Alta Climatologia

Giro nell’Alta diplomazia.

È stato esteso un invito a tutte le diplomazie di alto bordo per un’intervista sulla situazione attuale dei cambiamenti climatici.

Il testo proposto era comune, del tipo:

«… in quanto… poiché… d’altronde… incontrovertibilmente… inoppugnabilmente…».

Stranamente unanimi, le risposte sono state:

🇮🇹 ItaliaCe ne fottiamo di tutto.

🇬🇧 Regno UnitoWe don’t give a fuck about any of it.
Con assoluta compostezza: “Non ci frega un cazzo di niente.”

🇫🇷 FranciaOn en a rien à foutre de tout ça.
“Non ce ne frega un cazzo di tutto questo.”

🇪🇸 SpagnaNos la suda todo.
“Ce ne sbatte tutto”.

🇩🇪 GermaniaUns ist die ganze Scheiße scheißegal.
Una specie di: “Di tutta questa merda non ce ne frega un cazzo.”

🇵🇹 PortogalloEstamos-nos a cagar para tudo.
“Ce ne stiamo cagando di tutto.”

🇧🇷 BrasileA gente tá cagando e andando pra tudo.
“Ce ne stiamo cagando e andando.”

🇳🇱 Paesi BassiWe geven geen fuck om wat dan ook.
“Non ce ne frega un cazzo di niente.”

🇵🇱 PoloniaMamy wszystko w dupie.
“Abbiamo tutto nel culo” → “ce ne sbattiamo di tutto.”

🇷🇺 RussiaНам на всё насрать.
Nam na vsyo nasrat’.
“Ce ne frega un cazzo di tutto.”

🇬🇷 GreciaΧεστήκαμε για όλα.
Chestíkame gia óla.
“Ce ne siamo fottuti di tutto.”

🇹🇷 TurchiaHer şeyi sikimize takmıyoruz.
“Non ci importa un cazzo di niente.”

🇮🇱 Israeleאנחנו שמים זין על הכול
Anachnu samim zayin al hakol.
“Noi ce ne fottiamo di tutto.”
[Di tutti].

🇯🇵 Giapponeそんなの知ったこっちゃねえ。
Sonna no shitta koccha nē.
Più “non ce ne può fregare di meno”
che letteralmente “ce ne fottiamo”.

🇨🇳 Cina我们他妈什么都不在乎。
Wǒmen tā mā shénme dōu bù zàihu.
“Non ce ne frega un cazzo di niente.”

🇰🇷 Corea del Sud우린 좆도 신경 안 써.
Urin jot-do singyeong an sseo.
“Non ce ne frega un cazzo.”

Una sola frase, per tutte.
Clonata con lo stampino.

Una rara prova di unità internazionale.

***

GAZA LIVE

SPETTACOLO NO-STOP

Tutto esaurito nelle cancellerie.

Gaza, spettacolo no-stop: ancora bombe, macerie, morti, fame.
Da qualche giorno far volare gli aquiloni è anche un atto di guerra.

In platea, diplomatici e governi assistono in diretta.
Si sorseggiano drink, si fuma, si va in bagno e si torna subito.
La diretta non va persa.

Ogni tanto qualcuno o qualcuna si alza per dire che è “inaccettabile”.
Poi torna a sedersi, a chiaccherare con civile bon-ton.

Lo spettacolo no-stop continua.
Nessuno stacca la spina.
Posti esauriti.

***

Sciami in formazione

A Gaza, sotto un edificio totalmente distrutto dalle bombe, si è salvata un’arnia.
Il proprietario è riuscito a recuperarla.

Ora la vendetta delle api.

Sciami su sciami sono diretti verso Netanyolo.

Niente missili, niente droni: solo pungiglioni e un messaggio chiaro.

Finalmente una potenza straniera che non manda armi, ma pungiglioni.

“Gaza, non deve morire”.

***

FASCE di Stati


Da una panchina.
Appunti grafici con la biro, sul margine bianco di una rivista.

È già agosto, inesorabile.

Per lo scorrere del tempo, con aria di fuoco nelle strade.
Per il fuoco appiccato da criminali su pinete e radure.
Per il fuoco dato ai casolari di tavole e lamiere, con una capra.
In nome di dio.

