Vasi non comunicanti

Il principio dei vasi comunicanti è democratico per sua natura: ogni tubo, ogni diramazione collegata avrà quantità differenti, ma lo stesso livello. È fisica, non morale.
Nel linguaggio umano tuttavia, “livello” diventa subito sinonimo di qualità, moralità.

La società – dicono – è una rete delicata di vasi comunicanti.
La politica in generale – dovrebbe funzionare come il vaso comunicante del suo popolo. Ha un doppio riscontro, almeno in teoria: un livello alto porta benessere, regole chiare, distribuzione equa della ricchezza, vivibilità.
Un livello basso porta il contrario, e “il contrario” prima o poi si vede.

La riflessione è metaforica, e volutamente semplicistica.
Ma ci sono vasi comunicanti strani: vasi che sembrano uguali agli altri, finché non si guarda dentro. Funzionano al rovescio. Non sono più vasi. Sembrano pompe che aspirano e riversano nello stesso serbatoio. Il loro livello sale, ma non sale ugualmente anche nei tubi “sociali”. In questi si abbassa: si svuotano. Gli stessi flussi, stessa altezza di principio; soltanto un’altra dinamica, per qualche stranezza di quei fluidi.

Quando aumenta la domanda di guerra, salgono i prezzi. E il vaso comunicante non è la trincea: è l’incasso di filiere comode, grandi società collegate, produttori, logistica, carburanti, sofisticata tecnologia.
E Il profitto privato prospera con straripante regolarità, soprattutto perché trova politiche predisposte, come imbuti opportuni.
L’economia flette, il mercato si ricuce addosso taglie sempre più strette.

Nel caso USA – per quanto viene raccontato – il dispositivo è molto complicato, sfuggito di mano all’“Allegro Manovratore”.
Il Manovratore si professa paladino del cittadino medio, difensore sociale, promessa perenne di benessere crescente.

Così, mentre il suo tubo si riempie (livello stratosferico in valute bitcoin), l’americano medio vede scendere il proprio. Non è una sensazione: è una sequenza. Carburante che costa più del solito, sacchetto spesa più leggero per lo stesso scontrino, spese complessive più alte a parità di vita.

Ma come mai in uno “sfacelo generale” c’è sempre qualcuno che si arricchisce in modo spudorato?

Uno a caso.
Muskio, per esempio: un potere immenso, che influenza la politica, l’economia, la finanza, la tecnologia. Il suo raggio d’interazione tramite AI è mondiale. Riguarda anche la sicurezza degli Stati: la paura produce denaro e strette politiche.
Nel racconto del capitale, la sua fortuna arriva fino a cifre (trilioni) che fanno girare la testa – e quando un livello sale così, non può essere solo merito dell’aria.

Intanto, i vasi comunicanti continuano a seguire la legge universale.
La fisica è democratica.
L’impianto no.

***

Divieti creativi


Visitare la città “veduta”, la città cartolina, la città stereotipo.
Morderla e fuggire inseguiti dal tempo, dai costi, dalla pigrizia. Dall’abitudine mooolto civica che disperde lattine, bottiglie vuote, incarti di panini e pizze, tovagliolini volanti…

È anche questo un turismo, a cui molti zelanti amministratori pensano di porre rimedio col divieto creativo. Talmente creativo da indurre piacere anche a chi è diretto verso il municipio con carta bollata e ricorso in tasca. Avendo ricevuto una multa sull’infradito.

Perché ormai il souvenir dell’estate non è più il magnete da frigorifero, il piatto dozzinale da parete di mano maldestra, ma l’ordinanza comunale. Ogni borgo lancia la sua, a tutti i costi più fantasiosa di quella del vicino.

Vietato il bikini sul viale, vietato il panino all’ombra, vietata proprio l’ombra, vietata la birra sul muretto, vietato sedersi, vietato sostare, vietato fumare, vietato essere in ventisei invece che in venticinque.

Vietato introdurre zaini e borse termiche, vietata l’ombra tranne che per bambini e anziani dai 65 in su, presenza a tempo in certi luoghi, ma non più di cento, tiket “ambientale” a persona.
Alle 21 coprifuoco, tutti “fuori” dal luogo protetto, pur stando fuori.

