, ancora oggi, in molte parti del mondo.

A pochi giorni dalla morte, il suo corpo è tornato in Serbia, mentre si preparano le esequie con funerali di Stato e onori militari.
La celebrazione di Mladić continua a suscitare fortissime reazioni, anche a livello europeo:
“La glorificazione dei criminali di guerra non ha posto in Europa”, comunica Bruxelles.

Si dice che la Storia non si ripete.
Ma si ripetono gli errori.

***

Falso teatro romano

Un intero manufatto, con il suo contesto paesaggistico, spacciato per “anfiteatro” romano. È probabilmente la prima volta che un “falso” non riguardi un’opera pittorica o scultorea, ma un’intera architettura e il paesaggio che la circonda.

Il mercato dell’arte è pieno di falsi. E un “falso”, in senso più ampio, sarebbe anche la ricostruzione di monumenti perduti, specialmente quando vi si introducono elementi ipotetici o arbitrari.

In questo senso il Campanile di Piazza San Marco, a Venezia, dopo il crollo del 1902, è una ricostruzione filologica, ma non un originale. Rispetto all’impianto gotico originario, anche la celebre guglia di Notre-Dame, a Parigi, fu un’aggiunta dichiarata, nell’Ottocento, progettata da Viollet-le-Duc.
Ed è in parte un falso il Principe dei Gigli di Cnosso. Arthur Evans, l’archeologo scopritore, trovò soltanto la corona, una parte del torso e della gamba sinistra; il resto nacque dall’immaginazione del restauratore. Così per altri affreschi della serie. Restauri oggi molto criticati, ma ormai accettati ed entrati come opere “originali” nell’immaginario collettivo, senza annotarle spesso come ipotesi ricostruttive.
Il “falso”, dal caso più stretto a quello più ampio, mostra quanto il confine tra conservazione, ricostruzione, reinvenzione e autenticità possa essere sottile.

Qui, però, siamo davanti a qualcosa di diverso.

I lavori partono più o meno dal 2016, apertura nel 2023 del cosidetto “Anfiteatro Berico” di origine romana, sulle colline vicentine.

Carabinieri, magistratura e Soprintendenza arrivano invece, dopo una decina d’anni di analisi e indagini, a una conclusione comune: è un falso. Seguono condanne penali, più di due anni di carcere definitivi all’ideatore per una pluralità di reati, e l’ingiunzione di ripristinare lo stato dei luoghi.

Gradinate costruite con blocchi sovrapposti, stuccati e artificialmente invecchiati; statue in gesso; colonne in cemento dalla tipologia improbabile rispetto agli ordini classici; perfino un laghetto (su membrana impermeabile) scavato per evocare quello di Villa Adriana, a Tivoli.
E, a corredo, cronologie e ricostruzioni storiche inverosimili, su sito web e depliant, per accreditarne l’antichità.

All’intraprendente impresario-gestore-autore, che si aggiungeva al cognome un von nobiliare tedesco, viene addebitato di aver disboscato una collina sottoposta a vincolo paesaggistico, movimentato enormi quantità di terra, trasportato materiali, costruito manufatti. Il tutto senza autorizzazioni. E, cosa forse ancora più sorprendente, riuscendo a mantenere una relativa riservatezza durante i lavori.

L’opera era perfino entrata nei circuiti turistici: guide, visite organizzate con un biglietto d’ingresso di quaranta euro. Altro uso strettamente privato come “location suggestiva” per conferenze, congressi, meeting…

Facile accostare Totò che cercava di vendere la Fontana di Trevi a un ingenuo turista americano. Qui, invece, un fantasioso imprenditore – “archeologo” e “difensore dell’ambiente” – è riuscito, per un certo periodo, a vendere a noi un “anfiteatro”: il suo.
Tra l’altro l’impianto ricalca una tipologia di “teatro greco”, non di “anfiteatro”, (tipologia ellittica romana), come invece pubblicizzato e riportato a partire dal sito apposito.
Google ne rivela perfino l’imprecisione di tracciamento, non proprio una perfetta geometria romana.

Eppure non è mancata qualche voce indulgente social: «Perché demolirlo? Ormai lasciamolo.»

È un’osservazione singolare. Costerebbe troppo la riduzione in pristino, ordinata nella condanna, e il costruttore non potrebbe ottemperare. Dunque a carico dei cittadini.
Ma se si tratta con certezza, secondo le indagini, di un falso integrale, conservarlo significherebbe trasformare una contraffazione in patrimonio.

Certo, resterebbe un caso forse unico nella storia dei falsi.
Genio italico a rovescio.
Magari, ancora una volta, con il biglietto d’ingresso.
Genio italico a rovescio.