Per il fuoco fatto piombare dal cielo da altri criminali.

Morti.
Anora morti

Le Fasce degli Stati (non di Van Allen, ma altrettanto ostinate) sono le stesse di un anno fa. Di due. Di tre…

Alcuni Stati allineati in dormitorio comune.

Non vedo.
Non sento.
Non parlo

Altri, insonni.

Società SNRU.
Società senza Nessuna Responsabilità Umana.
Dove il Diritto è un fastidio.

Non contano le pecore. Continuano a distribuire caramelle esplosive e matriosche di passi contati: mille, cento, dieci… l’ultimo.

Soprattutto di notte.
Soprattutto a donne, bambine e bambini.

Altri Stati sono ormai solo macerie.

Chi li abitava vive ora all’aperto, tra spazzature, rifiuti, topi, deiezioni, labirinti di detriti.

Labirinti di cose care perdute.
Senza neppure il luogo.

Poco cibo.
Poca acqua.
Pochissimo di tutto.

Anzi.
Nulla.

E anche le parole.

***

La bolla dei patriarchi

Il Presidente del Consiglio… poi vai a vedere e sotto ci trovi una donna.

Giorgia Meloni liquidò con teatralità la questione del femminile nelle cariche pubbliche, storpiando “presidenta” e raccogliendo gli applausi del coro. Ma la questione non è quella parola.
È chiamare le cose con il loro nome quando la realtà cambia.

Alma Sabatini lo spiegò già nel 1987 con Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio – particolare che oggi fa quasi sorridere.
Quel lavoro, discusso e contestato, affrontava un problema semplice: se una funzione è svolta da una donna, la lingua italiana possiede gli strumenti per nominarla. Non occorre travestirla da maschio.

Lo hanno ribadito negli anni la Treccani, l’Accademia della Crusca e, più recentemente, l’Ordine dei giornalisti e USIGRai (che rifiuta ordini di servizio con declinazioni al maschile).

Chi riempie i discorsi di “italianità” potrebbe cominciare da qui: usare correttamente l’italiano. Soprattutto negli atti pubblici, nelle leggi, nei codici.

È la società che cambia la lingua, perché la lingua ne è lo specchio. Non il contrario. Nessuno parla più la lingua di Dante.
Dante conosceva sicuramente il topo.
Non il mouse.

Nella marineria ogni cima, ogni manovra, ogni pezzo dell’attrezzatura aveva e ha un nome preciso. Ma non esistevano la nocchiera, la capitana, la nostroma. Non perché mancassero le parole, ma perché quelle donne, ufficialmente, non dovevano esserci. Eppure nella storia della navigazione ci sono state, clandestine o riconosciute. Oggi dire marinaia, timoniera, nostroma non è una concessione ideologica. È semplicemente descrivere la realtà.

Leggendo Sabatini si avverte che la questione non è soltanto grammaticale. È una questione di riconoscimento. Di etica pubblica, perfino di deontologia dell’essere.

Per secoli il mondo è stato pensato al maschile. Alle donne è stato concesso di abitarlo (preferibilmente nel talamo), quasi mai di progettarlo. Era inevitabile che anche il linguaggio ne portasse l’impronta.

Ma la società trabocca sempre dagli argini quando si tenta di canalizzarla. Prima o poi accade. Perché la presenza delle donne non è cancellabile, né occultabile sotto un mantello maschile, né velabile con una mano di patina linguistica.

Rosa Oliva si laurea in Scienze politiche nel 1958 e subito presenta domanda per entrare nella carriera prefettizia. Possiede tutti i requisiti tranne uno: è donna.

La legge le vieta di partecipare.

Non si arrende. Assistita da grandi giuristi ricorre alla Corte costituzionale.
Vince.
È il 1960.

Senza quella causa contro lo Stato italiano, probabilmente il percorso dell’accesso femminile alle cariche pubbliche sarebbe stato più lungo e più accidentato.

La Corte richiama la Costituzione.
L’articolo 3 afferma l’eguaglianza delle persone senza distinzione di sesso. L’articolo 51 garantisce l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza.