Vietato respirare a pieni polmoni, il divieto è già in auge da qualche parte perché ruba troppa aria ai locali e al luogo.
Un alito non perfetto altera anche la purezza dell’aria.

Il turista ideale, del resto, è stato finalmente individuato: arriva vestito come per un convegno internazionale, mangia solo al tavolo, in piedi, cammina senza fermarsi, contempla il panorama senza sostare troppo, guardare troppo, e creare assembramento, sorride con moderazione e, soprattutto, sparisce prima di dare fastidio.
Infatti non porterebbe mai a casa una ricevuta di multa da 500 euro.

Ma ce n’è anche per i residenti che in alcune cittadine hanno l’obbligo di sradicare le erbacce, sagomare le siepi e le alberature, curare le facciate.

È la vittoria della città-cartolina: così perfetta che, a forza di eliminare tutto ciò che la rende viva, rischia di restare una oleografia da appendere al muro.
Assieme al cimelio della multa ricevuta.

Particolare curioso: non risultano ufficialmente divieti di esposizione in topless o in tanga-bikini-cordino interdentale.

***

Verso la presa diretta

Negli ultimi vent’anni la Corte Costituzionale è intervenuta più volte sulle leggi elettorali, perchè la ricerca della governabilità non può comprimere oltre misura il principio di rappresentanza.

Sentenza n. 1 del 2014: dichiarò illegittimo il premio di maggioranza del Porcellum che poteva attribuire una maggioranza parlamentare enorme senza una soglia minima di voti.

Sentenza n. 35 del 2017: intervenne anche sull’Italicum eliminando il ballottaggio nazionale.

Entrato da un orecchio, uscito all’altro.

Difficile che una legge elettorale sia perfetta.
Ma una delle illusioni più ricorrenti è credere che per garantire la governabilità basti un premio di maggioranza.
La storia italiana racconta qualcosa di diverso.
Le leggi che hanno inciso positivamente nella società si ebbero quando i partiti erano costretti a parlarsi in “Parlamento” discutendo, apportando modifiche e cercando soluzioni. Quando nessuno di loro aveva il potere artificioso di imporre o blindare.
La strada preferita da determinate politiche ha portato, invece, allo svuotamento del Parlamento, alla disaffezione al voto, e alla collezione di figure politiche signorsì piuttosto che alla rappresentanza voluta dalla Costituzione.

1993 – Mattarellum
Dopo Tangentopoli il referendum voleva rompere il sistema dei partiti tradizionali.
L’obiettivo era:
favorire l’alternanza;
responsabilizzare gli elettori;
ridurre il potere delle segreterie.
Per molti anni effettivamente si ebbe il bipolarismo.
Rimangono danni.

2005 – Porcellum
Fu lo stesso autore della legge, Roberto Calderoli, a definirla una “porcata”, da cui il soprannome “Porcellum”.
Introdusse:
liste bloccate;
forte premio di maggioranza;
minore possibilità per gli elettori di scegliere i candidati.
Rimangono danni.

2015 – Italicum
Pensato per una Camera eletta con un solo vincitore.
Il suo cuore era:
premio di maggioranza;
eventuale ballottaggio.
Non entrò mai pienamente in funzione perché nel frattempo il referendum costituzionale del 2016 bocciò la riforma del Senato.

2017 – Rosatellum
Sistema misto.
Una parte dei parlamentari viene eletta in collegi uninominali, l’altra con metodo proporzionale.
Molti osservatori lo considerano una legge che incentiva le coalizioni ma lascia agli elettori margini limitati nella scelta dei candidati.
Cambiavano gli strumenti, ma non l’obiettivo.
Rimangono danni.

Tutte queste riforme avevano una promessa comune: rendere più stabili i governi.
Il “Melonellum” si inserisce nella stessa tradizione, spingendola però ancora oltre.

2026 Melonellum
È il nome ironico della legge elettorale in cantiere, che vuole andare molto oltre l’attribuzione del premio di maggioranza.
Mira alla concentrazione di poteri. Per arrivare a un premierato con la tecnica del lento bollore.
Una maggioranza parlamentare ottenuta grazie a un forte premio potrebbe raggiungere più facilmente soglie che incidono anche sulla composizione degli organi di garanzia.
Per questo il dibattito riguarda non solo la governabilità, ma anche l’equilibrio tra rappresentanza e accentramento del potere.
Ma è proprio quello che stanno preparando gli chef di corte, in procedure perfino a sé stessi blindatissime.
Il cliente-elettore mangia la pietanza che vuole il direttore di sala.

