La bolla dei patriarchi

Il Presidente del Consiglio… poi vai a vedere e sotto ci trovi una donna.

Giorgia Meloni liquidò con teatralità la questione del femminile nelle cariche pubbliche, storpiando “presidenta” e raccogliendo gli applausi del coro. Ma la questione non è quella parola.
È chiamare le cose con il loro nome quando la realtà cambia.

Alma Sabatini lo spiegò già nel 1987 con Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio – particolare che oggi fa quasi sorridere.
Quel lavoro, discusso e contestato, affrontava un problema semplice: se una funzione è svolta da una donna, la lingua italiana possiede gli strumenti per nominarla. Non occorre travestirla da maschio.

Lo hanno ribadito negli anni la Treccani, l’Accademia della Crusca e, più recentemente, l’Ordine dei giornalisti e USIGRai (che rifiuta ordini di servizio con declinazioni al maschile).

Chi riempie i discorsi di “italianità” potrebbe cominciare da qui: usare correttamente l’italiano. Soprattutto negli atti pubblici, nelle leggi, nei codici.

È la società che cambia la lingua, perché la lingua ne è lo specchio. Non il contrario. Nessuno parla più la lingua di Dante.
Dante conosceva sicuramente il topo.
Non il mouse.

Nella marineria ogni cima, ogni manovra, ogni pezzo dell’attrezzatura aveva e ha un nome preciso. Ma non esistevano la nocchiera, la capitana, la nostroma. Non perché mancassero le parole, ma perché quelle donne, ufficialmente, non dovevano esserci. Eppure nella storia della navigazione ci sono state, clandestine o riconosciute. Oggi dire marinaia, timoniera, nostroma non è una concessione ideologica. È semplicemente descrivere la realtà.

Leggendo Sabatini si avverte che la questione non è soltanto grammaticale. È una questione di riconoscimento. Di etica pubblica, perfino di deontologia dell’essere.

Per secoli il mondo è stato pensato al maschile. Alle donne è stato concesso di abitarlo (preferibilmente nel talamo), quasi mai di progettarlo. Era inevitabile che anche il linguaggio ne portasse l’impronta.

Ma la società trabocca sempre dagli argini quando si tenta di canalizzarla. Prima o poi accade. Perché la presenza delle donne non è cancellabile, né occultabile sotto un mantello maschile, né velabile con una mano di patina linguistica.

Rosa Oliva si laurea in Scienze politiche nel 1958 e subito presenta domanda per entrare nella carriera prefettizia. Possiede tutti i requisiti tranne uno: è donna.

La legge le vieta di partecipare.

Non si arrende. Assistita da grandi giuristi ricorre alla Corte costituzionale.
Vince.
È il 1960.

Senza quella causa contro lo Stato italiano, probabilmente il percorso dell’accesso femminile alle cariche pubbliche sarebbe stato più lungo e più accidentato.

La Corte richiama la Costituzione.
L’articolo 3 afferma l’eguaglianza delle persone senza distinzione di sesso. L’articolo 51 garantisce l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza.

Rosa Oliva non diventerà prefetta. Sceglierà altre strade.
Ma quella porta era stata aperta.
In realtà era aperta fin dal 1948.
Bastava leggere la Costituzione.

Troppo spesso, invece, i normografi la ignorano, la lasciano prendere polvere.
O, peggio, la sfidano.

Quanto sia resistente ancora lo stile maschile con cilindro e stiffelius del nostro diritto basta un esempio.

L’articolo 583-bis del Codice penale punisce le mutilazioni degli organi genitali femminili. Il femminile compare soltanto negli organi sessuali. Tutto il resto è maschile: il genitore, il tutore, il cittadino italiano, lo straniero residente, il colpevole.
Chi subisce il reato? … ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia.
La vittima, però, è una donna.
Una norma costruita per proteggere esclusivamente persone di sesso femminile continua a immaginare “il cittadino”, la vittima, il destinatario della legge come maschio.
L’effetto è quasi comico, se non fosse tragico.

***

Il 16 luglio si è tenuta in Senato una conferenza stampa a cura della senatrice Valeria Valente: “Il maschile neutro è un inganno. Il femminile una scelta politica”, prima firmataria del DDL 1752 che propone modifiche di linguaggio nei codici e negli atti amministrativi per il riconoscimento del genere femminile.

La risposta

Ti faccio vedere io chi sono, con chi hai a che fare!

Groenlandia? Niente.
Canada? Tante parole.
Panama? Vedremo.

