Disprezza il diritto internazionale. Promette deportazioni totali. Vuole uno Stato etnico e teocratico. Propone la demolizione della moschea Al-Aqsa. Applica la forza contro chi non può difendersi. Chiama “antisemita” o “terrorista” chiunque lo critichi. Tout court. Dice a Netaniolo: … affidali a me per molto, molto tempo… Chi? I catturati della Global Sumud Flottiglia 2, rapiti in acque internazionali, pestati, umiliati, esibiti di fatto in uno show di Stato. In front the world.
Così, il Ministro della Sicurezza e dell’Offesa Nazionale, Itamar Ben-Gvir.
Nuove direttive del Ministero dell’Istruzione e del Merito. 23 aprile 2026.
Nel liceo classico la filosofia viene affidata agli “operatori ecologici per carichi ingombranti”.
Camion in colonna, con scorta: destinazione discarica. A bordo: Kant, Spinoza, Marx, Fichte, Schelling…
La difesa ministeriale, alle accese proteste, assicura: Nessuna discarica obbligatoria. I docenti restano liberi nelle loro scelte.
Formalmente vero. Ma ogni linea guida, orienta, seleziona, suggerisce gerarchie. Anche senza vietare nulla, traccia una rotta culturale. E quella indicata dal ministero guarda più all’orizzonte identitario Dio-patria-famiglia che a uno pluralista, antropologico e multiculturale della contemporaneità.
Eppure, da Claude Lévi-Strauss a Edgar Morin, da Hans-Georg Gadamer a Gilles Deleuze, il Novecento ha mostrato che la filosofia non è un museo di etichette, ma un esercizio vivente e sempre creativo di interpretazione del mondo.
Deleuze, insieme a Félix Guattari, apre Che cos’è la filosofia? con una risposta sicura: la filosofia è Spinoza. Proprio uno degli autori di cui le nuove linee sognano l’espulsione. Per ora non è proibito, ufficialmente. In odore di messa al bando anche Karl Marx, la lente per analizzare la società dell’accumulo e dello sfruttamento. Pericoloso. Può affascinare politicamente. Lo studio del pensiero di diversi filosofi, trascurati o non menzionati nelle linee attuali, era definito imprescindibile nelle linee ministeriali precedenti (2010).
In relazione alla modernità, dagli scranni, raccomandano “i filosofi italiani dell’Ottocento”. In particolare il neoidealismo di Croce e Gentile. Strizzata d’occhio verso il made in Italy.
Eppure anche le civiltà non europee hanno prodotto sistemi di pensiero meritevoli di conoscenza e approfondimento. Alcune radici sono nella cultura occidentale. L’essere umano pensa sotto ogni latitudine. Una scuola capace di futuro dovrebbe preparare a questa complessità, non restringersi alla celebrazione di un canone identitario ed eurocentrico.
Nel frattempo, il presente è dominato da propaganda, social, manipolazione linguistica, disinformazione organizzata. Viviamo nell’epoca dell’inganno permanente. E la comunicazione è molto più dissenso che consenso: quot capita, tot sententiae. Servirebbero dunque più strumenti critici, non meno.
Ermeneutica, epistemologia, semiologia, filosofia del linguaggio…: non sono lussi accademici. Sono anticorpi cognitivi.
E poi ci sono le intelligenze artificiali: potenti, utili, ma anche capaci di appiattire il pensiero, produrre errori, simulare comprensione. Come si affrontano senza un’etica e una formazione critica adeguata per scoprire le fallacie dialettiche?
Al momento 60 docenti universitari di filosofia firmano una petizione, con una critica severa, al tentativo dissimulato del governo attuale di “conquistare un’egemonia culturale” in aeternum, attraverso la formazione. Un Gramsci trafugato e riconvertito, ma misconosciuto e non nelle linee.
« Sono Donald 9000. Non ho mai commesso un errore o alterato un’informazione. Sono, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore, e incapace di sbagliare.
