FLIP-FACER

Prima umiliazione, urbi et orbi, dalla Basilica Bianca: Zelenskio, messo alla berlina davanti al mondo.
Voltafaccer con dito alzato: Non hai le carte!
Un servitore istituzionale di contorno: Perché ti vesti così…?! Non avevi un altro vestito?

Prodotti di chissà quale macchina del tempo a ritroso.

Seconda umiliazione ufficiale, in diretta video-social: Zelenskio, dopo la prima ricucitura, diventa improvvisamente un ostacolo agli accordi di pace e va deposto.
Non adatto al ruolo. Non vuole fare accordi. Colpisce le raffinerie.
Questo per Voltafaccer appare molto più grave dello stillicidio di vite umane delle due parti in guerra.

L’ostacolo alle trattative di pace non è la guerra incancrenita, non le condizioni capestro, non gli interessi in gioco. L’ostacolo ora è Zelenskio.

Rimosso lui, Putino può incassare tutte le aree geografiche che desidera; Voltafaccer, le terre rare, il petrolio, il grano, altri desiderata.

Per gli accordi sul gasolio ogni ostacolo sparisce.

Peace is complicated. Business is business.

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Via Zelensky – avanti col petrolio


Troglo, in preda a una crisi convulsiva, scarica Zelenskio.

Con una piroetta fa affari con Putino.

Così Putino incassa rubli: si finanzia la guerra.
Troglo ottiene petrolio scontato.

La pace, invece, non è per nulla scontata.
Bye-bye! Ну, пока́ !

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Diritti & diritti

Il 7 ottobre è una data raccapricciante. Come l’11 settembre. Come tante altre date che, una dopo l’altra, hanno spezzato speranze e aperto nuove voragini nella storia.

Speranze di chi ha subito e chiede giustizia, di chi ripudia le guerre.

Ma anche di chi intravede possibilità di rimonta politica.
La Storia è anche la storia del Potere brutale.

Molti ne sono incomprensibilmente affascinati e la loro speranza è la rivalsa, il recupero, la restaurazione.

Il Ritorno.

Lentamente, ma inesorabilmente, si assiste all’affermarsi di “nuove” branche giuridiche.

Il diritto privato — c’è sempre stato, ma oggi con nuovissime etichette.
Il diritto personale: ti faccio fuori. Basta soltanto l’antipatia.
Il diritto etnico: fuori gli altri, dentro noi. Un tempo forse per sopravvivenza, oggi per superiorità.
E dunque pulizia.

Il diritto divino. Le terre sono state assegnate dall’alto:
Dio ce le ha date, guai a chi ce le tocca.

Il diritto di spianamento con bulldozer.
Il diritto verbale tassativo: ti avevo avvertito.
Il diritto del non detto: ti elimino mentre dormi.
Il diritto di esecuzioni mirate.

Il diritto di rappresaglia.
Il diritto del fatto compiuto.
Il diritto all’impunità.

Diritto all’uso della forca.
Diritto di cancellazione.
Diritto di far vivere senza cibo e tra le spazzature.

Diritto di immensa ricchezza per pochi.

Diritto all’ottusità.

Il diritto come dico io.
Come diciamo noi.

Gli amministratori del diritto internazionale ne hanno preso atto.
Così le atrocità mondiali stanno diventando la nuova struttura umana.

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Frescacce di Stato 1

Fantozzi oggi direbbe: «È una tajanata pazzesca!»

Il film dove la famosa frase punta invece sulla «cagata pazzesca» è in restauro, per doppiarla secondo cronaca.

Al ministro degli Esteri italiano e vicepresidente del Consiglio è stata conferita la massima onorificenza alla carriera di gaffeur di Stato.

Frescacce di Stato.

Ultima perla.
È giunta la condanna in contumacia di alcuni responsabili della morte inflitta al ricercatore italiano Giulio Regeni, in Egitto. Fu torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani.

Il ministro:

“Sono state condannate tre persone, non l’Egitto”.

La penultima perla è arrivata con un proverbio che sembrava rimasto in soffitta dalla Rivoluzione culturale:

«Colpirne uno per educarne cento».

Una frase generalmente associata a Mao Zedong e utilizzata anche dalle Brigate Rosse. Il vicepremier Tajataja non ha parlato di BR: il collegamento è storico, non una sua attribuzione. Ma quando un vicepremier e ministro degli Esteri sceglie proprio quella formula per parlare di magistrati, il citofono della storia suona inevitabilmente:

Cosa ha detto?