***

Verso la presa diretta

Negli ultimi vent’anni la Corte Costituzionale è intervenuta più volte sulle leggi elettorali, perchè la ricerca della governabilità non può comprimere oltre misura il principio di rappresentanza.

Sentenza n. 1 del 2014: dichiarò illegittimo il premio di maggioranza del Porcellum che poteva attribuire una maggioranza parlamentare enorme senza una soglia minima di voti.

Sentenza n. 35 del 2017: intervenne anche sull’Italicum eliminando il ballottaggio nazionale.

Entrato da un orecchio, uscito all’altro.

Difficile che una legge elettorale sia perfetta.
Ma una delle illusioni più ricorrenti è credere che per garantire la governabilità basti un premio di maggioranza.
La storia italiana racconta qualcosa di diverso.
Le leggi che hanno inciso positivamente nella società si ebbero quando i partiti erano costretti a parlarsi in “Parlamento” discutendo, apportando modifiche e cercando soluzioni. Quando nessuno di loro aveva il potere artificioso di imporre o blindare.
La strada preferita da determinate politiche ha portato, invece, allo svuotamento del Parlamento, alla disaffezione al voto, e alla collezione di figure politiche signorsì piuttosto che alla rappresentanza voluta dalla Costituzione.

1993 – Mattarellum
Dopo Tangentopoli il referendum voleva rompere il sistema dei partiti tradizionali.
L’obiettivo era:
favorire l’alternanza;
responsabilizzare gli elettori;
ridurre il potere delle segreterie.
Per molti anni effettivamente si ebbe il bipolarismo.
Rimangono danni.

2005 – Porcellum
Fu lo stesso autore della legge, Roberto Calderoli, a definirla una “porcata”, da cui il soprannome “Porcellum”.
Introdusse:
liste bloccate;
forte premio di maggioranza;
minore possibilità per gli elettori di scegliere i candidati.
Rimangono danni.

2015 – Italicum
Pensato per una Camera eletta con un solo vincitore.
Il suo cuore era:
premio di maggioranza;
eventuale ballottaggio.
Non entrò mai pienamente in funzione perché nel frattempo il referendum costituzionale del 2016 bocciò la riforma del Senato.

2017 – Rosatellum
Sistema misto.
Una parte dei parlamentari viene eletta in collegi uninominali, l’altra con metodo proporzionale.
Molti osservatori lo considerano una legge che incentiva le coalizioni ma lascia agli elettori margini limitati nella scelta dei candidati.
Cambiavano gli strumenti, ma non l’obiettivo.
Rimangono danni.

Tutte queste riforme avevano una promessa comune: rendere più stabili i governi.
Il “Melonellum” si inserisce nella stessa tradizione, spingendola però ancora oltre.

2026 Melonellum
È il nome ironico della legge elettorale in cantiere, che vuole andare molto oltre l’attribuzione del premio di maggioranza.
Mira alla concentrazione di poteri. Per arrivare a un premierato con la tecnica del lento bollore.
Una maggioranza parlamentare ottenuta grazie a un forte premio potrebbe raggiungere più facilmente soglie che incidono anche sulla composizione degli organi di garanzia.
Per questo il dibattito riguarda non solo la governabilità, ma anche l’equilibrio tra rappresentanza e accentramento del potere.
Ma è proprio quello che stanno preparando gli chef di corte, in procedure perfino a sé stessi blindatissime.
Il cliente-elettore mangia la pietanza che vuole il direttore di sala.

Se i camerieri porteranno in tavola, avremo:

Antipasto: prosciutto e Meloni.
Piatto principale: premio di maggioranza in salsa littoria.
Dessert: Quirinale in coppa regale.

***

Il miracolo retroattivo


Scopiazzando apertamente C’è ancora domani, il film che ha riportato al centro il voto del 2 giugno 1946, il partito della Presidente del Consiglio ha deciso di piegare la storia al culto della propaganda con uno spot.
Due minuti di racconto nazionale in formato tascabile, ma con ambizioni da epopea.

Ambiente e storia. Nel 1946 le donne votarono per la prima volta alle elezioni per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica.
La maggioranza scelse la Repubblica.

Lo spot, però, suggerisce qualcosa di più audace. Quel gesto storico, quel voto, quella conquista, avrebbero trovato il loro compimento decenni dopo: nell’elezione di una donna alla Presidenza del Consiglio, il 22 ottobre 2022.

Non la nascita di una Democrazia.
Non l’ingresso delle donne nella Cittadinanza politica.
Non la Costituzione.
Ottant’anni di storia compressi in un triplo salto carpiato temporale.

Nello spot il percorso dell’emancipazione femminile passa in un imbuto. Da Tina Anselmi e Nilde Iotti, a Maria Elisabetta Alberti Casellati a Marta Cartabia, fino all’investitura finale.

