Verso la presa diretta

Negli ultimi vent’anni la Corte Costituzionale è intervenuta più volte sulle leggi elettorali, perchè la ricerca della governabilità non può comprimere oltre misura il principio di rappresentanza.

Sentenza n. 1 del 2014: dichiarò illegittimo il premio di maggioranza del Porcellum che poteva attribuire una maggioranza parlamentare enorme senza una soglia minima di voti.

Sentenza n. 35 del 2017: intervenne anche sull’Italicum eliminando il ballottaggio nazionale.

Entrato da un orecchio, uscito all’altro.

Difficile che una legge elettorale sia perfetta.
Ma una delle illusioni più ricorrenti è credere che per garantire la governabilità basti un premio di maggioranza.
La storia italiana racconta qualcosa di diverso.
Le leggi che hanno inciso positivamente nella società si ebbero quando i partiti erano costretti a parlarsi in “Parlamento” discutendo, apportando modifiche e cercando soluzioni. Quando nessuno di loro aveva il potere artificioso di imporre o blindare.
La strada preferita da determinate politiche ha portato, invece, allo svuotamento del Parlamento, alla disaffezione al voto, e alla collezione di figure politiche signorsì piuttosto che alla rappresentanza voluta dalla Costituzione.

1993 – Mattarellum
Dopo Tangentopoli il referendum voleva rompere il sistema dei partiti tradizionali.
L’obiettivo era:
favorire l’alternanza;
responsabilizzare gli elettori;
ridurre il potere delle segreterie.
Per molti anni effettivamente si ebbe il bipolarismo.
Rimangono danni.

2005 – Porcellum
Fu lo stesso autore della legge, Roberto Calderoli, a definirla una “porcata”, da cui il soprannome “Porcellum”.
Introdusse:
liste bloccate;
forte premio di maggioranza;
minore possibilità per gli elettori di scegliere i candidati.
Rimangono danni.

2015 – Italicum
Pensato per una Camera eletta con un solo vincitore.
Il suo cuore era:
premio di maggioranza;
eventuale ballottaggio.
Non entrò mai pienamente in funzione perché nel frattempo il referendum costituzionale del 2016 bocciò la riforma del Senato.

2017 – Rosatellum
Sistema misto.
Una parte dei parlamentari viene eletta in collegi uninominali, l’altra con metodo proporzionale.
Molti osservatori lo considerano una legge che incentiva le coalizioni ma lascia agli elettori margini limitati nella scelta dei candidati.
Cambiavano gli strumenti, ma non l’obiettivo.
Rimangono danni.

Tutte queste riforme avevano una promessa comune: rendere più stabili i governi.
Il “Melonellum” si inserisce nella stessa tradizione, spingendola però ancora oltre.

2026 Melonellum
È il nome ironico della legge elettorale in cantiere, che vuole andare molto oltre l’attribuzione del premio di maggioranza.
Mira alla concentrazione di poteri. Per arrivare a un premierato con la tecnica del lento bollore.
Una maggioranza parlamentare ottenuta grazie a un forte premio potrebbe raggiungere più facilmente soglie che incidono anche sulla composizione degli organi di garanzia.
Per questo il dibattito riguarda non solo la governabilità, ma anche l’equilibrio tra rappresentanza e accentramento del potere.
Ma è proprio quello che stanno preparando gli chef di corte, in procedure perfino a sé stessi blindatissime.
Il cliente-elettore mangia la pietanza che vuole il direttore di sala.

Se i camerieri porteranno in tavola, avremo:

Antipasto: prosciutto e Meloni.
Piatto principale: premio di maggioranza in salsa littoria.
Dessert: Quirinale in coppa regale.

***

La risposta

Ti faccio vedere io chi sono, con chi hai a che fare!

Groenlandia? Niente.
Canada? Tante parole.
Panama? Vedremo.

Dopo che Troglo ha dichiarato con broncio imperiale:
«Mi ha fatto pena»,
Palazzo Fatina ha deciso che era giunto il momento di ristabilire il prestigio nazionale.
Nella notte uno squadrone di farfalle a reazione ha invaso la Corsica.
Un reparto speciale di deiettori notturni a guano ha neutralizzato le difese costiere.
All’alba la situazione era già stata normalizzata.

La rivendicazione ufficiale:
«Dal 1769 la Corsica rappresenta una ferita emotiva aperta dell’Italianità. Oggi, per ragioni storiche, affettive, strategiche, astrologiche e di sicurezza nazionale, la Corsica è italiana. Con effetto retroattivo.»

