Rattoppo da NY


Sequel propaganda matrimoniale.

Il ministro Tajataja, dopo le aspre critiche alla sua coreografia in materia di donne, gonne corte, lunghe, fedeltà e “cornetti”, rimedia.

Dice di non aver “mai offeso una donna in vita sua, né in quella privata né in quella pubblica“.

Da New York, a stretto giro, in occasione dell’Assemblea dell’ONU, manda a dire:

«Faccio un esempio per tutti: proprio a difesa del diritto delle donne, ho nominato e ho voluto nominare ambasciatore in Iran e ambasciatore in Afghanistan due donne, proprio per dare un segnale molto chiaro che in tutto il mondo non si possono calpestare i diritti delle donne. Questo è un esempio, ne potrei fare altri cento».

Alle orecchie stonate potrebbe sembrare tacitata la querelle.

A quelle allenate al giusto diapason linguistico, le “scuse” rituali arrivano invece con attaccati altri sonagli, rumorosi, disturbanti e al limite offensivi.

I diritti delle donne stanno anche nell’essere nominate con le congrue attribuzioni. Ma nella sua vantata nomina diplomatica, conferita a favore di donna, le ambasciatrici sono ancora una volta ambasciatori.

L’identità di genere più antica forse parte dal teatro:
Signore e signori… – Ladies and Gentlemen… Non pubblico massa, ma distinto per genere.

Si capisce: il dicitore è in cordata con “Il Presidente del Consiglio”, dietro cui si nasconde una donna (Disposizione protocollare di Palazzo Chigi per l’appellativo della carica – 28/10/2022).

Da vicepremier e ministro, è passata alla storia la sua definizione del Diritto internazionale, che “vale fino a un certo punto”.

È il caso di dire che anche le sue scuse valgono fino a un certo punto.

Ha nominato e voluto nominare due ambasciatori.

Non si era accorto che erano donne.

***

Ultim’ora.
Vannacciolo, ex generale, irrompe sulla scena e spara proiettili dal repertorio triviale di caserma:
“... fra gonna lunga e corta io preferisco senza gonna”.

Donne in servizio… permanente effettivo.

***

Longevità artificiale (AL)

Poltrone zainetto.

Poltrone a rotelle.

Poltrone a strascico

Poltrone a scoppio

Attak.

***

Quotazioni in urna


Troppa la posta in gioco

Di là, Trunpio rischia grosso.
Se il voto di novembre gli va storto, addio ascensore e scale mobili.
Lo aspetterebbero le sabbie mobili.

Ha promesso 5.000 dollari a ogni americano adulto se vinceranno i Repubblicani.
Cioè se al voto di novembre il Congresso resterà a maggioranza repubblicana.

Una promessa da oltre mille miliardi di dollari.

Ne aveva già promessi 2.000 a testa, come dividendo del maggior gettito prodotto dai dazi imposti al mondo.
Nulla.

Il marinaio che ha fatto la promessa sta ancora nello Stretto di Hormuz.

Difficile che torni in tempo.

Di qua, Georgica rischia altrettanto.
Il premierato a mucciuni, come direbbe Montalbano di Camilleri.
Il megaponte dello Stretto.
I fratelli, ma non le sorelle, d’Italia.
E poi c’è il macigno che rotola, Vannacciolo…

Il Melonellum, intanto, prepara il suo “premio di maggioranza”.
Una vera coazione a ripetere ad vincendum.

Nel 1953 ci avevano già provato.
La legge passò con il voto di fiducia, tra le proteste dell’opposizione.
Alle urne, la maggioranza si fermò appena sotto il 50 per cento.

Premio non scattato.

L’anno dopo la legge fu abrogata.
Montanelli ricordava che lo stesso Scelba, promotore, aveva previsto, con un filo di pudore allora ancora disponibile, che quella sarebbe stata chiamata “legge truffa“ e loro “truffatori”.

Ai tempi di di Scelba l’opposizione non era affatto scialba…

Nel frattempo l’attuale governo festeggia la maggiore longevità nella storia repubblicana.

A colpi di fiducia.
E di decreti-legge.

Finale di partita:
il Bianco muove e vince in tre mosse.

Poi, nella partita successiva, si allea col Nero.
Rinnegando di essere stato Bianco.
Nero con Nero non si distinguono i pezzi.

Partita impossibile.

***

Marcettanera

1922.

Ritorno al passato attraverso il futuro.
O forse il contrario.

Cosa è successo nel 1922 che un generico generale cerca candidamente e entusiasticamente di riproporre oggi?

I generali…
Se ne possono enumerare una caterva che infiniti lutti addussero…

Nella inquietante complessità attuale, qualcuno cerca di trovarsi un bunker nel passato.