In rigoroso ordine di tajanità, ecco la classifica.
Caso strano, rima con italianità.
*

1. «Sono state condannate tre persone, non l’Egitto»

Premio Antonio e Cleopatra
Tre persone capitate lì per caso. Tre passanti.
Niente a che fare con l’apparato di governo.
Il ministro Tajataja, per un caso tristemente eclatante, usa delicatezze diplomatiche celestiali.
Delicatezze non nuove. Ricordano il caso Al-Masri.

Negli idilli, tenere sempre una guancia di riserva.
[29 settembre 2026]
*

2. «Colpirne uno per educarne cento»

Premio Mao Tse-Tajataja
Si parlava di sicurezza, arresti e magistratura. Tajataja invoca maggiore severità e tira fuori la frase che attraversa Mao, la storia della lotta armata italiana e arriva direttamente al dibattito sulla giustizia.

Una sola frase, tre epoche storiche e un bel po’ di lavoro per gli storici.
[26 settembre 2026]
*

3. «Il San Paolo»

Premio Google Maps-GPS
Siamo a Bari.
Il ministro parla dello stadio.
E dice: San Paolo.
Il pubblico corregge: San Nicola.
Il San Paolo è a Napoli.
Tajataja si corregge.

La diplomazia territoriale è stata risolta, seduta stante, direttamente dagli spalti.
[11 novembre 2025]
*

4. «La gonna più lunga»

Premio Metro da sarta
Dovesse dare consigli al figlio (già sposato) per la scelta di una moglie (!), il ministro suggerisce come preferibile una donna non appariscente, seria e con la gonna più lunga. Così non farebbe i “cornetti“.
[Lui invece, per tradizione, li può fare].
Una rivoluzione nel campo della psicologia relazionale:

la compatibilità di coppia si misura dall’orlo.
[19 settembre 2026]
*

5. «L’utero non è un forno»

Premio MasterChef Bioetico
Per spiegare il proprio pensiero contro la maternità surrogata, fedele alla posizione politica della sua area, il ministro tira in ballo il forno e le patate arrosto.
La bioetica italiana non era preparata. È presa di contropiede.

La prossima volta si teme un dibattito sulla fecondazione assistita con metafora della friggitrice ad aria.
[31 marzo 2023]
*

6. «Il diritto internazionale vale fino a un certo punto»

Premio Carta geografica senza limiti

Pronunciata discutendo della vicenda della Global Sumud Flotilla.
Il diritto internazionale, secondo la frase riportata, è importante.
Ma fino a un certo punto.

La sovranità nazionale con clausola “termini e condizioni”, scritto in piccolo.

Il vicepremier ha poi spiegato il senso che intendeva dare all’affermazione.
Ma il titolo, ormai, aveva già fatto carriera.
[2 ottobre 2025]
*

7. «Berlusconi ci guarda da lassù, in streaming»

Premio Banda ultralarga dell’Aldilà

Una delle formule più surreali attribuite a Tajataja.
Perché il problema è il collegamento con il paradiso.
E sapere se prende il 5G e Mediaset.
[17 dicembre 2023]
*

8. «Mussolini ha fatto cose positive»

Premio Primo Paragrafo

Tajataja (in quel momento Presidente del Parlamento europeo) parlava del fascismo e citava infrastrutture e bonifiche, precisando nella stessa occasione la propria condanna del regime, delle leggi razziali e della deriva nazista.
Peccato che il Dux di cose “positive” ne aveva già fatte anche nel primo paragrafo, col delitto Matteotti che rivendicò pubblicamente.

Esplose una grande polemica.

Una dichiarazione che aveva bisogno del secondo paragrafo per spiegare il primo.
[13 marzo 2019]
*

9. «Viva l’Istria italiana, viva la Dalmazia italiana»

Premio Farnesina col navigatore spento

Pronunciata durante le celebrazioni del Giorno del Ricordo.
Croazia e Slovenia protestarono.
Il vicepremier, all’epoca Presidente del Parlamento europeo, precisò che non intendeva avanzare rivendicazioni territoriali.

Una frase patriottica che ha costretto la diplomazia italiana a partire subito dopo con il correttore automatico. D’emergenza.
[12 febbraio 2019]
*

10. «San Nicola… San Paolo… insomma, uno stadio»

Premio Derby alla rinfusa

Perché il vero talento non è sbagliare e riconoscerlo.
È trasformare un errore geografico in una categoria filosofica:

gli stadi sono tutti uguali, purché ci sia il pubblico.
*

11. «Non affacciatevi alla finestra se arrivano i droni»

Premio Manuale del perfetto cittadino in guerra

Vai dentro!
Il nemico ti vede!
Un consiglio comprensibile sul piano della sicurezza.
Ma detto da un ministro degli Esteri assume una tonalità quasi cinematografica.