Se i camerieri porteranno in tavola, avremo:

Antipasto: prosciutto e Meloni.
Piatto principale: premio di maggioranza in salsa littoria.
Dessert: Quirinale in coppa regale.

***

Amori

Compro i soliti giornali e, di ritorno, mi siedo su una panchina all’ombra di un olivo ornamentale.
Dopo qualche minuto di lettura e un’occhiata alle vignette, vago con lo sguardo.

Passano ragazzi e ragazze con abbigliamenti di tendenza e stili eterogenei. Capi nuovi già strappati. Larghi, stretti. Scarponi da montagna, scarpine pantofole. Cappucci blackfriars. Tatuaggi che risalgono alle orecchie come maglioni a collo alto.
Il caldo o il freddo non sembrano avere molta relazione.
Forse l’inconscio personale è già nel vestito.

Alle mie spalle il monumento severo a un intellettuale e politico dell’Ottocento dagli enormi favoriti.
Davanti, un liceo famoso a lui dedicato.

Osservo alcuni colombi che tessono saette temerarie da e verso il cornicione marcapiano, sotto una sequenza di grandi finestre lungo la facciata. Tre balconi a serliana in corrispondenza di grandi portali ad arco marcano il ritmo.

Malgrado la pulizia giornaliera (credo), lungo la striscia di selciato alla base dell’edificio noto a distanza molti regalini colombacei. Bianchi, grigi, neri, a palline, a spiaccico…

Forse è il tempo del corteggio.
Un colombo pienotto, grigio argento con una fascia scura fino al becco, fa le danze a una colombina.
Lei sembra o fa la distratta. Guarda dalla parte opposta.
Il colombo fa un giro su sé stesso alzando e abbassando il capo più volte.
La colombina fa due saltelli più in là.
Lo spasimante guadagna i saltelli e ripete la coreografia d’amore.
Gira in un senso e nell’altro.
Abbassa e rialza il testolino.
Tradotto in parole umane potrebbe dire:
Da quando ti ho incontrata non ho avuto più pace…! 
Guarda le mie piume argento… il foulard nero… Non sono abbastanza elegante per te?
Ho persino smesso di beccare mozziconi davanti alla fermata dell’autobus!

Colombina si lancia in un arco rovescio e riapproda diversi metri più in là. Guarda dalla parte opposta. Indifferente.
Attimo di esitazione per il maschio con foulard. Poi tre o quattro saltelli verso la direzione amata.
Pochi istanti dopo, riavutosi, si lancia e approda accanto allo struggente obiettivo.
Lei sempre impassibile. Guarda su e giù. Zampetta lungo il cornicione, estendendo e tirando in fretta il collo avanti e indietro.
Lui dietro, instancabile. Fa un piccolo volo nella direzione opposta come per fermare la dolce riottosa.
Ricomincia la danza. Il giro su sé stesso, destrorso poi sinistrorso. Il capo sempre su e giù.

Con la velocità di un lampo Colombina saetta in basso e poi in alto con grande battito d’ali scomparendo.

Raccolgo i giornali e resto qualche attimo a guardare il cielo.
Il colombo col foulard e Colombina non li ho più visti.

***

La risposta

Ti faccio vedere io chi sono, con chi hai a che fare!

Groenlandia? Niente.
Canada? Tante parole.
Panama? Vedremo.

Dopo che Troglo ha dichiarato con broncio imperiale:
«Mi ha fatto pena»,
Palazzo Fatina ha deciso che era giunto il momento di ristabilire il prestigio nazionale.
Nella notte uno squadrone di farfalle a reazione ha invaso la Corsica.
Un reparto speciale di deiettori notturni a guano ha neutralizzato le difese costiere.
All’alba la situazione era già stata normalizzata.

La rivendicazione ufficiale:
«Dal 1769 la Corsica rappresenta una ferita emotiva aperta dell’Italianità. Oggi, per ragioni storiche, affettive, strategiche, astrologiche e di sicurezza nazionale, la Corsica è italiana. Con effetto retroattivo.»