Un passato abbastanza lontano, così che non si ricordino troppi particolari.
E i giovani possano essere facilmente attratti da una storia raccontata come traccia del più forte, omettendo, manipolando.

Così, entrandovi, ci si sente subito forti e potenti.

Vannacci di terra, di mare e dell’aria!

I primi proliferano quando la falda è inquinata e nessuno bonifica il terreno.

I secondi arrivano da oltreoceano, specie aliene del cambiamento cultural-climatico.

I terzi si diffondono nell’aria, ricadono al suolo e si uniscono a quelli di terra.

Ci sono poi personaggi della politica che, pur non provenendo dalla gerarchia, amano vestirne le divise e fare le prove marziali davanti al proprio specchio.

Ne conosco una dal passo marziale.

La democrazia moderna è cosa troppo
“ideologica.“
Farraginosa.
Dà retta a troppa gente.
A tutti.
È fragile.

Ci sono invece millenni di storia: ordine, gerarchia, disciplina, dominio.
Inchini.

È facile: ci sei solo tu e il capo.
E forche che risolvono tutto.

***

NEW WORLD


Putino vuole di nuovo tutto.
«Mancano le condizioni per instaurare un dialogo serio con gli Usa riguardo alla stabilizzazione in Europa».

Guerra in Ucraina in stallo. Intanto muoiono. Muoiono giovani.

Trumpio versa benzina su Hormuz, dove si spara e si viene sparati. Ma non gli basta: vuole anche il “suo” emisfero.

Pubblica infatti una carta geografica dove quasi tutta l’America sembra già sua: Canada, Groenlandia, Islanda, Messico, Cuba e compagnia geografica.

Nel frattempo New Mexico diventa New America, il Lago Ontario – per la parte che interessa a Washington – diventa Lake America, il Golfo del Messico diventa Gulf of America.

Geo-bulimia portatrice di seri disturbi gastrici al globo.

L’ICE continua intanto a rastrellare nella normalità.

Netanyolo finge buone intenzioni. Finge la tregua. E chi scopre o critica la sua politica diventa, per lui, antisemita. Nega, nega sempre.

È nei guai. E quando finirà la sua avventura politica, qualcuno gli chiederà conto.

Adesso riaffiora anche la sua responsabilità per non aver dato il giusto peso agli avvertimenti che qualcosa come il 7 Ottobre sarebbe potuto accadere. Non è un sospetto nuovo: l’inchiesta di Haaretz ricostruisce un warning esplicito ricevuto prima dell’attacco e il mancato passaggio dell’informazione ai vertici della sicurezza.

Occorre un mondo “nuovo”.
Quello vecchio è proprio da buttare.

Un momento…
prima postare su X.

***

Herocriminali


Ratko Mladić. Chi era costui?

Gli esseri umani lo hanno condannato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, sulla base di quei principi elementari che abbiamo chiamato convivenza, civiltà, etica, giustizia.

La Storia ha però anche una voce più concreta: Srebrenica, almeno 8.000 bosgnacchi uccisi, uomini e ragazzi, esecuzioni di massa, fosse comuni. Tutto in nome di un suprematismo ipernazionalista e del progetto di una «Grande Serbia».
Quella anche di Slobodan Milošević, che morì in carcere per gli stessi reati, poco prima della sentenza definitiva.

E poi c’è un’immagine.

Un video lo mostra sorridente, rassicurante, mentre accarezza un bambino e gli offre una cioccolata.

La cioccolata della morte.

Quelle immagini appartengono agli stessi giorni in cui le forze al suo comando stavano mettendo in atto la campagna che avrebbe portato al massacro di Srebrenica. Tra le vittime, migliaia di uomini e ragazzi bosgnacchi. Anche il padre di quel bambino. Le sue ossa sarebbero state ritrovate molti anni dopo.

Mladić è morto da pochi giorni, a 84 anni, nel carcere dell’Aia, dove scontava l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

E mentre la giustizia internazionale lo aveva condannato, una parte dei suoi sostenitori – dentro e fuori dalla Serbia – continua a celebrarlo come un eroe.

Onori. Celebrazioni. Un eroe nazionale. Un mito.

Qualcuno è arrivato a titolare che aveva «impedito l’avanzata dell’Islam».

È questo, forse, l’aspetto più inquietante.

Non soltanto che esistano i criminali che compiono genocidi.
Ma che, dopo i crimini, possano essere trasformati in eroi e avere un seguito politico.

Allora c’erano le reticenze, le esitazioni, la mancanza di coraggio della politica internazionale davanti alla dissoluzione violenta della Jugoslavia.