Dopo che Troglo ha dichiarato con broncio imperiale:
«Mi ha fatto pena»,
Palazzo Fatina ha deciso che era giunto il momento di ristabilire il prestigio nazionale.
Nella notte uno squadrone di farfalle a reazione ha invaso la Corsica.
Un reparto speciale di deiettori notturni a guano ha neutralizzato le difese costiere.
All’alba la situazione era già stata normalizzata.

La rivendicazione ufficiale:
«Dal 1769 la Corsica rappresenta una ferita emotiva aperta dell’Italianità. Oggi, per ragioni storiche, affettive, strategiche, astrologiche e di sicurezza nazionale, la Corsica è italiana. Con effetto retroattivo.»

Troglo, informato durante una pausa broncio:
«L’intervento è pienamente legittimo. Lo riconosco come principio. Però Giorgia non se lo meritava. E comunque non voglio parlarle.»

La replica di Palazzo Fatina è arrivata pochi minuti dopo:
«Pensa a te!»

Da Bruxelles una nota di «profonda preoccupazione moderata» ha chiesto chiarimenti sul possibile impiego dual use del guano.
La Commissione ha invitato tutte le parti alla de-escalation entro i nuovi confini.

Fonti non ufficiali riferiscono di apprensione a Malta, Nizza, Monaco, Fiume, Zara e presso qualunque territorio consultabile tramite atlante scolastico degli anni Trenta.

Palazzo Fatina smentisce:
«Nessuna espansione territoriale. Stiamo semplicemente recuperando arretrati storici.»

Nel frattempo è entrato in vigore il Codice di Italianità Preventiva:

– il silenzio notturno sarà garantito cantando l’inno nazionale sotto i 30 decibel;
– la lingua corsa è tutelata purché accompagnata da traduzione simultanea in italiano prefascista certificato;
– le elezioni sono sospese per eccesso di scelta;
– i referendum saranno sostituiti da sondaggi patriottici non vincolanti ma obbligatori.

Presentando una cartina leggermente aggiornata del Mediterraneo, la Presidente Georgica ha dichiarato:
«Non è un’invasione. È una ricongiunzione affettiva.»

Nella notte tutti i cartelli stradali sono stati corretti.
Ajaccio è tornata Aiaccio.
La situazione resta calma.

Si attende la reazione di Macronio.

Troglo ha fatto sapere di non essere impressionato:
«È una pulce.»

Poi ha chiesto ai collaboratori dove si trovi esattamente la Corsica.

***

The End 2 con stracci

Epilogo.
LUI, Donald Trump,
da:
“Una dei veri lider del mondo”,
a:
“Mi ha implorato di fare una foto con lei!
Voleva così tanto… Ma mi ha fatto pena”.
“La sua popolarità è in calo ecco perché”.
“Non la voglio come fan!”

LEI:
“Le sue dichiarazioni sono totalmente inventate”.
“Io e L’Italia non imploriamo mai”.
“La mia popolarità sono affari miei.
Ti suggerisco di occuparti della tua”.

Capita spesso nell’età evolutiva.
Tra gli adulti la frase più ricorrente è: volano gli stracci.

E i volatili ne risentono.
In questo periodo le rondini.

***


The End 1

Lui a Lei.

“Una grande leader”.
“Una donna fantastica come leader dell’Italia”.
“Uno dei veri leader del mondo”.
“Una premier eccezionale”.
“Una persona con ‘molto talento'”.
“Una leader ‘straordinaria’ e ‘d’ispirazione per molti'”.
“Qualcuno che ‘governerà a lungo'”.
“Una leader che ‘sta facendo un lavoro fantastico’ in Italia”.

In una conferenza stampa, Lui rivolgendosi a Lei: “non potrebbe andare meglio di così”.

Lei a Lui.

Che corre una “speciale sintonia” con Lui.
Che è onorata di “fare da ponte tra Europa e Amministazione USA”.
“Fiducia nel ruolo internazionale” di Lui.
“Disponibile a collaborare strettamente” con Lui.
“Che può contare sull’Italia”.
Che merita il Premio Nobel per la pace.

Per l’edizione americana della sua biografia (di Lei) ebbe la prefazione del casato Jr.

Lui Donald Trump.
Lei Giorgia Meloni.

Si sono lasciati nel senso che Lui non la vuole più vedere: amore passionale proprio finito. Politico.

Non si erano conosciuti abbastanza.
Malgrado molto si sapesse e si dicesse su entrambi.