Rosa Oliva non diventerà prefetta. Sceglierà altre strade.
Ma quella porta era stata aperta.
In realtà era aperta fin dal 1948.
Bastava leggere la Costituzione.

Troppo spesso, invece, i normografi la ignorano, la lasciano prendere polvere.
O, peggio, la sfidano.

Quanto sia resistente ancora lo stile maschile con cilindro e stiffelius del nostro diritto basta un esempio.

L’articolo 583-bis del Codice penale punisce le mutilazioni degli organi genitali femminili. Il femminile compare soltanto negli organi sessuali. Tutto il resto è maschile: il genitore, il tutore, il cittadino italiano, lo straniero residente, il colpevole.
Chi subisce il reato? … ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia.
La vittima, però, è una donna.
Una norma costruita per proteggere esclusivamente persone di sesso femminile continua a immaginare “il cittadino”, la vittima, il destinatario della legge come maschio.
L’effetto è quasi comico, se non fosse tragico.

***

Il 16 luglio si è tenuta in Senato una conferenza stampa a cura della senatrice Valeria Valente: “Il maschile neutro è un inganno. Il femminile una scelta politica”, prima firmataria del DDL 1752 che propone modifiche di linguaggio nei codici e negli atti amministrativi per il riconoscimento del genere femminile.

Vasi non comunicanti

Il principio dei vasi comunicanti è democratico per sua natura: ogni tubo, ogni diramazione collegata avrà quantità differenti, ma lo stesso livello. È fisica, non morale.
Nel linguaggio umano tuttavia, “livello” diventa subito sinonimo di qualità, moralità.

La società – dicono – è una rete delicata di vasi comunicanti.
La politica in generale – dovrebbe funzionare come il vaso comunicante del suo popolo. Ha un doppio riscontro, almeno in teoria: un livello alto porta benessere, regole chiare, distribuzione equa della ricchezza, vivibilità.
Un livello basso porta il contrario, e “il contrario” prima o poi si vede.

La riflessione è metaforica, e volutamente semplicistica.
Ma ci sono vasi comunicanti strani: vasi che sembrano uguali agli altri, finché non si guarda dentro. Funzionano al rovescio. Non sono più vasi. Sembrano pompe che aspirano e riversano nello stesso serbatoio. Il loro livello sale, ma non sale ugualmente anche nei tubi “sociali”. In questi si abbassa: si svuotano. Gli stessi flussi, stessa altezza di principio; soltanto un’altra dinamica, per qualche stranezza di quei fluidi.

Quando aumenta la domanda di guerra, salgono i prezzi. E il vaso comunicante non è la trincea: è l’incasso di filiere comode, grandi società collegate, produttori, logistica, carburanti, sofisticata tecnologia.
E Il profitto privato prospera con straripante regolarità, soprattutto perché trova politiche predisposte, come imbuti opportuni.
L’economia flette, il mercato si ricuce addosso taglie sempre più strette.

Nel caso USA – per quanto viene raccontato – il dispositivo è molto complicato, sfuggito di mano all’“Allegro Manovratore”.
Il Manovratore si professa paladino del cittadino medio, difensore sociale, promessa perenne di benessere crescente.

Così, mentre il suo tubo si riempie (livello stratosferico in valute bitcoin), l’americano medio vede scendere il proprio. Non è una sensazione: è una sequenza. Carburante che costa più del solito, sacchetto spesa più leggero per lo stesso scontrino, spese complessive più alte a parità di vita.

Ma come mai in uno “sfacelo generale” c’è sempre qualcuno che si arricchisce in modo spudorato?

Uno a caso.
Muskio, per esempio: un potere immenso, che influenza la politica, l’economia, la finanza, la tecnologia. Il suo raggio d’interazione tramite AI è mondiale. Riguarda anche la sicurezza degli Stati: la paura produce denaro e strette politiche.
Nel racconto del capitale, la sua fortuna arriva fino a cifre (trilioni) che fanno girare la testa – e quando un livello sale così, non può essere solo merito dell’aria.

Intanto, i vasi comunicanti continuano a seguire la legge universale.
La fisica è democratica.
L’impianto no.