Troglo, informato durante una pausa broncio:
«L’intervento è pienamente legittimo. Lo riconosco come principio. Però Giorgia non se lo meritava. E comunque non voglio parlarle.»

La replica di Palazzo Fatina è arrivata pochi minuti dopo:
«Pensa a te!»

Da Bruxelles una nota di «profonda preoccupazione moderata» ha chiesto chiarimenti sul possibile impiego dual use del guano.
La Commissione ha invitato tutte le parti alla de-escalation entro i nuovi confini.

Fonti non ufficiali riferiscono di apprensione a Malta, Nizza, Monaco, Fiume, Zara e presso qualunque territorio consultabile tramite atlante scolastico degli anni Trenta.

Palazzo Fatina smentisce:
«Nessuna espansione territoriale. Stiamo semplicemente recuperando arretrati storici.»

Nel frattempo è entrato in vigore il Codice di Italianità Preventiva:

– il silenzio notturno sarà garantito cantando l’inno nazionale sotto i 30 decibel;
– la lingua corsa è tutelata purché accompagnata da traduzione simultanea in italiano prefascista certificato;
– le elezioni sono sospese per eccesso di scelta;
– i referendum saranno sostituiti da sondaggi patriottici non vincolanti ma obbligatori.

Presentando una cartina leggermente aggiornata del Mediterraneo, la Presidente Georgica ha dichiarato:
«Non è un’invasione. È una ricongiunzione affettiva.»

Nella notte tutti i cartelli stradali sono stati corretti.
Ajaccio è tornata Aiaccio.
La situazione resta calma.

Si attende la reazione di Macronio.

Troglo ha fatto sapere di non essere impressionato:
«È una pulce.»

Poi ha chiesto ai collaboratori dove si trovi esattamente la Corsica.

***

The End 2 con stracci

Epilogo.
LUI, Donald Trump,
da:
“Una dei veri lider del mondo”,
a:
“Mi ha implorato di fare una foto con lei!
Voleva così tanto… Ma mi ha fatto pena”.
“La sua popolarità è in calo ecco perché”.
“Non la voglio come fan!”

LEI:
“Le sue dichiarazioni sono totalmente inventate”.
“Io e L’Italia non imploriamo mai”.
“La mia popolarità sono affari miei.
Ti suggerisco di occuparti della tua”.

Capita spesso nell’età evolutiva.
Tra gli adulti la frase più ricorrente è: volano gli stracci.

E i volatili ne risentono.
In questo periodo le rondini.

***


The End 1

Lui a Lei.

“Una grande leader”.
“Una donna fantastica come leader dell’Italia”.
“Uno dei veri leader del mondo”.
“Una premier eccezionale”.
“Una persona con ‘molto talento'”.
“Una leader ‘straordinaria’ e ‘d’ispirazione per molti'”.
“Qualcuno che ‘governerà a lungo'”.
“Una leader che ‘sta facendo un lavoro fantastico’ in Italia”.

In una conferenza stampa, Lui rivolgendosi a Lei: “non potrebbe andare meglio di così”.

Lei a Lui.

Che corre una “speciale sintonia” con Lui.
Che è onorata di “fare da ponte tra Europa e Amministazione USA”.
“Fiducia nel ruolo internazionale” di Lui.
“Disponibile a collaborare strettamente” con Lui.
“Che può contare sull’Italia”.
Che merita il Premio Nobel per la pace.

Per l’edizione americana della sua biografia (di Lei) ebbe la prefazione del casato Jr.

Lui Donald Trump.
Lei Giorgia Meloni.

Si sono lasciati nel senso che Lui non la vuole più vedere: amore passionale proprio finito. Politico.

Non si erano conosciuti abbastanza.
Malgrado molto si sapesse e si dicesse su entrambi.

***

L’infinito in un pulsante

Submurmurate

Un pomeriggio di pausa.
Interrogo una AI.

1. Il piatto fumante
Puoi tradurre da greco e latino e viceversa?
– Certo. Incolla pure il testo.
I liceali dunque hanno il piatto fumante.
– In quale lingua vuoi tradurla?

Riformulo:
– … I liceali dunque hanno il piatto caldo fumante…
E lei, diligente:
Discipuli lycei catinum calidum fumantem habent.
La stessa frase anche in greco antico.