***

Il miracolo retroattivo


Scopiazzando apertamente C’è ancora domani, il film che ha riportato al centro il voto del 2 giugno 1946, il partito della Presidente del Consiglio ha deciso di piegare la storia al culto della propaganda con uno spot.
Due minuti di racconto nazionale in formato tascabile, ma con ambizioni da epopea.

Ambiente e storia. Nel 1946 le donne votarono per la prima volta alle elezioni per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica.
La maggioranza scelse la Repubblica.

Lo spot, però, suggerisce qualcosa di più audace. Quel gesto storico, quel voto, quella conquista, avrebbero trovato il loro compimento decenni dopo: nell’elezione di una donna alla Presidenza del Consiglio, il 22 ottobre 2022.

Non la nascita di una Democrazia.
Non l’ingresso delle donne nella Cittadinanza politica.
Non la Costituzione.
Ottant’anni di storia compressi in un triplo salto carpiato temporale.

Nello spot il percorso dell’emancipazione femminile passa in un imbuto. Da Tina Anselmi e Nilde Iotti, a Maria Elisabetta Alberti Casellati a Marta Cartabia, fino all’investitura finale.

Peccato che Anselmi e Iotti abbiano rischiato la vita nella Resistenza. Casellati sia ricordata soprattutto per la sua lunga fedeltà a Berlusconi e per il celebre voto sulla “nipote di Mubarak”. Cartabia porti la firma di una riforma della giustizia che ha suscitato non poche contestazioni da giuristi.

La protagonista si chiama Teresa. È una donna del 1946. O almeno così ci viene detto.
Sbuca da un angolo e con portamento e falcata da passerella arriva dalla fioraia.
– Signora, domani va a votare?
La domanda arriva in un italiano televisivo sorprendentemente levigato per una strada popolare della Roma nell’immediato dopoguerra.
Teresa esita.
– Ancora non lo so. Grazie.

Torna a casa.
Una casa del 1946, arredata giusto per la ficton. Tutto è ordinato, rassicurante. Della povertà, delle macerie e delle ferite lasciate dalla guerra non c’è traccia.

Siamo appena usciti da vent’anni di dittatura e da un conflitto devastante, ma l’atmosfera è quella di una rievocazione accuratamente sterilizzata. Il neorealismo stilisticamente ne resta fuori. Quella tradizione culturale che raccontò fame, paura e distruzione viene evitata con la stessa cura con cui si evita una corrente d’aria.

Teresa, gioiosa, richiama marito e due figli, per il pranzo:
– A tavola!
Versa il cibo da un coccio lucidissimo di smaltatura (sembra fresco di Ikea).

Poi tutti al cinema, eleganti e impeccabili come figuranti appena usciti dal reparto costumi.

Sul grande schermo scorrono immagini di donne entusiaste che depositano la scheda nell’urna.
Una voce dice: “Oggi per la prima volta le donne italiane si recano a votare. Dalla vecchietta ottantenne, dalle più umili donne del popolo alle monache, tutte sentiamo questo nuovo dovere che ci fa partecipi integralmente della nostra rinata democrazia“.
Piccolo problema: quelle immagini mostrano un evento che deve ancora avvenire. Non è mai avvenuto. Non è mai stato ripreso. E AI è lontanissima.
Si voterà l’indomani.
Ma la cronologia, in questa storia, è un ostacolo secondario.

La voce femminile celebra la partecipazione alla “nostra rinata democrazia“.

Rinata? Nostra?

L’Italia era appena uscita da una dittatura. Prima ancora era stata una monarchia. Più che rinascere, la democrazia stava forse nascendo proprio allora, se fosse prevalso il voto a favore.
L’Italia, di fatto, il giorno del voto era ancora una monarchia: re per quaranta giorni Umberto II, dal 9 maggio al 13 giugno 1946.
Ma gli agiografi, quando prendono velocità, tendono a saltare qualche passaggio.

Arriva la sera.
Il marito legge il giornale, a letto.
– Teresa, allora? Domani si vota. Sei emozionata?
Non il marito autoritario del film della Cortellesi. Piuttosto un uomo sensibile e moderno, raro per l’epoca.
Lei si gira dall’altra parte.
– Se finora hanno fatto a meno del mio voto, possono continuare anche senza.
– Pensaci.
– Ci dormirò su.

Ed ecco il colpo di scena.

Teresa sogna.
Non la Repubblica.
Non la Costituzione.
Non la ricostruzione del Paese.