***

Verso la presa diretta

Negli ultimi vent’anni la Corte Costituzionale è intervenuta più volte sulle leggi elettorali, perchè la ricerca della governabilità non può comprimere oltre misura il principio di rappresentanza.

Sentenza n. 1 del 2014: dichiarò illegittimo il premio di maggioranza del Porcellum che poteva attribuire una maggioranza parlamentare enorme senza una soglia minima di voti.

Sentenza n. 35 del 2017: intervenne anche sull’Italicum eliminando il ballottaggio nazionale.

Entrato da un orecchio, uscito all’altro.

Difficile che una legge elettorale sia perfetta.
Ma una delle illusioni più ricorrenti è credere che per garantire la governabilità basti un premio di maggioranza.
La storia italiana racconta qualcosa di diverso.
Le leggi che hanno inciso positivamente nella società si ebbero quando i partiti erano costretti a parlarsi in “Parlamento” discutendo, apportando modifiche e cercando soluzioni. Quando nessuno di loro aveva il potere artificioso di imporre o blindare.
La strada preferita da determinate politiche ha portato, invece, allo svuotamento del Parlamento, alla disaffezione al voto, e alla collezione di figure politiche signorsì piuttosto che alla rappresentanza voluta dalla Costituzione.

1993 – Mattarellum
Dopo Tangentopoli il referendum voleva rompere il sistema dei partiti tradizionali.
L’obiettivo era:
favorire l’alternanza;
responsabilizzare gli elettori;
ridurre il potere delle segreterie.
Per molti anni effettivamente si ebbe il bipolarismo.
Rimangono danni.

2005 – Porcellum
Fu lo stesso autore della legge, Roberto Calderoli, a definirla una “porcata”, da cui il soprannome “Porcellum”.
Introdusse:
liste bloccate;
forte premio di maggioranza;
minore possibilità per gli elettori di scegliere i candidati.
Rimangono danni.

2015 – Italicum
Pensato per una Camera eletta con un solo vincitore.
Il suo cuore era:
premio di maggioranza;
eventuale ballottaggio.
Non entrò mai pienamente in funzione perché nel frattempo il referendum costituzionale del 2016 bocciò la riforma del Senato.

2017 – Rosatellum
Sistema misto.
Una parte dei parlamentari viene eletta in collegi uninominali, l’altra con metodo proporzionale.
Molti osservatori lo considerano una legge che incentiva le coalizioni ma lascia agli elettori margini limitati nella scelta dei candidati.
Cambiavano gli strumenti, ma non l’obiettivo.
Rimangono danni.

Tutte queste riforme avevano una promessa comune: rendere più stabili i governi.
Il “Melonellum” si inserisce nella stessa tradizione, spingendola però ancora oltre.

2026 Melonellum
È il nome ironico della legge elettorale in cantiere, che vuole andare molto oltre l’attribuzione del premio di maggioranza.
Mira alla concentrazione di poteri. Per arrivare a un premierato con la tecnica del lento bollore.
Una maggioranza parlamentare ottenuta grazie a un forte premio potrebbe raggiungere più facilmente soglie che incidono anche sulla composizione degli organi di garanzia.
Per questo il dibattito riguarda non solo la governabilità, ma anche l’equilibrio tra rappresentanza e accentramento del potere.
Ma è proprio quello che stanno preparando gli chef di corte, in procedure perfino a sé stessi blindatissime.
Il cliente-elettore mangia la pietanza che vuole il direttore di sala.

Se i camerieri porteranno in tavola, avremo:

Antipasto: prosciutto e Meloni.
Piatto principale: premio di maggioranza in salsa littoria.
Dessert: Quirinale in coppa regale.

***

La risposta

Ti faccio vedere io chi sono, con chi hai a che fare!

Groenlandia? Niente.
Canada? Tante parole.
Panama? Vedremo.

Dopo che Troglo ha dichiarato con broncio imperiale:
«Mi ha fatto pena»,
Palazzo Fatina ha deciso che era giunto il momento di ristabilire il prestigio nazionale.
Nella notte uno squadrone di farfalle a reazione ha invaso la Corsica.
Un reparto speciale di deiettori notturni a guano ha neutralizzato le difese costiere.
All’alba la situazione era già stata normalizzata.