Le stesse esitazioni che abbiamo già visto davanti all’avanzata dei fascismi.

E che continuiamo a vedere, ancora oggi, in molte parti del mondo.

A pochi giorni dalla morte, il suo corpo è tornato in Serbia, mentre si preparano le esequie con funerali di Stato e onori militari.
La celebrazione di Mladić continua a suscitare fortissime reazioni, anche a livello europeo:
“La glorificazione dei criminali di guerra non ha posto in Europa”, comunica Bruxelles.

Si dice che la Storia non si ripete.
Ma si ripetono gli errori.

***

Alta Climatologia

Giro nell’Alta diplomazia.

È stato esteso un invito a tutte le diplomazie di alto bordo per un’intervista sulla situazione attuale dei cambiamenti climatici.

Il testo proposto era comune, del tipo:

«… in quanto… poiché… d’altronde… incontrovertibilmente… inoppugnabilmente…».

Stranamente unanimi, le risposte sono state:

🇮🇹 Italia — Ce ne fottiamo di tutto.

🇬🇧 Regno Unito — We don’t give a fuck about any of it.
Con assoluta compostezza: “Non ci frega un cazzo di niente.”

🇫🇷 Francia — On en a rien à foutre de tout ça.
“Non ce ne frega un cazzo di tutto questo.”

🇪🇸 Spagna — Nos la suda todo.
“Ce ne sbatte tutto”.

🇩🇪 Germania — Uns ist die ganze Scheiße scheißegal.
Una specie di: “Di tutta questa merda non ce ne frega un cazzo.”

🇵🇹 Portogallo — Estamos-nos a cagar para tudo.
“Ce ne stiamo cagando di tutto.”

🇧🇷 Brasile — A gente tá cagando e andando pra tudo.
“Ce ne stiamo cagando e andando.”

🇳🇱 Paesi Bassi — We geven geen fuck om wat dan ook.
“Non ce ne frega un cazzo di niente.”

🇵🇱 Polonia — Mamy wszystko w dupie.
“Abbiamo tutto nel culo” → “ce ne sbattiamo di tutto.”

🇷🇺 Russia — Нам на всё насрать.
Nam na vsyo nasrat’.
“Ce ne frega un cazzo di tutto.”

🇬🇷 Grecia — Χεστήκαμε για όλα.
Chestíkame gia óla.
“Ce ne siamo fottuti di tutto.”

🇹🇷 Turchia — Her şeyi sikimize takmıyoruz.
“Non ci importa un cazzo di niente.”

🇮🇱 Israele — אנחנו שמים זין על הכול
Anachnu samim zayin al hakol.
“Noi ce ne fottiamo di tutto.”
[Di tutti].

🇯🇵 Giappone — そんなの知ったこっちゃねえ。
Sonna no shitta koccha nē.
Più “non ce ne può fregare di meno”
che letteralmente “ce ne fottiamo”.

🇨🇳 Cina — 我们他妈什么都不在乎。
Wǒmen tā mā shénme dōu bù zàihu.
“Non ce ne frega un cazzo di niente.”

🇰🇷 Corea del Sud — 우린 좆도 신경 안 써.
Urin jot-do singyeong an sseo.
“Non ce ne frega un cazzo.”

Una sola frase, per tutte.
Clonata con lo stampino.

Una rara prova di unità internazionale.

***

Sciami in formazione

A Gaza, sotto un edificio totalmente distrutto dalle bombe, si è salvata un’arnia.
Il proprietario è riuscito a recuperarla.

Ora la vendetta delle api.

Sciami su sciami sono diretti verso Netanyolo.

Niente missili, niente droni: solo pungiglioni e un messaggio chiaro.

Finalmente una potenza straniera che non manda armi, ma pungiglioni.

“Gaza, non deve morire”.

***

FASCE di Stati


Da una panchina.
Appunti grafici con la biro, sul margine bianco di una rivista.

È già agosto, inesorabile.

Per lo scorrere del tempo, con aria di fuoco nelle strade.
Per il fuoco appiccato da criminali su pinete e radure.
Per il fuoco dato ai casolari di tavole e lamiere, con una capra.
In nome di dio.

Per il fuoco fatto piombare dal cielo da altri criminali.

Morti.
Anora morti

Le Fasce degli Stati (non di Van Allen, ma altrettanto ostinate) sono le stesse di un anno fa. Di due. Di tre…

Alcuni Stati allineati in dormitorio comune.

Non vedo.
Non sento.
Non parlo

Altri, insonni.

Società SNRU.
Società senza Nessuna Responsabilità Umana.
Dove il Diritto è un fastidio.

Non contano le pecore. Continuano a distribuire caramelle esplosive e matriosche di passi contati: mille, cento, dieci… l’ultimo.