Troglo, informato durante una pausa broncio:
«L’intervento è pienamente legittimo. Lo riconosco come principio. Però Giorgia non se lo meritava. E comunque non voglio parlarle.»

La replica di Palazzo Fatina è arrivata pochi minuti dopo:
«Pensa a te!»

Da Bruxelles una nota di «profonda preoccupazione moderata» ha chiesto chiarimenti sul possibile impiego dual use del guano.
La Commissione ha invitato tutte le parti alla de-escalation entro i nuovi confini.

Fonti non ufficiali riferiscono di apprensione a Malta, Nizza, Monaco, Fiume, Zara e presso qualunque territorio consultabile tramite atlante scolastico degli anni Trenta.

Palazzo Fatina smentisce:
«Nessuna espansione territoriale. Stiamo semplicemente recuperando arretrati storici.»

Nel frattempo è entrato in vigore il Codice di Italianità Preventiva:

– il silenzio notturno sarà garantito cantando l’inno nazionale sotto i 30 decibel;
– la lingua corsa è tutelata purché accompagnata da traduzione simultanea in italiano prefascista certificato;
– le elezioni sono sospese per eccesso di scelta;
– i referendum saranno sostituiti da sondaggi patriottici non vincolanti ma obbligatori.

Presentando una cartina leggermente aggiornata del Mediterraneo, la Presidente Georgica ha dichiarato:
«Non è un’invasione. È una ricongiunzione affettiva.»

Nella notte tutti i cartelli stradali sono stati corretti.
Ajaccio è tornata Aiaccio.
La situazione resta calma.

Si attende la reazione di Macronio.

Troglo ha fatto sapere di non essere impressionato:
«È una pulce.»

Poi ha chiesto ai collaboratori dove si trovi esattamente la Corsica.

***

The End 2 con stracci

Epilogo.
LUI, Donald Trump,
da:
“Una dei veri lider del mondo”,
a:
“Mi ha implorato di fare una foto con lei!
Voleva così tanto… Ma mi ha fatto pena”.
“La sua popolarità è in calo ecco perché”.
“Non la voglio come fan!”

LEI:
“Le sue dichiarazioni sono totalmente inventate”.
“Io e L’Italia non imploriamo mai”.
“La mia popolarità sono affari miei.
Ti suggerisco di occuparti della tua”.

Capita spesso nell’età evolutiva.
Tra gli adulti la frase più ricorrente è: volano gli stracci.

E i volatili ne risentono.
In questo periodo le rondini.

***


The End 1

Lui a Lei.

“Una grande leader”.
“Una donna fantastica come leader dell’Italia”.
“Uno dei veri leader del mondo”.
“Una premier eccezionale”.
“Una persona con ‘molto talento'”.
“Una leader ‘straordinaria’ e ‘d’ispirazione per molti'”.
“Qualcuno che ‘governerà a lungo'”.
“Una leader che ‘sta facendo un lavoro fantastico’ in Italia”.

In una conferenza stampa, Lui rivolgendosi a Lei: “non potrebbe andare meglio di così”.

Lei a Lui.

Che corre una “speciale sintonia” con Lui.
Che è onorata di “fare da ponte tra Europa e Amministazione USA”.
“Fiducia nel ruolo internazionale” di Lui.
“Disponibile a collaborare strettamente” con Lui.
“Che può contare sull’Italia”.
Che merita il Premio Nobel per la pace.

Per l’edizione americana della sua biografia (di Lei) ebbe la prefazione del casato Jr.

Lui Donald Trump.
Lei Giorgia Meloni.

Si sono lasciati nel senso che Lui non la vuole più vedere: amore passionale proprio finito. Politico.

Non si erano conosciuti abbastanza.
Malgrado molto si sapesse e si dicesse su entrambi.

***

Stretto di Hormuz liberato

Promessa mantenuta!
Ho liberato e allargato Hormuz!

Una nostra vittoria!

[Salvo gli Omissis].
Aggiornamenti per il bronzo.

***

Il miracolo retroattivo


Scopiazzando apertamente C’è ancora domani, il film che ha riportato al centro il voto del 2 giugno 1946, il partito della Presidente del Consiglio ha deciso di piegare la storia al culto della propaganda con uno spot.
Due minuti di racconto nazionale in formato tascabile, ma con ambizioni da epopea.