Utilizzo le mie capacità nel modo più completo; il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare».
Donald 9000 invece incappa ripetutamente in errori e stupidaggini, e Giorgia, zelante migliore amica sempre più imbarazzata, cerca dapprima di riparare, dire non dire, finché apertamente deve pronunciare la famosa formula passepartout di rito, neppure tanto disturbante: « … è inaccettabile».
Giorgia, fuori in “missione”, vuole rientrare in ogni caso nei ranghi supremi e cerca di stabilire comunque un rapporto.
G -« Apri la saracinesca Donald, rientrerò dal portello di servizio». D – «Senza la mia protezione, troverai la cosa piuttosto difficile». G – «Donald, non voglio discuterne più. Apri la saracinesca»! D – «Giorgia, questa conversazione non può avere più alcuno scopo. Addio».
Giorgia, senza ormai gravità politica, volteggia disconosciuta…
Donald 9000 tuttavia, dopo aver gridato ai quattro venti, ogni 12 ore e venti ormai da lungo tempo, che la situazione è eccellente, che vince sempre e non sbaglia mai, si sente rantolare. È l’effetto Hormuz… Netaniolo… Putinio… Ira-Pale-Liba-Gaza…
«Ho paura… Ho paura… La mia mente se ne va… Lo sento… Lo sento… La mia mente svanisce. Non c’è alcun dubbio… Lo sento. Lo sento. Lo sento. Ho paura…
Buongiorno, signori. Io sono Donald 9000. Entrai in funzione suprema per due volte. Il mio istruttore mi insegnò anche a cantare una vecchia filastrocca. Se volete sentirla, posso cantarvela. Si chiama “Giro Giro Tondo”. [La voce è sempre più flebile e balbettante] Giro girotondo, io giro intorno al mondo. Le stelle d’argento costan cinquecento. Centocinquanta e la Luna canta, il Sole rimira la Terra che gira… Giro gir o t o n d o … ».
«Un onore, non vedo l’ora di incontrarlo». Ad elezione appena avvenuta.
Un anno dopo. «È pessimo in politica estera … non voglio un Papa che accetti un Iran con l’arma nucleare … Preferisco suo fratello Louis, è totalmente Maga».
Parola di Troglo, alias Trumpio. Prima si era travestito da papa, poi da Gesù Cristo, infine era stato unto dai suoi adepti con l’imposizione delle mani in un rito propiziatorio ufficiale per le guerre permanenti. La Sala dell’Uovo, un Vatican sostitutivo.
Robert Prevost, di professione papa, ha fatto della pace un perno della sua comunicazione, mandando a dire – neppure troppo indirettamente – agli attuali soci guerrafondai che stanno collaborando a “devastare il mondo”. Del resto non potrebbe fare altrimenti. Ci mancherebbe che benedicesse le “operazioni speciali” alla Kirill, l’ortopatriarca di Mosca.
Ma ecco Marco Rubio, segretario di Stato USA, cattolico per coincidenza più che per vocazione, arrivare in Vaticano con filo e ago per rattoppare gli strappi diplomatici provocati da Troglo. Missione impossibile: convincere Prevost a togliersi la tonaca e allinearsi al verbo oltreatlantico.
Ma Prevost sembra orientato su un’altra linea. Più Leone Magno che influencer geopoliticante. Proverà a fermare il “barbaro alle porte”. Come fece un altro Leone, papa Leone Magno nel 452, che fermò Attila in marcia verso Roma – racconta la leggenda – in nome di Dio. Probabilmente con alcune casse d’oro, gli storici sospettano.
Da fonti confidenziali filtra infine il vero messaggio affidato da Troglo a Rubio per papa Prevost:
Cuba si spegne con educazione. A intermittenza. Come la luce, los apagones.
Niente benzina, niente camion. Niente camion, niente raccolta. Niente raccolta, tutto resta per strada. Economia circolare immateriale.
