
Un intero manufatto, con il suo contesto paesaggistico, spacciato per “anfiteatro” romano. È probabilmente la prima volta che un “falso” non riguardi un’opera pittorica o scultorea, ma un’intera architettura e il paesaggio che la circonda.
Il mercato dell’arte è pieno di falsi. E un “falso”, in senso più ampio, sarebbe anche la ricostruzione di monumenti perduti, specialmente quando vi si introducono elementi ipotetici o arbitrari.
In questo senso il Campanile di Piazza San Marco, a Venezia, dopo il crollo del 1902, è una ricostruzione filologica, ma non un originale. Rispetto all’impianto gotico originario, anche la celebre guglia di Notre-Dame, a Parigi, fu un’aggiunta dichiarata, nell’Ottocento, progettata da Viollet-le-Duc.
Ed è in parte un falso il Principe dei Gigli di Cnosso. Arthur Evans, l’archeologo scopritore, trovò soltanto la corona, una parte del torso e della gamba sinistra; il resto nacque dall’immaginazione del restauratore. Così per altri affreschi della serie. Restauri oggi molto criticati, ma ormai accettati ed entrati come opere “originali” nell’immaginario collettivo, senza annotarle spesso come ipotesi ricostruttive.
Il “falso”, dal caso più stretto a quello più ampio, mostra quanto il confine tra conservazione, ricostruzione, reinvenzione e autenticità possa essere sottile.
Qui, però, siamo davanti a qualcosa di diverso.
I lavori partono più o meno dal 2016, apertura nel 2023 del cosidetto “Anfiteatro Berico” di origine romana, sulle colline vicentine.
Carabinieri, magistratura e Soprintendenza arrivano invece, dopo una decina d’anni di analisi e indagini, a una conclusione comune: è un falso. Seguono condanne penali, più di due anni di carcere definitivi all’ideatore per una pluralità di reati, e l’ingiunzione di ripristinare lo stato dei luoghi.
Gradinate costruite con blocchi sovrapposti, stuccati e artificialmente invecchiati; statue in gesso; colonne in cemento dalla tipologia improbabile rispetto agli ordini classici; perfino un laghetto (su membrana impermeabile) scavato per evocare quello di Villa Adriana, a Tivoli.
E, a corredo, cronologie e ricostruzioni storiche inverosimili, su sito web e depliant, per accreditarne l’antichità.
All’intraprendente impresario-gestore-autore, che si aggiungeva al cognome un von nobiliare tedesco, viene addebitato di aver disboscato una collina sottoposta a vincolo paesaggistico, movimentato enormi quantità di terra, trasportato materiali, costruito manufatti. Il tutto senza autorizzazioni. E, cosa forse ancora più sorprendente, riuscendo a mantenere una relativa riservatezza durante i lavori.
L’opera era perfino entrata nei circuiti turistici: guide, visite organizzate con un biglietto d’ingresso di quaranta euro. Altro uso strettamente privato come “location suggestiva” per conferenze, congressi, meeting…
Facile accostare Totò che cercava di vendere la Fontana di Trevi a un ingenuo turista americano. Qui, invece, un fantasioso imprenditore – “archeologo” e “difensore dell’ambiente” – è riuscito, per un certo periodo, a vendere a noi un “anfiteatro”: il suo.
Tra l’altro l’impianto ricalca una tipologia di “teatro greco”, non di “anfiteatro”, (tipologia ellittica romana), come invece pubblicizzato e riportato a partire dal sito apposito.
Google ne rivela perfino l’imprecisione di tracciamento, non proprio una perfetta geometria romana.
Eppure non è mancata qualche voce indulgente social: «Perché demolirlo? Ormai lasciamolo.»
È un’osservazione singolare. Costerebbe troppo la riduzione in pristino, ordinata nella condanna, e il costruttore non potrebbe ottemperare. Dunque a carico dei cittadini.
Ma se si tratta con certezza, secondo le indagini, di un falso integrale, conservarlo significherebbe trasformare una contraffazione in patrimonio.
Certo, resterebbe un caso forse unico nella storia dei falsi.
Genio italico a rovescio.
Magari, ancora una volta, con il biglietto d’ingresso.
Genio italico a rovescio.
***