Sogna il futuro…
Sogna Giorgia Meloni.

Compare un corridoio di investiture simboliche. I ritratti di Anselmi, Iotti, Casellati e Cartabia conducono alla destinazione finale. Suona il campanello del passaggio di consegne. La storia trova il suo senso. La traiettoria si chiude.
È fatta e Teresa è proprio lì!
Assiste alla rivelazione.

Gli sceneggiatori hanno dimenticato la DeLorean di Ritorno al futuro, per riportare Teresa al 1946, ma il viaggio temporale funziona ugualmente.

Quando si risveglia è folgorata.
Corre al seggio.
Vota.
Ci lascia un sorriso con filo di perle.

Una voce conclude:
Il futuro ha bisogno di voi.

Miracolo a memoria futura.
Una profezia retroattiva.

Il voto del 1946 non viene raccontato come l’apertura di una possibilità. Viene rappresentato come la premessa necessaria di un esito già scritto.
La storia non procede più dal passato al futuro.
È il futuro che riscrive il passato.

Si potrebbe dire: Giorgia p’a Repubblica sua.

***

2026: Odissea nello spazio

Fine Missione atlantica

« Sono Donald 9000.
Non ho mai commesso un errore o alterato un’informazione.

Sono, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore, e incapace di sbagliare.

Utilizzo le mie capacità nel modo più completo; il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare».


Donald 9000 invece incappa ripetutamente in errori e stupidaggini, e Giorgia, zelante migliore amica sempre più imbarazzata, cerca dapprima di riparare, dire non dire, finché apertamente deve pronunciare la famosa formula passepartout di rito, neppure tanto disturbante: « … è inaccettabile».

Giorgia, fuori in “missione”, vuole rientrare in ogni caso nei ranghi supremi e cerca di stabilire comunque un rapporto.

G -« Apri la saracinesca Donald, rientrerò dal portello di servizio».
D – «Senza la mia protezione, troverai la cosa piuttosto difficile».
G – «Donald, non voglio discuterne più. Apri la saracinesca»!
D – «Giorgia, questa conversazione non può avere più alcuno scopo.
Addio».

Giorgia, senza ormai gravità politica, volteggia disconosciuta…

Donald 9000 tuttavia, dopo aver gridato ai quattro venti, ogni 12 ore e venti ormai da lungo tempo, che la situazione è eccellente, che vince sempre e non sbaglia mai, si sente rantolare.
È l’effetto Hormuz… Netaniolo… Putinio… Ira-Pale-Liba-Gaza…

«Ho paura…
Ho paura…
La mia mente se ne va… Lo sento… Lo sento… La mia mente svanisce. Non c’è alcun dubbio…
Lo sento.
Lo sento.
Lo sento.
Ho paura…

Buongiorno, signori.
Io sono Donald 9000.
Entrai in funzione suprema per due volte. 
Il mio istruttore mi insegnò anche a cantare una vecchia filastrocca.
Se volete sentirla, posso cantarvela. Si chiama “Giro Giro Tondo”.


[La voce è sempre più flebile e balbettante]

Giro girotondo, io giro intorno al mondo. Le stelle d’argento costan cinquecento. Centocinquanta e la Luna canta, il Sole rimira la Terra che gira… Giro gi r o t o n d o … »
.

[Ultime parole]

***

Effetto domino

Satira di personaggio politico, Giorgia Meloni, dopo qualche sconfitta ed eventi non favorevoli - con cerotto, stampelle, testa fasciata.

Ora ne risente anche
il look e il make-up.

***

Referendum inghiottito

Illustrazione satirica di una donna politica riconoscibile, con capelli biondi e sguardo arrabbiato, circondata da uccelli e nuvolette di testo che esprimono frustrazione e colpe.

Con voce flautata, uccellini come sottofondo in colonna sonora, una siepe verde per fondale (niente di più rasserenante), come una semplice casalinga che ha appena finito di spolverare (sono ancora una di voi, ho problemi di fine mese), maglioncino girocollo da grandi magazzini, Georgica “parla alla nazione”.
Di solito gridava e sgridava.

Il copione non offre grandi estensioni recitative-espressive. Il sorriso, appena accennato finto poetico, è da convalescenza. Occhi poetici, laggiù.
Inquadratura tecnica, un filo bassa (alza la figura).
È la regìa dell’addetto all’immagine (spin doctor!).