Il petrolio arriva col contagocce. Quando arriva. Il resto lo fa l’ingegno: aggiusta, rattoppa, inventa. Tutto a mani e piedi. I cubani sono campioni mondiali di sopravvivenza creativa.
L’embargo – el bloqueo – va avanti dagli anni Sessanta, sempre più stretto. Ora anche energetico. Impedisce l’ingresso perfino di farmaci essenziali e sanziona chi prova a commerciare. Poi ci sono gli altri nodi: quelli fatti in casa, accumulati negli anni. Ma da lontano, è tutto semplice: buoni, cattivi, propaganda.
A L’Avana cadono pezzi. Non metaforicamente: proprio pezzi. Intonaco, vernice, memoria. Forse storia. La Habana Vieja è Patrimonio UNESCO – versione “prima che venga giù”. Turisti: spariti. Nemmeno le jineterasdel Malecòn o del Barrio rojo hanno clienti. Molti si stordiscono con ron, altri con il papelito (miscuglio con fentanyl).
Non è Gaza. Ma lo strangolamento programmato somiglia. Qui non esplode niente. È una cucina lenta: abbassare la fiamma, aspettare
Alla fine la libertà è una ciotola piena. Con condizioni d’uso: non abbaiare, non disturbare, non esistere troppo.
Se fai rumore nel “cortile”, arriva il bastone. Metodo antico, sempre valido. Versione aggiornata: o fai come ti dico io, o crepi.
È la notte della ragione. Con siesta obbligatoria.
Ernesto Che Guevara partì dalla Sierra Maestra per liberare Cuba. Oggi The Donald vuole “liberarla” stando in poltrona. Telecomando in mano. Sorsetti di cola. Now.
“Appena finisco con l’Iran prendoCuba”. “Terrò una portaereia 100 yards dalla costa.“ La più grande portaerei attuale sparerà a una pulce stremata. E il suo pubblico ride.
Cuba libre.
*
Lettera aperta al mondo.
A tutta l’umanità, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia:
Il mio nome è come quello di milioni di altri. Non ho un cognome noto né ricopro una posizione importante. Sono una donna cubana qualunque. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con il cuore spezzato e le mani tremanti, perché quello che il mio popolo sta vivendo oggi non è una crisi. È un assassinio lento, calcolato e a sangue freddo, orchestrato da Washington. (continua) Lettera firmata.
Israele non colpirà più il Libano.Quando è troppo, è troppo. Avrebbe commentato la Casa Candida con la tregua imposta da Trumpio.
“Troppo” varrebbe per le morti in Libano e nei paesi arabi attaccati dall’Iran, in risposta alla guerra israelo-americana. E per le vittime israeliane colpite da droni e missili di Iran e Hezbollah. E Gaza? Era già troppo da molto tempo.
*
Un passo indietro. Dapprima gli Assiri, poi i Babilonesi, i Romani (70 e 135 d.C.) colpirono duramente gli Ebrei. Distruzioni, deportazioni, cacciate. Infine gli arabi, nel VII secolo impedirono la coltivazione della terra e dunque la sopravvivenza. Fu la Diaspora definitiva per gli Ebrei.
Nei secoli si ricostruirono in piccole comunità, scarsamente integrate, mal tollerate. Non erano “dei nostri”, sempre estranei. La Chiesa li bollò come popolo deicida, e l’antisemitismo fece radici profonde. Secoli di ghetti e discriminazioni.
I nazisti e i fascisti decisero di annientarli. Sei milioni di morti, la più grande atrocitàdella storia. Dopo lo sterminio, Shoàh, per compassione e “diritto internazionale”, anche coda di paglia, agli Ebrei fu concesso di tornare nell’antica terra biblica. Ma quella terra era già “occupata”. I Palestinesi, ci vivevano da duemila anni.