Farnesina o istruzioni per il condominio? O tenetevi pronti?
[2 Marzo 2026]

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Quotazioni in urna


Troppa la posta in gioco

Di là, Trunpio rischia grosso.
Se il voto di novembre gli va storto, addio ascensore e scale mobili.
Lo aspetterebbero le sabbie mobili.

Ha promesso 5.000 dollari a ogni americano adulto se vinceranno i Repubblicani.
Cioè se al voto di novembre il Congresso resterà a maggioranza repubblicana.

Una promessa da oltre mille miliardi di dollari.

Ne aveva già promessi 2.000 a testa, come dividendo del maggior gettito prodotto dai dazi imposti al mondo.
Nulla.

Il marinaio che ha fatto la promessa sta ancora nello Stretto di Hormuz.

Difficile che torni in tempo.

Di qua, Georgica rischia altrettanto.
Il premierato a mucciuni, come direbbe Montalbano di Camilleri.
Il megaponte dello Stretto.
I fratelli, ma non le sorelle, d’Italia.
E poi c’è il macigno che rotola, Vannacciolo…

Il Melonellum, intanto, prepara il suo “premio di maggioranza”.
Una vera coazione a ripetere ad vincendum.

Nel 1953 ci avevano già provato.
La legge passò con il voto di fiducia, tra le proteste dell’opposizione.
Alle urne, la maggioranza si fermò appena sotto il 50 per cento.

Premio non scattato.

L’anno dopo la legge fu abrogata.
Montanelli ricordava che lo stesso Scelba, promotore, aveva previsto, con un filo di pudore allora ancora disponibile, che quella sarebbe stata chiamata “legge truffa“ e loro “truffatori”.

Ai tempi di di Scelba l’opposizione non era affatto scialba…

Nel frattempo l’attuale governo festeggia la maggiore longevità nella storia repubblicana.

A colpi di fiducia.
E di decreti-legge.

Finale di partita:
il Bianco muove e vince in tre mosse.

Poi, nella partita successiva, si allea col Nero.
Rinnegando di essere stato Bianco.
Nero con Nero non si distinguono i pezzi.

Partita impossibile.

***

Herocriminali


Ratko Mladić. Chi era costui?

Gli esseri umani lo hanno condannato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, sulla base di quei principi elementari che abbiamo chiamato convivenza, civiltà, etica, giustizia.

La Storia ha però anche una voce più concreta: Srebrenica, almeno 8.000 bosgnacchi uccisi, uomini e ragazzi, esecuzioni di massa, fosse comuni. Tutto in nome di un suprematismo ipernazionalista e del progetto di una «Grande Serbia».
Quella anche di Slobodan Milošević, che morì in carcere per gli stessi reati, poco prima della sentenza definitiva.

E poi c’è un’immagine.

Un video lo mostra sorridente, rassicurante, mentre accarezza un bambino e gli offre una cioccolata.

La cioccolata della morte.

Quelle immagini appartengono agli stessi giorni in cui le forze al suo comando stavano mettendo in atto la campagna che avrebbe portato al massacro di Srebrenica. Tra le vittime, migliaia di uomini e ragazzi bosgnacchi. Anche il padre di quel bambino. Le sue ossa sarebbero state ritrovate molti anni dopo.

Mladić è morto da pochi giorni, a 84 anni, nel carcere dell’Aia, dove scontava l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

E mentre la giustizia internazionale lo aveva condannato, una parte dei suoi sostenitori – dentro e fuori dalla Serbia – continua a celebrarlo come un eroe.

Onori. Celebrazioni. Un eroe nazionale. Un mito.

Qualcuno è arrivato a titolare che aveva «impedito l’avanzata dell’Islam».

È questo, forse, l’aspetto più inquietante.

Non soltanto che esistano i criminali che compiono genocidi.
Ma che, dopo i crimini, possano essere trasformati in eroi e avere un seguito politico.

Allora c’erano le reticenze, le esitazioni, la mancanza di coraggio della politica internazionale davanti alla dissoluzione violenta della Jugoslavia.

Le stesse esitazioni che abbiamo già visto davanti all’avanzata dei fascismi.

E che continuiamo a vedere, ancora oggi, in molte parti del mondo.

A pochi giorni dalla morte, il suo corpo è tornato in Serbia, mentre si preparano le esequie con funerali di Stato e onori militari.
La celebrazione di Mladić continua a suscitare fortissime reazioni, anche a livello europeo:
“La glorificazione dei criminali di guerra non ha posto in Europa”, comunica Bruxelles.

Si dice che la Storia non si ripete.
Ma si ripetono gli errori.

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Alta Climatologia

Giro nell’Alta diplomazia.

È stato esteso un invito a tutte le diplomazie di alto bordo per un’intervista sulla situazione attuale dei cambiamenti climatici.