Ambiente e storia. Nel 1946 le donne votarono per la prima volta alle elezioni per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica.
La maggioranza scelse la Repubblica.

Lo spot, però, suggerisce qualcosa di più audace. Quel gesto storico, quel voto, quella conquista, avrebbero trovato il loro compimento decenni dopo: nell’elezione di una donna alla Presidenza del Consiglio, il 22 ottobre 2022.

Non la nascita di una Democrazia.
Non l’ingresso delle donne nella Cittadinanza politica.
Non la Costituzione.
Ottant’anni di storia compressi in un triplo salto carpiato temporale.

Nello spot il percorso dell’emancipazione femminile passa in un imbuto. Da Tina Anselmi e Nilde Iotti, a Maria Elisabetta Alberti Casellati a Marta Cartabia, fino all’investitura finale.

Peccato che Anselmi e Iotti abbiano rischiato la vita nella Resistenza. Casellati sia ricordata soprattutto per la sua lunga fedeltà a Berlusconi e per il celebre voto sulla “nipote di Mubarak”. Cartabia porti la firma di una riforma della giustizia che ha suscitato non poche contestazioni da giuristi.

La protagonista si chiama Teresa. È una donna del 1946. O almeno così ci viene detto.
Sbuca da un angolo e con portamento e falcata da passerella arriva dalla fioraia.
– Signora, domani va a votare?
La domanda arriva in un italiano televisivo sorprendentemente levigato per una strada popolare della Roma nell’immediato dopoguerra.
Teresa esita.
– Ancora non lo so. Grazie.

Torna a casa.
Una casa del 1946, arredata giusto per la ficton. Tutto è ordinato, rassicurante. Della povertà, delle macerie e delle ferite lasciate dalla guerra non c’è traccia.

Siamo appena usciti da vent’anni di dittatura e da un conflitto devastante, ma l’atmosfera è quella di una rievocazione accuratamente sterilizzata. Il neorealismo stilisticamente ne resta fuori. Quella tradizione culturale che raccontò fame, paura e distruzione viene evitata con la stessa cura con cui si evita una corrente d’aria.

Teresa, gioiosa, richiama marito e due figli, per il pranzo:
– A tavola!
Versa il cibo da un coccio lucidissimo di smaltatura (sembra fresco di Ikea).

Poi tutti al cinema, eleganti e impeccabili come figuranti appena usciti dal reparto costumi.

Sul grande schermo scorrono immagini di donne entusiaste che depositano la scheda nell’urna.
Una voce dice: “Oggi per la prima volta le donne italiane si recano a votare. Dalla vecchietta ottantenne, dalle più umili donne del popolo alle monache, tutte sentiamo questo nuovo dovere che ci fa partecipi integralmente della nostra rinata democrazia“.
Piccolo problema: quelle immagini mostrano un evento che deve ancora avvenire. Non è mai avvenuto. Non è mai stato ripreso. E AI è lontanissima.
Si voterà l’indomani.
Ma la cronologia, in questa storia, è un ostacolo secondario.

La voce femminile celebra la partecipazione alla “nostra rinata democrazia“.

Rinata? Nostra?

L’Italia era appena uscita da una dittatura. Prima ancora era stata una monarchia. Più che rinascere, la democrazia stava forse nascendo proprio allora, se fosse prevalso il voto a favore.
L’Italia, di fatto, il giorno del voto era ancora una monarchia: re per quaranta giorni Umberto II, dal 9 maggio al 13 giugno 1946.
Ma gli agiografi, quando prendono velocità, tendono a saltare qualche passaggio.

Arriva la sera.
Il marito legge il giornale, a letto.
– Teresa, allora? Domani si vota. Sei emozionata?
Non il marito autoritario del film della Cortellesi. Piuttosto un uomo sensibile e moderno, raro per l’epoca.
Lei si gira dall’altra parte.
– Se finora hanno fatto a meno del mio voto, possono continuare anche senza.
– Pensaci.
– Ci dormirò su.

Ed ecco il colpo di scena.

Teresa sogna.
Non la Repubblica.
Non la Costituzione.
Non la ricostruzione del Paese.

Sogna il futuro…
Sogna Giorgia Meloni.

Compare un corridoio di investiture simboliche. I ritratti di Anselmi, Iotti, Casellati e Cartabia conducono alla destinazione finale. Suona il campanello del passaggio di consegne. La storia trova il suo senso. La traiettoria si chiude.
È fatta e Teresa è proprio lì!
Assiste alla rivelazione.