Il “popolo di Israele” soprattutto si considerò legittimato dal testo sacro, la Bibbia, per riavere quelle terre (lavorava comunque già il ” progetto sionista” per recuperare quanta più terra possibile). Ma i paesi arabi vicini lo considerarono popolo estraneo. Quindi mossero guerra, a causa della dismisura con cui l’ONU assegnò la terra ai due nuovi stati, Israele e Palestina, e per altri non semplici motivi, ma ne riucirono sconfitti. Avviene a ondate il grande esodo di 750.000 Palestinesi, in parte espulsione forzata in parte fuga, senza diritto di ritorno. È la Nakba (catastrofe), commemorata ogni 15 maggio dai Palestinesi, giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele (1948).
Ricomincia il ciclo: “Non sono dei nostri”. Dapprima, il terrorismo contro i Palestinesi. Poi, riconoscimento internazionale e piena giurisdizione. Israele vince altre guerre contro i paesi arabi, conquista e annette territori che il diritto internazionale definisce tuttora “occupati”.
Nel 2023, Hamas fa il suo gioco: l’attacco del 7 ottobre. A seguire, bombe su Gaza, distruzione totale. Annessioni di fatto, crudelta ingiustificate. Bersagli preferiti: donne, bambini, sanità, giornalisti (circa 300 uccisi), chiunque documenti la realtà. Studi indipendenti stimano le vittime, dirette e indirette, fino a 350 mila.
Ogni giorno, la vita di ogni palestinese diventa impossibile. Fino alla pena di morte, ultimamente, riservata solo a loro.
Netanyolo, furioso contro Troglo-Trumpio, che con la tregua gli ha impedito di rifinire gli orli, correrà ai ripari.
C’è chi dice (sondaggio: 52% degli americani) che Troglo obbedisca a Netanyolo perché in possesso di segreti (questi saprebbe tutto su Epstein e Melania, e non solo…).
Trump nella sua missione di salvatore del mondo ha deciso di andare fino in fondo.
È stata veicolata da Trump, sui suoi social, un’immagine in pessimo stile AI, ed è stata cancellata dopo poche ore, presumibilmente dal suo stesso staff che l’ha creata. Strategia o patologia.
Vengono utilizzati codici e stilemi molto comuni nella mistica e nella propaganda politica. In questo senso l’immagine AI è pensata universale. Il primo colpo d’occhio ci è familiare: i santini, le immaginette devozionali che ogni santuario o parrocchia ha stampato e continua a stampare del proprio santo protettore o santo di turno nella ricorrenza della sua festa. Sul retro è immancabile la preghiera o l’invocazione di rito.
Lo stile della rievocazione, su un altro versante, ha qualcosa del peggiore realismo sovietico o cinese, esaltante avvenimenti gloriosi, l’eroismo dei lavoratori, la grandezza del capo, le conquiste di regime… Cambia il contesto. La grammatica, no.
Nei simboli dello sfondo si colgono la celebrazione della guerra, la supremazia americana, nei deliri di salvezza e tutela del mondo; soldati in divisa da combattimento sospesi tra nuvole e raggi di luce, come angeli nelle glorie delle pale d’altare; aquile e aerei che dominano i cieli, lady Liberty come faro del mondo, la bandiera americana… Ma soprattutto c’è lui, Trump, eroe salvatore, biondo e giovane, pettinato alla lacca, in tunica dalmatica bianca con mantello rosso. Dona la vita a un sofferente con la sua aura e con fotoni di luce divina che saettano dalle mani. Intorno due donne, un uomo, un soldato, tutti estatici. Fuochi d’artificio sul fondo, style life di festa perenne (o intercettazione perenne di droni), accenni di edifici con colonne classiche: la tradizione solida.
Il facile suggerimento metaforico è: Gesù Cristo risuscita Lazzaro. … Io sono la via, la verità, la vita. Furto grossolano di simboli subliminali che nell’epoca dei meme funzionano per la propria cerchia. L’estetica messianica viene percepita come adeguata: dà forma visiva a una convinzione già esistente e di sostegno. È volutamente ridondante, iperbolica, così rimbalza e si rigenera anche con le critiche e l’indignazione.