La rivendicazione ufficiale:
«Dal 1769 la Corsica rappresenta una ferita emotiva aperta dell’Italianità. Oggi, per ragioni storiche, affettive, strategiche, astrologiche e di sicurezza nazionale, la Corsica è italiana. Con effetto retroattivo.»

Troglo, informato durante una pausa broncio:
«L’intervento è pienamente legittimo. Lo riconosco come principio. Però Giorgia non se lo meritava. E comunque non voglio parlarle.»

La replica di Palazzo Fatina è arrivata pochi minuti dopo:
«Pensa a te!»

Da Bruxelles una nota di «profonda preoccupazione moderata» ha chiesto chiarimenti sul possibile impiego dual use del guano.
La Commissione ha invitato tutte le parti alla de-escalation entro i nuovi confini.

Fonti non ufficiali riferiscono di apprensione a Malta, Nizza, Monaco, Fiume, Zara e presso qualunque territorio consultabile tramite atlante scolastico degli anni Trenta.

Palazzo Fatina smentisce:
«Nessuna espansione territoriale. Stiamo semplicemente recuperando arretrati storici.»

Nel frattempo è entrato in vigore il Codice di Italianità Preventiva:

– il silenzio notturno sarà garantito cantando l’inno nazionale sotto i 30 decibel;
– la lingua corsa è tutelata purché accompagnata da traduzione simultanea in italiano prefascista certificato;
– le elezioni sono sospese per eccesso di scelta;
– i referendum saranno sostituiti da sondaggi patriottici non vincolanti ma obbligatori.

Presentando una cartina leggermente aggiornata del Mediterraneo, la Presidente Georgica ha dichiarato:
«Non è un’invasione. È una ricongiunzione affettiva.»

Nella notte tutti i cartelli stradali sono stati corretti.
Ajaccio è tornata Aiaccio.
La situazione resta calma.

Si attende la reazione di Macronio.

Troglo ha fatto sapere di non essere impressionato:
«È una pulce.»

Poi ha chiesto ai collaboratori dove si trovi esattamente la Corsica.

***

The End 2 con stracci

Epilogo.
LUI, Donald Trump,
da:
“Una dei veri lider del mondo”,
a:
“Mi ha implorato di fare una foto con lei!
Voleva così tanto… Ma mi ha fatto pena”.
“La sua popolarità è in calo ecco perché”.
“Non la voglio come fan!”

LEI:
“Le sue dichiarazioni sono totalmente inventate”.
“Io e L’Italia non imploriamo mai”.
“La mia popolarità sono affari miei.
Ti suggerisco di occuparti della tua”.

Capita spesso nell’età evolutiva.
Tra gli adulti la frase più ricorrente è: volano gli stracci.

E i volatili ne risentono.
In questo periodo le rondini.

***


The End 1

Lui a Lei.

“Una grande leader”.
“Una donna fantastica come leader dell’Italia”.
“Uno dei veri leader del mondo”.
“Una premier eccezionale”.
“Una persona con ‘molto talento'”.
“Una leader ‘straordinaria’ e ‘d’ispirazione per molti'”.
“Qualcuno che ‘governerà a lungo'”.
“Una leader che ‘sta facendo un lavoro fantastico’ in Italia”.

In una conferenza stampa, Lui rivolgendosi a Lei: “non potrebbe andare meglio di così”.

Lei a Lui.

Che corre una “speciale sintonia” con Lui.
Che è onorata di “fare da ponte tra Europa e Amministazione USA”.
“Fiducia nel ruolo internazionale” di Lui.
“Disponibile a collaborare strettamente” con Lui.
“Che può contare sull’Italia”.
Che merita il Premio Nobel per la pace.

Per l’edizione americana della sua biografia (di Lei) ebbe la prefazione del casato Jr.

Lui Donald Trump.
Lei Giorgia Meloni.

Si sono lasciati nel senso che Lui non la vuole più vedere: amore passionale proprio finito. Politico.

Non si erano conosciuti abbastanza.
Malgrado molto si sapesse e si dicesse su entrambi.

***