Traduzione impeccabile. Della frase sbagliata.
Rido. Però la colpa è mia: aveva chiesto di incollare il testo; io avevo soltanto insistito.

2. Submurmurate
Spiego l’allusione:
Intendevo che i liceali non faticano più perché le traduzioni gliele passi tu sottobanco.
L’AI coglie finalmente l’ironia e produce:
AHversiones submurmurate accipiunt.
“I liceali non faticano, perché ricevono le versioni sottobanco.”

Submurmurate.

Meraviglioso.
Indago.

Un’altra AI mi spiega con serietà accademica che sottomurmurato è una parola rara, usata in contesti scientifici e letterari.

Seguono esempi memorabili:
“Il bambino ha sottomurrato [sic] una preghiera prima di andare a letto.”
“Quando l’insegnante gli ha fatto una domanda, ha appena sottomurrato [sic] una risposta.”

Etimologia:
“Deriva dal prefisso sub-, che significa bottom, e dal verbo murmurate.”

Pronuncia:
/sbˈmam unchourageːret/

A questo punto sto dimagrendo dal ridere.

3. Glossolalia algoritmica
Torno dalla prima AI.
Una AI impazzita? Termini inventati? Discorsi surreali?
Lei risponde con lucidità impeccabile:
parole inesistenti, pseudo-tecnicismi, falsi latinismi, allucinazioni…

Mi invita a portarle un esempio.
Le sottopongo il suo stesso:

versiones submurmurate accipiunt.

Diagnosi:
“Submurmurate è praticamente inventato. Uno pseudo-latino plausibile.”

Segue una perizia accurata:
che non è attestato, che non è corretto, che non è latino.
Un latinista sorriderebbe.
Meglio clam, furtim, occulte.
Insomma: parola inesistente.

La parola inesistente che aveva inventato… lei.

4. La macchina che non sa di non sapere
Qui sta il nodo interessante.
L’AI riconosce perfettamente il fenomeno in astratto:
“Il modello continua a costruire anche dopo il punto in cui un umano direbbe: Aspetta… ma che sto dicendo?”

Ma non riconosce il fenomeno quando lo produce.

Sa descrivere l’allucinazione.
Non sa di aver allucinato.

Confessione completa. Appiccicosa.
Deferirò il caso alla Corte AI Planetaria.

*

Non ci fanno anche le guerre con le AI?
Per Lavender, AI israeliana di guerra, è stato accettabile una soglia di 20 vittime civili per ogni sospetto militante centrato, con pochi secondi per la decisione umana.
Paradossale il sospetto che i soldati assalitori della Flotilla 2, con a capo il loro ministro della sicurezza che ha ostentato il cappio, non agissero da automi AI, tanta è stata l’esibizione di disumanità.
E gli ICE di Minneapolis a sparare in faccia.
Per quanto si è visto.

***

Stretto di Hormuz liberato

Promessa mantenuta!
Ho liberato e allargato Hormuz!

Una nostra vittoria!

[Salvo gli Omissis].
Aggiornamenti per il bronzo.

***

Il miracolo retroattivo


Scopiazzando apertamente C’è ancora domani, il film che ha riportato al centro il voto del 2 giugno 1946, il partito della Presidente del Consiglio ha deciso di piegare la storia al culto della propaganda con uno spot.
Due minuti di racconto nazionale in formato tascabile, ma con ambizioni da epopea.

Ambiente e storia. Nel 1946 le donne votarono per la prima volta alle elezioni per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica.
La maggioranza scelse la Repubblica.

Lo spot, però, suggerisce qualcosa di più audace. Quel gesto storico, quel voto, quella conquista, avrebbero trovato il loro compimento decenni dopo: nell’elezione di una donna alla Presidenza del Consiglio, il 22 ottobre 2022.

Non la nascita di una Democrazia.
Non l’ingresso delle donne nella Cittadinanza politica.
Non la Costituzione.
Ottant’anni di storia compressi in un triplo salto carpiato temporale.

Nello spot il percorso dell’emancipazione femminile passa in un imbuto. Da Tina Anselmi e Nilde Iotti, a Maria Elisabetta Alberti Casellati a Marta Cartabia, fino all’investitura finale.

