«… Ci sarà una lineup piena di gente pazzesca, venite a divertirvi», ha scritto sui social una star della canzone per il suo prossimo appuntamento. Il suo ultimo concerto, in uno slargo periferico di una città, centro-sud, appena qualche giorno fa, ha raccolto circa 30 mila persone. Per molte ore vietata la circolazione nelle adiacenze, se non con pass.
Una ottantina di persone soccorse dal 118: malori, dai più leggeri e prevedibili ai più seri da ospedale. Cali di pressione per il caldo da bollino rosso, svenimenti, sindromi gastriche, crampi per l’eccessivo stare in piedi, disidratazione, punture di insetti, attacchi di panico, forse agorafobia.
Il vero spettacolo sembra non tanto quello sul palco quanto la massa stessa che si è radunata per assistervi. Un gigantesco rito collettivo nel quale il vicino di gomito è una vibrazione no-stop.
Dai video portati a casa come trofei si osserva il gigantismo delle installazioni scenografiche e luminose. Luci che lampeggiano, pulsano, cambiano colore, abbagliano, esplodono, ricominciano. Palchi montati su strutture da capogiro, tenute persino da gru.
Il pubblico guarda estasiato. Ma la musica non viene più “ascoltata”: viene subita, indossata fisicamente. Quanto ai decibel non si distingue più se il basso stia suonando o se sia semplicemente collassato un edificio vicino.
E allora viene una domanda piuttosto generazionale: dov’è il piacere della musica?
Il piacere è soprattutto muscolare: la trance che si innesca nel battere e nel muovere il corpo, fino a diventare quasi un corpo collettivo. Un mezzo rituale che ricorda alle cellule l’arcaico battere sul tronco e sulle pelli tese.
Godimento della libertà corporea.
Quando si ascolta Coltrane o Monk il piede e la testa si muovono da soli. Ascoltando Vivaldi, stanno fermi.
Ma profonde sensazioni e emozioni sono possibili in entrambi i casi.
Casi estremi in corso d’opera.
In una cittadina, davanti a una facciata di una cattedrale trecentesca, un pianista e il suo pianoforte a coda vengono sollevati su una piccola piattaforma da una gru. Il pianista suona, non si sa con quanta concentrazione, andando su e giù con qualche oscillazione. Il suono amplificato invade i vicoli, e spot colorati seguono il sollevamento.
Dai social: E’ bellissimo. Sindaco, ti sei superato!
Sarà la mal tradotta metafora note sospese.
Anche i salami sono sospesi.
In una città europea, anzi più d’una, pianoforte e pianista imbracati e sollevati da una grande gru a braccio. Il pianista suona “a testa in giù”. Giochi di luce lo seguono nell’ascensione notturna.
Strana moda, a quanto pare infettiva, tra attività edili e sottofondo musicale. Modelli copiati, per non essere secondi a nessuno, che approdano con zelo poi in provincia.
Chi non sa far stupir, vada alla striglia! – gridava l’iperbarocco Giambattista Marino nel Seicento.
Épater les bourgeois, sentenziavano gli artisti del decadentismo tra fine Ottocento e inizio Novecento, ultimo il Futurismo.
C’è un “pubblico” anche assai curioso: è quello che paga il biglietto per essere èpaté. E, una volta èpaterato, filma tutto col telefonino per dimostrare che è stato épaterato.
Oggi l’arte, comprendendo in parte anche il complesso della comunicazione visuale mediatica, ha contratto una forma acuta di gigantismo. Ma c’è anche la banana di Cattelan, minimalismo assoluto biologico.
Ogni spettacolo deve superare il precedente, ogni scenografia essere più spettacolare, ogni folla più oceanica, ogni volume più assordante. La gara non è più tra artisti: è tra effetti speciali.
«Che cosa suona?»
«Bach.»
«Sì, ma dov’è la gru?»
Un desiderio rivoluzionario di ferragosto:
un pianista seduto al pianoforte, con i piedi per terra. Una musica che non abbia bisogno di scuotere le viscere. Una luce che illumini senza dichiarare guerra alla retina. Un pubblico che non debba essere numerato in decine di migliaia per certificare l’importanza dell’artista.
E la possibilità, inattuale, di uscire da un concerto dicendo semplicemente:
«È stato bello.»
Senza aggiungere:
«… e hai visto quando lo hanno tirato su con la gru?»
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