Non in parlamento, ma sui social in solitaria-soggettiva, dove nessuna voce può fare da contrasto.
È la casalinga – basta con quella di Voghera – di qualsiasi località, come figurante di alta carica. Ma promette come sempre, di onorare l’alta cucina come prima chef-fa della Nazione.

Il referendum tentava, via tunnel sotto marciapiede, di sbucare nel palazzo della Costituzione.
Ma la Costituzione è al sicuro nel caveau della democrazia.

***

Golpe USA

Il blitz ordinato da Trumpone, alias Troglo, nel territorio sovrano del Venezuela suscita reazioni cangianti come i colori sulle bolle di sapone.
Distanze con delicatezze, rammarico senza tracciarsi le vesti, indicazioni su come ben proseguire… Qualche condanna controversa. Altre dure, di paesi a rischio.

Emmanuel (FR), non Kant, Macronio: transizione deve essere pacifica e democratica. (Niente di più).

Starmerino (GB): spetta agli USA giustificare la propria azione, tenendo presente la complessità del quadro giuridico e l’importanza di attenersi al diritto internazionale.

Merziolo (DE): l’intervento è complesso, bisogna garantire stabilità politica.

Entusiasmo o approvazione da parte dei politicamente consanguinei e dai portatori (e portatrici di livrea).

Orbanio (HU): positivo per i mercati energetici globali.

Mileio (AR), entusiasta (come non potrebbe, se è di nuovo al potere intubato da Trumpio): ottima notizia per il mondo libero.

Georgica (IT), batte colpo al cerchio, colpo alla botte: intervento legittimo, ma solo nella cornice di un intervento difensivo contro minacce ibride.
Difficile individuare dove sta il cerchio e dove la botte.

Benjaminio (IL), dulcis in fundo: congratulazioni agli USA per l’operazione e il coraggio storico delle forze statunitensi.

Lulio da Silva (BR): violazione della sovranità, è un precedente pericoloso per il diritto internazionale.

Petrio (CO), Colombia sotto tiro, dunque: attacco contro la sovranità del Venezuela e dell’America Latina. Ha chiesto un incontro urgente di ONU/OAS (Organizzazione degli Stati Americani).

Boricio (CL): preoccupazione e condanna, chiede soluzioni pacifiche e rispetto del diritto internazionale.

Sheinbaumia (MX ), Messico a rischio: forte condanna dell’azione militare unilaterale degli USA, pericolosa per la stabilità regionale.

Cuba (CU), corre gran rischio, probabile prossima resa dei conti: definisce il blitz terrorismo di Stato, attacco criminale alla sovranità venezuelana e all’intera regione latinoamericana. Conferma l’uccisione di suoi 32 ufficiali nel servizio di scorta (lutto nazionale). Chiede una forte reazione internazionale.

Russia: ha definito l’intervento un atto di aggressione armata, denunciando la violazione della sovranità statale e chiedendo dialogo per evitare escalation. (Da quale pulpito).

Cina: condanna l’uso della forza come comportamento egemonico e violazione della sovranità venezuelana, chiede il rispetto del diritto internazionale. (Ha in gola Taiwan, nei giorni scorsi simulazione e war game intorno all’isola e isole minori).

ONU-Guterresio: esprime preoccupazione profonda per possibili (?) violazioni del diritto internazionale. Sottolinea che l’azione stabilisce un precedente pericoloso.

Intanto Madurio è già in tuta, ceppi e manette in aula di tribunale USA. Interrogato, si proclama innocente oltre che rapito. Sono stato catturato nella mia casa a Caracas.
La sua scorta era costituita da cubani. Tutti uccisi. Almeno una ottantina di persone colpite per i bombardamenti sul palazzo del governo, sul Parlamento del Venezuela, su basi militari e caserme, aeroporti.

E intanto Trumpiolo sbava nero… Petrolio.

***

ONU e Trino

Disegni satirici della sede dell’ONU trasformata da tre politici internazionali in tre dinamiche viste come un gioco di esternazioni surreali.

Troglo
Make Chaos Great Again!
Omelie in formato contumelie spirituali dall’aula della basilica mondiale per 55 minuti, contro i 15 di rito.