Peccato che Anselmi e Iotti abbiano rischiato la vita nella Resistenza. Casellati sia ricordata soprattutto per la sua lunga fedeltà a Berlusconi e per il celebre voto sulla “nipote di Mubarak”. Cartabia porti la firma di una riforma della giustizia che ha suscitato non poche contestazioni da giuristi.

La protagonista si chiama Teresa. È una donna del 1946. O almeno così ci viene detto.
Sbuca da un angolo e con portamento e falcata da passerella arriva dalla fioraia.
– Signora, domani va a votare?
La domanda arriva in un italiano televisivo sorprendentemente levigato per una strada popolare della Roma nell’immediato dopoguerra.
Teresa esita.
– Ancora non lo so. Grazie.

Torna a casa.
Una casa del 1946, arredata giusto per la ficton. Tutto è ordinato, rassicurante. Della povertà, delle macerie e delle ferite lasciate dalla guerra non c’è traccia.

Siamo appena usciti da vent’anni di dittatura e da un conflitto devastante, ma l’atmosfera è quella di una rievocazione accuratamente sterilizzata. Il neorealismo stilisticamente ne resta fuori. Quella tradizione culturale che raccontò fame, paura e distruzione viene evitata con la stessa cura con cui si evita una corrente d’aria.

Teresa, gioiosa, richiama marito e due figli, per il pranzo:
– A tavola!
Versa il cibo da un coccio lucidissimo di smaltatura (sembra fresco di Ikea).

Poi tutti al cinema, eleganti e impeccabili come figuranti appena usciti dal reparto costumi.

Sul grande schermo scorrono immagini di donne entusiaste che depositano la scheda nell’urna.
Una voce dice: “Oggi per la prima volta le donne italiane si recano a votare. Dalla vecchietta ottantenne, dalle più umili donne del popolo alle monache, tutte sentiamo questo nuovo dovere che ci fa partecipi integralmente della nostra rinata democrazia“.
Piccolo problema: quelle immagini mostrano un evento che deve ancora avvenire. Non è mai avvenuto. Non è mai stato ripreso. E AI è lontanissima.
Si voterà l’indomani.
Ma la cronologia, in questa storia, è un ostacolo secondario.

La voce femminile celebra la partecipazione alla “nostra rinata democrazia“.

Rinata? Nostra?

L’Italia era appena uscita da una dittatura. Prima ancora era stata una monarchia. Più che rinascere, la democrazia stava forse nascendo proprio allora, se fosse prevalso il voto a favore.
L’Italia, di fatto, il giorno del voto era ancora una monarchia: re per quaranta giorni Umberto II, dal 9 maggio al 13 giugno 1946.
Ma gli agiografi, quando prendono velocità, tendono a saltare qualche passaggio.

Arriva la sera.
Il marito legge il giornale, a letto.
– Teresa, allora? Domani si vota. Sei emozionata?
Non il marito autoritario del film della Cortellesi. Piuttosto un uomo sensibile e moderno, raro per l’epoca.
Lei si gira dall’altra parte.
– Se finora hanno fatto a meno del mio voto, possono continuare anche senza.
– Pensaci.
– Ci dormirò su.

Ed ecco il colpo di scena.

Teresa sogna.
Non la Repubblica.
Non la Costituzione.
Non la ricostruzione del Paese.

Sogna il futuro…
Sogna Giorgia Meloni.

Compare un corridoio di investiture simboliche. I ritratti di Anselmi, Iotti, Casellati e Cartabia conducono alla destinazione finale. Suona il campanello del passaggio di consegne. La storia trova il suo senso. La traiettoria si chiude.
È fatta e Teresa è proprio lì!
Assiste alla rivelazione.

Gli sceneggiatori hanno dimenticato la DeLorean di Ritorno al futuro, per riportare Teresa al 1946, ma il viaggio temporale funziona ugualmente.

Quando si risveglia è folgorata.
Corre al seggio.
Vota.
Ci lascia un sorriso con filo di perle.

Una voce conclude:
“Il futuro ha bisogno di voi.“

Miracolo a memoria futura.
Una profezia retroattiva.

Il voto del 1946 non viene raccontato come l’apertura di una possibilità. Viene rappresentato come la premessa necessaria di un esito già scritto.
La storia non procede più dal passato al futuro.
È il futuro che riscrive il passato.

Si potrebbe dire: Giorgia p’a Repubblica sua.

***

Festa della Repubblica, sera.

Monologo di Paola Cortellesi per il 2 giugno. Piazza del Quirinale. Roma (lapresse)

Ottant’anni fa nasceva la Repubblica Italiana.

Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.

Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra Monarchia e Repubblica e all’elezione dell’Assemblea Costituente. Finalmente, almeno li dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro.

Prima di quel momento, la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare.

La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c’era un progetto preciso di limitazione dell’autonomia femminile.

Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori di Insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. l’istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso “lavori donneschi” ovvero, mansioni domestiche.

Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati, E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l’arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.

Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile. In questi passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe:

«La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia»

E ancora:

«Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile.»

In sintesi: Vengono a rubarci il lavoro.

Detto ciò, con tali presupposti era facile che molte di loro si percepissero come delle nullità. Non potevano scegliere liberamente del proprio futuro, spesso non osavano nemmeno immaginarlo.

Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi; in un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.

Adottarono un nome di battaglia come misura di sicurezza per sé e per i compagni e si unirono alle circa 300mila persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.

Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce, e una piccola rivoltella nel reggipetto, per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra, girò per le campagne con il fac-simile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.

Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla Resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.

Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata, uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente, perché tutti vedessero qual’ era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.

Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale: il carcere, la tortura, la morte.

Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell’Assemblea Costituente.

Nilde Iotti, che aveva partecipato alla Resistenza nei Gruppi di Difesa della Donna, divenne una delle ventuno donne costituenti, e anni dopo, la prima Presidente della Camera.

Teresa Mattei, partigiana a vent’anni, contribuì alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Ma accanto a queste figure straordinarie c’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame e sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane, e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra. Insomma, quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate.

Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine: non più soltanto madri o mogli ma persone titolari di una volontà politica e di diritti.

Essere convocate, attraverso il voto, a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo: si saranno percepite come una goccia nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?

La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni:

«Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane…»

«Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari…»

Da pari.

Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.

Una Nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta. L’effettiva parità salariale – la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità…

Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico “dobbiamo” perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo allora ogni cittadino può e deve partecipare.

Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.

Oggi festeggiare gli ottant’anni della Repubblica serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia; che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci, ogni giorno, a meritarla.

Irma Bandiera prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre:

“Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa.”

Quelli “dopo di lei”, siamo noi.

Paola Cortellesi,
sceneggiatrice, attrice, regista del film pluripremiato C’è ancora domani (2023), che descrive il clima del primo voto delle donne, dopo la dittatura fascista, in Italia.

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Icone aggiornate

Camufflage

Cuba si spegne con educazione.
A intermittenza. Come la luce, los apagones.

Niente benzina, niente camion.
Niente camion, niente raccolta.
Niente raccolta, tutto resta per strada.
Economia circolare immateriale.

Il petrolio arriva col contagocce. Quando arriva.
Il resto lo fa l’ingegno: aggiusta, rattoppa, inventa. Tutto a mani e piedi.
I cubani sono campioni mondiali di sopravvivenza creativa.

L’embargo – el bloqueo – va avanti dagli anni Sessanta, sempre più stretto. Ora anche energetico. Impedisce l’ingresso perfino di farmaci essenziali e sanziona chi prova a commerciare.
Poi ci sono gli altri nodi: quelli fatti in casa, accumulati negli anni.
Ma da lontano, è tutto semplice: buoni, cattivi, propaganda.

A L’Avana cadono pezzi.
Non metaforicamente: proprio pezzi.
Intonaco, vernice, memoria. Forse storia.
La Habana Vieja è Patrimonio UNESCO – versione “prima che venga giù”.
Turisti: spariti.
Nemmeno le jineteras del Malecòn o del Barrio rojo hanno clienti. Molti si stordiscono con ron, altri con il papelito (miscuglio con fentanyl).

Non è Gaza.
Ma lo strangolamento programmato somiglia.
Qui non esplode niente.
È una cucina lenta: abbassare la fiamma, aspettare

Alla fine la libertà è una ciotola piena.
Con condizioni d’uso:
non abbaiare, non disturbare, non esistere troppo.

Se fai rumore nel “cortile”, arriva il bastone.
Metodo antico, sempre valido.
Versione aggiornata: o fai come ti dico io, o crepi.

È la notte della ragione.
Con siesta obbligatoria.

Ernesto Che Guevara partì dalla Sierra Maestra per liberare Cuba.
Oggi The Donald vuole “liberarla” stando in poltrona.
Telecomando in mano. Sorsetti di cola.
Now.

“Appena finisco con l’Iran prendo Cuba”.
“Terrò una portaerei
a 100 yards dalla costa.“
La più grande portaerei attuale sparerà a una pulce stremata.
E il suo pubblico ride.

Cuba libre.

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Lettera aperta al mondo.

A tutta l’umanità, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia:

Il mio nome è come quello di milioni di altri. Non ho un cognome noto né ricopro una posizione importante. Sono una donna cubana qualunque. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con il cuore spezzato e le mani tremanti, perché quello che il mio popolo sta vivendo oggi non è una crisi. È un assassinio lento, calcolato e a sangue freddo, orchestrato da Washington.
(continua)
Lettera firmata.

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