Il testo proposto era comune, del tipo:

«… in quanto… poiché… d’altronde… incontrovertibilmente… inoppugnabilmente…».

Stranamente unanimi, le risposte sono state:

🇮🇹 Italia — Ce ne fottiamo di tutto.

🇬🇧 Regno Unito — We don’t give a fuck about any of it.
Con assoluta compostezza: “Non ci frega un cazzo di niente.”

🇫🇷 Francia — On en a rien à foutre de tout ça.
“Non ce ne frega un cazzo di tutto questo.”

🇪🇸 Spagna — Nos la suda todo.
“Ce ne sbatte tutto”.

🇩🇪 Germania — Uns ist die ganze Scheiße scheißegal.
Una specie di: “Di tutta questa merda non ce ne frega un cazzo.”

🇵🇹 Portogallo — Estamos-nos a cagar para tudo.
“Ce ne stiamo cagando di tutto.”

🇧🇷 Brasile — A gente tá cagando e andando pra tudo.
“Ce ne stiamo cagando e andando.”

🇳🇱 Paesi Bassi — We geven geen fuck om wat dan ook.
“Non ce ne frega un cazzo di niente.”

🇵🇱 Polonia — Mamy wszystko w dupie.
“Abbiamo tutto nel culo” → “ce ne sbattiamo di tutto.”

🇷🇺 Russia — Нам на всё насрать.
Nam na vsyo nasrat’.
“Ce ne frega un cazzo di tutto.”

🇬🇷 Grecia — Χεστήκαμε για όλα.
Chestíkame gia óla.
“Ce ne siamo fottuti di tutto.”

🇹🇷 Turchia — Her şeyi sikimize takmıyoruz.
“Non ci importa un cazzo di niente.”

🇮🇱 Israele — אנחנו שמים זין על הכול
Anachnu samim zayin al hakol.
“Noi ce ne fottiamo di tutto.”
[Di tutti].

🇯🇵 Giappone — そんなの知ったこっちゃねえ。
Sonna no shitta koccha nē.
Più “non ce ne può fregare di meno”
che letteralmente “ce ne fottiamo”.

🇨🇳 Cina — 我们他妈什么都不在乎。
Wǒmen tā mā shénme dōu bù zàihu.
“Non ce ne frega un cazzo di niente.”

🇰🇷 Corea del Sud — 우린 좆도 신경 안 써.
Urin jot-do singyeong an sseo.
“Non ce ne frega un cazzo.”

Una sola frase, per tutte.
Clonata con lo stampino.

Una rara prova di unità internazionale.

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GAZA LIVE

SPETTACOLO NO-STOP

Tutto esaurito nelle cancellerie.

Gaza, spettacolo no-stop: ancora bombe, macerie, morti, fame.
Da qualche giorno far volare gli aquiloni è anche un atto di guerra.

In platea, diplomatici e governi assistono in diretta.
Si sorseggiano drink, si fuma, si va in bagno e si torna subito.
La diretta non va persa.

Ogni tanto qualcuno o qualcuna si alza per dire che è “inaccettabile”.
Poi torna a sedersi, a chiaccherare con civile bon-ton.

Lo spettacolo no-stop continua.
Nessuno stacca la spina.
Posti esauriti.

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BALLE / BOLLE / BULLO

La prossima.

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FASCE di Stati


Da una panchina.
Appunti grafici con la biro, sul margine bianco di una rivista.

È già agosto, inesorabile.

Per lo scorrere del tempo, con aria di fuoco nelle strade.
Per il fuoco appiccato da criminali su pinete e radure.
Per il fuoco dato ai casolari di tavole e lamiere, con una capra.
In nome di dio.

Per il fuoco fatto piombare dal cielo da altri criminali.

Morti.
Anora morti

Le Fasce degli Stati (non di Van Allen, ma altrettanto ostinate) sono le stesse di un anno fa. Di due. Di tre…

Alcuni Stati allineati in dormitorio comune.

Non vedo.
Non sento.
Non parlo

Altri, insonni.

Società SNRU.
Società senza Nessuna Responsabilità Umana.
Dove il Diritto è un fastidio.

Non contano le pecore. Continuano a distribuire caramelle esplosive e matriosche di passi contati: mille, cento, dieci… l’ultimo.

Soprattutto di notte.
Soprattutto a donne, bambine e bambini.

Altri Stati sono ormai solo macerie.

Chi li abitava vive ora all’aperto, tra spazzature, rifiuti, topi, deiezioni, labirinti di detriti.

Labirinti di cose care perdute.
Senza neppure il luogo.

Poco cibo.
Poca acqua.
Pochissimo di tutto.

Anzi.
Nulla.

E anche le parole.

***