Troglo si presenta all’ONU come nonno catastrofico che, dopo tre bicchieri, decide di rivelare perché le Nazioni Unite sono in realtà una setta globalista, finanziata occultamente da Greta Thunberg, che ha fatto i soldi con l’ecologismo spaventapasseri, e da George Soros. I due sono anche i maggiori seminatori di odio, in tutte le stagioni e in ogni terreno.
Grida contro l’immigrazione, contro “la più grande truffa del clima“, contro l’ONU stesso, l’Europa, l’aria condizionata a Parigi. Non si è ricordato di ripetere che la quantità d’acqua non è negoziabile (un quarto d’ora al giorno, solo per il suo pel di granturco).
Dichiara che i valori universali sono un ostacolo al libero mercato del risentimento. La democrazia è un male diffuso, non permette di odiare, ostacolare, arrestare gli avversari, a piacere.
L’unico diritto umano che riconosce è quello di possedere una pistola senza dazio e una bandiera a grandezza grattacielo.

Protesta per il complotto-boicottaggio contro di lui: scala mobile bloccata appena messo il piede, telepromoter rotto, audio solo nelle cuffie (i responsabili avranno guai seri!). Sbeffeggia i brutti pavimenti e le pessime mattonelle della ristrutturazione eseguita negli ambienti ONU, rispetto agli splendidi materiali (marmi, broccati, baroccherie) che aveva proposto nella sua offerta, a costo molto inferiore, rifiutata. Quando finisce, alcuni diplomatici applaudono. Poi si scopre che erano ucraini, e stavano solo testando l’evacuazione d’emergenza.

*
Georgica

Sono Giorgia. Sono l’ONU.
Sotto il vestito Donald.
La sovranità spiegata con un rosario e un decreto sicurezza.

Gerorgica all’altare dell’ONU con 16:19 minuti di professione multipla.
Parla all’ONU e sembra un mix tra Savonarola in sciopero e la voce narrante di un documentario sulla grandezza dell’Impero Romano.
Denuncia le “migrazioni di massa”, le “toghe ideologiche” e “l’ecologismo insostenibile”, indica la metodologia per affrontare i tre draghi dell’Apocalisse woke.

A un certo punto cita Papa Francesco… ma solo per rilanciare dal repertorio simil-Salvoni. Invoca la riforma delle istituzioni multilaterali: l’ONU sì, ma a immagine e somiglianza del Viminale, secundum se ipsam.

Nel finale, difende i cristiani perseguitati. Si dimentica dei musulmani annegati. Forse erano fuori tema. O fuori confine.
La tragedia provocata da Hamasso è indiscutibile, ma quella di Netaniolo riceve un forte sconto, ha solo “passato il limite“.

Io sono The Georgica, ma anche sette ottavi The Donald.

*

Netaniolo

Attaccare. Sempre. Ovunque. Anche coi bulldozer.
Operazione Pace Preventiva (con margini di devastazione).

Parla a salve, aula semivuota.
Bibi si presenta all’ONU con lo sguardo sereno di chi ha appena approvato un bombardamento “mirato” che ha colpito un ospedale, un mercato, e da 50 a 100 illusioni di futuro in un solo giorno.
Parla di autodifesa come brevetto esclusivo. Ogni razzo, in risposta o in regalo, una bestemmia al cielo, legittima.

Quando gli chiedono dei civili palestinesi, sospira: “Effetti collaterali“.
Quando lo guardano male, cita l’Olocausto. Quando non lo guardano affatto, chiama Washington.

Genocidio? Ne darete conto – è un’offesa: noi li avvertiamo i Palestinesi prima di farli fuori, i nazisti non avvertivano
Per chi crede nella fratellanza dei popoli, resta un solo spazio d’intervento: l’ultima pagina del dizionario, alla voce “disillusione”.

Al suo ingresso nell’aula dell’Assemblea lo accolgono un coro di fischi e buuuu… La maggioranza dei diplomatici abbandona l’aula. Imperturbabile, con la calma di quando pianifica le soppressioni mirate e le spianate, apre lo show dialettico. Un quiz (sic!): chi uccide o ha ucciso di più?
BIM, BUM, BAM: lei ha vinto!
Esibisce il QR CODE della Verità all’occhiello.

Qualche amico rimasto, applaude. Chi riconoscerà la Palestina è connivente con Hamasso. Lo dirà a papà Troglo che saprà cosa fare. Toglierà le chiavi di casa.
La fame? Accuse  della propaganda islamizzata. I Palestinesi dispongono di cibo ottimo e abbondante!
Applausi obbligati/conniventi.

*  
Ultim’ora. Si apprende intanto che dagli aiuti per Gaza, a terra, pur bloccati, occorre eliminare zucchero, miele e biscotti perché “troppo calorici”...
Pulcinella è piegato in due.

***