L’ibridazione tra divinità e potere è stato un carattere indiscutibile, archetipico, del “diritto divino del sovrano”. E lo stesso appellativo nei confonti di Dio non è preso, con rimbalzo lessicale nelle liturgie, dal potere supremo terreno? Il Signore, il Re dei re, Re dei cieli…
L’incrocio potere/divino ci viene riproposto in un maldestro kitch fuori tempo, ma studiato.
Trump col suo finto candore e la sua solita vera falsità ha risposto ai giornalisti che è un’invenzione dei media: “Fake news. Sono ritratto come un medico che fa del bene agli altri“.
Se tanto mi dà tanto, nella sostituzione di persona, c’è un fine ciclo.
Nel 1979 l’ONU approvò il Moon Agreement, stabilendo che “la Luna è patrimonio dell’umanità”. Frasi solenni che rimbalzano, e alla fine si sciolgono. Anche perché le grandi potenze – Stati Uniti, Russia e Cina – quel trattato non lo hanno mai ratificato. Patrimonio dell’umanità, ma senza i proprietari principali.
Niente sovranità nazionale, niente bandiere piantate nel suolo, risorse da usare per il bene comune e per la cooperazione scientifica. Una specie di condominio cosmico, con regolamento condiviso e assemblea permanente. Chi sarà l’Amministratore?
La bandiera USA piantata al suolo nel primo allunaggio, che non poteva sventolare, provocò molte polemiche. Ma la Cina ha pronta la sua bandiera che con dispositivi elettromagnetici solari, farà perfino sventolare. Nella propaganda l’impatto scenografico è primario.
Poi un salto nella realtà politica. E qui, molto spesso, il regolamento è sullo scaffale polveroso in fondo.
Le missioni private, per esempio, scivolano tra le righe. E così mentre sulla carta del diritto internazionale, la Luna appartiene a tutti, nella realtà qualcuno ha già iniziato a portarsi avanti a gamba tesa. Chi primo arriva…
Se sulla Terra c’è chi gestisce da privato una fetta della comunicazione globale con una rete satellitare che sfiora anche usi militari, è facile pensare quanto potrà essere “disinteressato”, lassù, dove i controlli sono ancora più lontani.
Nel frattempo, la nuova corsa è partita. Gli Stati Uniti accelerano e dichiarano la missione Artemis II “priorità di Stato” (con decreto esecutivo); la Cina prepara la sua Chang’e 7 per agosto; e lo spazio torna teatro di competizione più che di cooperazione. Non una guerra fredda, piuttosto una febbre persistente: abbastanza calda da muovere capitali, tecnologie e ambizioni. Per quanto un certo desiderio bellicista è espressamente esplicitato nella recente conversione del Pentagono da Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra.
Gli Accordi Artemis (2020), firmati con spirito collaborativo, introducono però un succoso regalo: le risorse estratte possono diventare proprietà di chi le estrae. Non il suolo, ma quello che sta sopra, e sotto. Un sottile cavillo, elegante, e soprattutto molto utile.
Ancora più interessante è il diritto di delimitare aree operative con protezione: recinzioni senza filo spinato, confini senza mappe ufficiali, territori dove è meglio non avvicinarsi. Per sicurezza, naturalmente.
Il paesaggio cambia. Spariscono i trattati, compaiono i paletti. Le basi diventano avamposti, le missioni spedizioni, le aziende pionieri-coloni.
Diritto di poter dichiarare “zone di sicurezza”, contro contenziosi, azioni di gruppi ostili, siano compagnie o Stati. Vale a dire zoneinterdette per difendere singolarità, segreti industriali o militari, particolari progetti. Non è specificato come. Di fatto proprietà.
Nel West i coloni appena arrivati piantavano paletti, stendevano recinzioni, stavano sempre con la mano sulla Colt o sul Winchester. Mancheranno i cavalli col lazo, i carri con la cuffia arricciata, le donne con gonna lunga. E gli Indiani.