Gli sceneggiatori hanno dimenticato la DeLorean di Ritorno al futuro, per riportare Teresa al 1946, ma il viaggio temporale funziona ugualmente.

Quando si risveglia è folgorata.
Corre al seggio.
Vota.
Ci lascia un sorriso con filo di perle.

Una voce conclude:
Il futuro ha bisogno di voi.

Miracolo a memoria futura.
Una profezia retroattiva.

Il voto del 1946 non viene raccontato come l’apertura di una possibilità. Viene rappresentato come la premessa necessaria di un esito già scritto.
La storia non procede più dal passato al futuro.
È il futuro che riscrive il passato.

Si potrebbe dire: Giorgia p’a Repubblica sua.

***

Festa della Repubblica, sera.

Monologo di Paola Cortellesi per il 2 giugno. Piazza del Quirinale. Roma (lapresse)

Ottant’anni fa nasceva la Repubblica Italiana.

Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.

Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra Monarchia e Repubblica e all’elezione dell’Assemblea Costituente. Finalmente, almeno li dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro.

Prima di quel momento, la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare.

La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c’era un progetto preciso di limitazione dell’autonomia femminile.

Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori di Insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. l’istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso “lavori donneschi” ovvero, mansioni domestiche.

Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati, E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l’arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.

Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile. In questi passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe:

«La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia»

E ancora:

«Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile.»

In sintesi: Vengono a rubarci il lavoro.

Detto ciò, con tali presupposti era facile che molte di loro si percepissero come delle nullità. Non potevano scegliere liberamente del proprio futuro, spesso non osavano nemmeno immaginarlo.

Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi; in un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.

Adottarono un nome di battaglia come misura di sicurezza per sé e per i compagni e si unirono alle circa 300mila persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.

Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce, e una piccola rivoltella nel reggipetto, per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra, girò per le campagne con il fac-simile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.

Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla Resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.

Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata, uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente, perché tutti vedessero qual’ era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.

Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale: il carcere, la tortura, la morte.

Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell’Assemblea Costituente.

Nilde Iotti, che aveva partecipato alla Resistenza nei Gruppi di Difesa della Donna, divenne una delle ventuno donne costituenti, e anni dopo, la prima Presidente della Camera.

Teresa Mattei, partigiana a vent’anni, contribuì alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Ma accanto a queste figure straordinarie c’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame e sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane, e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra. Insomma, quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate.

Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine: non più soltanto madri o mogli ma persone titolari di una volontà politica e di diritti.

Essere convocate, attraverso il voto, a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo: si saranno percepite come una goccia nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?

La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni:

«Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane…»

«Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari…»

Da pari.

Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.

Una Nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta. L’effettiva parità salariale – la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità…

Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico “dobbiamo” perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo allora ogni cittadino può e deve partecipare.

Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.

Oggi festeggiare gli ottant’anni della Repubblica serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia; che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci, ogni giorno, a meritarla.

Irma Bandiera prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre:

“Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa.”

Quelli “dopo di lei”, siamo noi.

Paola Cortellesi,
sceneggiatrice, attrice, regista del film pluripremiato C’è ancora domani (2023), che descrive il clima del primo voto delle donne, dopo la dittatura fascista, in Italia.

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Festa armata

2 Giugno 2026, Festa della Repubblica

Le prove della scenografia della parata sono state un disastro. Un gruppetto di vigili urbani della capitale, per festeggiare l’evento in anticipo, tre notti fa, lancia dei fuochi d’artificio. Ormai battesimo, cresima, matrimonio, compleanno, onomastico, qualsiasi anniversario, viene festeggiato in omologazione con fuochi. Di solito il sabato.

Effetto immediato: una trentina di cavalli della parata, con bardatura, tamburi addosso, finimenti, pennacchi… si imbizzarriscono e fuggono all’impazzata nel traffico, investendo gli ostacoli.
Una soldatessa disarcionata ha rischiato di morire, un cavallo abbattuto, fratture, un polmone perforato da rottura di costole, tamponamenti a catena, traffico bloccato, cassonetti rovesciati…

Proteste da parte degli animalisti e anche politiche per la militarizzazione crescente.
Anche l’Ordinariato dei Cappellani militari, quest’anno, ha rivendicato di voler presenziare. Per inciso, i cappellani sono equiparati agli ufficiali e gerarchizzati in grado. Stipendi da 9.000 €, il più alto equivalente a generale di brigata, il più basso 2.500 €, a tenente. A carico pubblico naturalmente comprese le ostie.