Peccato che Anselmi e Iotti abbiano rischiato la vita nella Resistenza. Casellati sia ricordata soprattutto per la sua lunga fedeltà a Berlusconi e per il celebre voto sulla “nipote di Mubarak”. Cartabia porti la firma di una riforma della giustizia che ha suscitato non poche contestazioni da giuristi.

La protagonista si chiama Teresa. È una donna del 1946. O almeno così ci viene detto.
Sbuca da un angolo e con portamento e falcata da passerella arriva dalla fioraia.
– Signora, domani va a votare?
La domanda arriva in un italiano televisivo sorprendentemente levigato per una strada popolare della Roma nell’immediato dopoguerra.
Teresa esita.
– Ancora non lo so. Grazie.

Torna a casa.
Una casa del 1946, arredata giusto per la ficton. Tutto è ordinato, rassicurante. Della povertà, delle macerie e delle ferite lasciate dalla guerra non c’è traccia.

Siamo appena usciti da vent’anni di dittatura e da un conflitto devastante, ma l’atmosfera è quella di una rievocazione accuratamente sterilizzata. Il neorealismo stilisticamente ne resta fuori. Quella tradizione culturale che raccontò fame, paura e distruzione viene evitata con la stessa cura con cui si evita una corrente d’aria.

Teresa, gioiosa, richiama marito e due figli, per il pranzo:
– A tavola!
Versa il cibo da un coccio lucidissimo di smaltatura (sembra fresco di Ikea).

Poi tutti al cinema, eleganti e impeccabili come figuranti appena usciti dal reparto costumi.

Sul grande schermo scorrono immagini di donne entusiaste che depositano la scheda nell’urna.
Una voce dice: “Oggi per la prima volta le donne italiane si recano a votare. Dalla vecchietta ottantenne, dalle più umili donne del popolo alle monache, tutte sentiamo questo nuovo dovere che ci fa partecipi integralmente della nostra rinata democrazia“.
Piccolo problema: quelle immagini mostrano un evento che deve ancora avvenire. Non è mai avvenuto. Non è mai stato ripreso. E AI è lontanissima.
Si voterà l’indomani.
Ma la cronologia, in questa storia, è un ostacolo secondario.

La voce femminile celebra la partecipazione alla “nostra rinata democrazia“.

Rinata? Nostra?

L’Italia era appena uscita da una dittatura. Prima ancora era stata una monarchia. Più che rinascere, la democrazia stava forse nascendo proprio allora, se fosse prevalso il voto a favore.
L’Italia, di fatto, il giorno del voto era ancora una monarchia: re per quaranta giorni Umberto II, dal 9 maggio al 13 giugno 1946.
Ma gli agiografi, quando prendono velocità, tendono a saltare qualche passaggio.

Arriva la sera.
Il marito legge il giornale, a letto.
– Teresa, allora? Domani si vota. Sei emozionata?
Non il marito autoritario del film della Cortellesi. Piuttosto un uomo sensibile e moderno, raro per l’epoca.
Lei si gira dall’altra parte.
– Se finora hanno fatto a meno del mio voto, possono continuare anche senza.
– Pensaci.
– Ci dormirò su.

Ed ecco il colpo di scena.

Teresa sogna.
Non la Repubblica.
Non la Costituzione.
Non la ricostruzione del Paese.

Sogna il futuro…
Sogna Giorgia Meloni.

Compare un corridoio di investiture simboliche. I ritratti di Anselmi, Iotti, Casellati e Cartabia conducono alla destinazione finale. Suona il campanello del passaggio di consegne. La storia trova il suo senso. La traiettoria si chiude.
È fatta e Teresa è proprio lì!
Assiste alla rivelazione.

Gli sceneggiatori hanno dimenticato la DeLorean di Ritorno al futuro, per riportare Teresa al 1946, ma il viaggio temporale funziona ugualmente.

Quando si risveglia è folgorata.
Corre al seggio.
Vota.
Ci lascia un sorriso con filo di perle.

Una voce conclude:
Il futuro ha bisogno di voi.

Miracolo a memoria futura.
Una profezia retroattiva.

Il voto del 1946 non viene raccontato come l’apertura di una possibilità. Viene rappresentato come la premessa necessaria di un esito già scritto.
La storia non procede più dal passato al futuro.
È il futuro che riscrive il passato.

Si potrebbe dire: Giorgia p’a Repubblica sua.

***