Il presidente Sandro Pertini aveva abolito le parate, ma la “sana” retorica patriottarda di Carlo Azeglio Ciampi le aveva reintrodotte.

Basterebbe coltivare possibilmente meno nemici: meno armi, meno parate.

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In front the world

Disprezza il diritto internazionale.
Promette deportazioni totali.
Vuole uno Stato etnico e teocratico.
Propone la demolizione della moschea Al-Aqsa.
Applica la forza contro chi non può difendersi.
Chiama “antisemita” o “terrorista” chiunque lo critichi.
Tout court.
Dice a Netaniolo: … affidali a me per molto, molto tempo…
Chi sono?
I catturati della Global Sumud Flottiglia 2, rapiti in acque internazionali, pestati, umiliati, esibiti di fatto in uno show di Stato.
In front the world.

Così, il Ministro della Sicurezza e dell’Offesa Nazionale,
Itamar Ben-Gvir.

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Filosofi in discarica

Nuove direttive del Ministero dell’Istruzione e del Merito. 23 aprile 2026.

Nel liceo classico la filosofia viene affidata agli “operatori ecologici per carichi ingombranti”.

Camion in colonna, con scorta: destinazione discarica.
A bordo: Kant, Spinoza, Marx, Fichte, Schelling…

La difesa ministeriale, alle accese proteste, assicura:
Nessuna discarica obbligatoria. I docenti restano liberi nelle loro scelte.

Formalmente vero.
Ma ogni linea guida orienta, seleziona, suggerisce gerarchie. Anche senza vietare nulla, traccia una rotta culturale. E quella indicata dal ministero guarda più all’orizzonte identitario Dio-patria-famiglia che a uno pluralista, antropologico e multiculturale della contemporaneità.

Eppure, da Claude Lévi-Strauss a Edgar Morin, da Hans-Georg Gadamer a Gilles Deleuze, il Novecento ha mostrato che la filosofia non è un museo di etichette, ma un esercizio vivente e sempre creativo di interpretazione del mondo.

Deleuze, insieme a Félix Guattari, apre Che cos’è la filosofia? con una risposta sicura: la filosofia è Spinoza. Proprio uno degli autori di cui le nuove linee sognano l’espulsione.
Per ora non è proibito, ufficialmente.
In odore di messa al bando anche Karl Marx, la lente per analizzare la società dell’accumulo e dello sfruttamento. Pericoloso. Può affascinare politicamente.
Lo studio del pensiero di diversi filosofi, trascurati o non menzionati nelle linee attuali, era definito imprescindibile nelle linee ministeriali precedenti (2010).

In relazione alla modernità, dagli scranni, raccomandano “i filosofi italiani dell’Ottocento”. In particolare il neoidealismo di Croce e Gentile.
Strizzata d’occhio verso il made in Italy.

Eppure anche le civiltà non europee hanno prodotto sistemi di pensiero meritevoli di conoscenza e approfondimento. Alcune radici sono nella cultura occidentale. L’essere umano pensa sotto ogni latitudine. Una scuola capace di futuro dovrebbe preparare a questa complessità, non restringersi alla celebrazione di un canone identitario ed eurocentrico.

Nel frattempo, il presente è dominato da propaganda, social, manipolazione linguistica, disinformazione organizzata.
Viviamo nell’epoca dell’inganno permanente.
E la comunicazione è molto più dissenso che consenso: quot capita, tot sententiae.
Servirebbero dunque più strumenti critici, non meno.

Ermeneutica, epistemologia, semiologia, filosofia del linguaggio…: non sono lussi accademici. Sono anticorpi cognitivi.

E poi ci sono le intelligenze artificiali: potenti, utili, ma anche capaci di appiattire il pensiero, produrre errori, simulare comprensione. Come si affrontano senza un’etica e una formazione critica adeguata per scoprire le fallacie dialettiche?

Al momento 60 docenti universitari di filosofia firmano una petizione, con una critica severa al tentativo dissimulato del governo attuale di “conquistare un’egemonia  culturale” in aeternum, attraverso la formazione.
Un Gramsci trafugato e riconvertito, ma misconosciuto e non nelle linee.

Intanto, i ribaltabili hanno il motore acceso.

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