Soprattutto di notte.
Soprattutto a donne, bambine e bambini.

Altri Stati sono ormai solo macerie.

Chi li abitava vive ora all’aperto, tra spazzature, rifiuti, topi, deiezioni, labirinti di detriti.

Labirinti di cose care perdute.
Senza neppure il luogo.

Poco cibo.
Poca acqua.
Pochissimo di tutto.

Anzi.
Nulla.

E anche le parole.

***

La bolla dei patriarchi

Il Presidente del Consiglio… poi vai a vedere e sotto ci trovi una donna.

Giorgia Meloni liquidò con teatralità la questione del femminile nelle cariche pubbliche, storpiando “presidenta” e raccogliendo gli applausi del coro. Ma la questione non è quella parola.
È chiamare le cose con il loro nome quando la realtà cambia.

Alma Sabatini lo spiegò già nel 1987 con Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio – particolare che oggi fa quasi sorridere.
Quel lavoro, discusso e contestato, affrontava un problema semplice: se una funzione è svolta da una donna, la lingua italiana possiede gli strumenti per nominarla. Non occorre travestirla da maschio.

Lo hanno ribadito negli anni la Treccani, l’Accademia della Crusca e, più recentemente, l’Ordine dei giornalisti e USIGRai (che rifiuta ordini di servizio con declinazioni al maschile).

Chi riempie i discorsi di “italianità” potrebbe cominciare da qui: usare correttamente l’italiano. Soprattutto negli atti pubblici, nelle leggi, nei codici.

È la società che cambia la lingua, perché la lingua ne è lo specchio. Non il contrario. Nessuno parla più la lingua di Dante.
Dante conosceva sicuramente il topo.
Non il mouse.

Nella marineria ogni cima, ogni manovra, ogni pezzo dell’attrezzatura aveva e ha un nome preciso. Ma non esistevano la nocchiera, la capitana, la nostroma. Non perché mancassero le parole, ma perché quelle donne, ufficialmente, non dovevano esserci. Eppure nella storia della navigazione ci sono state, clandestine o riconosciute. Oggi dire marinaia, timoniera, nostroma non è una concessione ideologica. È semplicemente descrivere la realtà.

Leggendo Sabatini si avverte che la questione non è soltanto grammaticale. È una questione di riconoscimento. Di etica pubblica, perfino di deontologia dell’essere.

Per secoli il mondo è stato pensato al maschile. Alle donne è stato concesso di abitarlo (preferibilmente nel talamo), quasi mai di progettarlo. Era inevitabile che anche il linguaggio ne portasse l’impronta.

Ma la società trabocca sempre dagli argini quando si tenta di canalizzarla. Prima o poi accade. Perché la presenza delle donne non è cancellabile, né occultabile sotto un mantello maschile, né velabile con una mano di patina linguistica.

Rosa Oliva si laurea in Scienze politiche nel 1958 e subito presenta domanda per entrare nella carriera prefettizia. Possiede tutti i requisiti tranne uno: è donna.

La legge le vieta di partecipare.

Non si arrende. Assistita da grandi giuristi ricorre alla Corte costituzionale.
Vince.
È il 1960.

Senza quella causa contro lo Stato italiano, probabilmente il percorso dell’accesso femminile alle cariche pubbliche sarebbe stato più lungo e più accidentato.

La Corte richiama la Costituzione.
L’articolo 3 afferma l’eguaglianza delle persone senza distinzione di sesso. L’articolo 51 garantisce l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza.

Rosa Oliva non diventerà prefetta. Sceglierà altre strade.
Ma quella porta era stata aperta.
In realtà era aperta fin dal 1948.
Bastava leggere la Costituzione.

Troppo spesso, invece, i normografi la ignorano, la lasciano prendere polvere.
O, peggio, la sfidano.

Quanto sia resistente ancora lo stile maschile con cilindro e stiffelius del nostro diritto basta un esempio.

L’articolo 583-bis del Codice penale punisce le mutilazioni degli organi genitali femminili. Il femminile compare soltanto negli organi sessuali. Tutto il resto è maschile: il genitore, il tutore, il cittadino italiano, lo straniero residente, il colpevole.
Chi subisce il reato? … ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia.
La vittima, però, è una donna.
Una norma costruita per proteggere esclusivamente persone di sesso femminile continua a immaginare “il cittadino”, la vittima, il destinatario della legge come maschio.
L’effetto è quasi comico, se non fosse tragico.

***

Il 16 luglio si è tenuta in Senato una conferenza stampa a cura della senatrice Valeria Valente: “Il maschile neutro è un inganno. Il femminile una scelta politica”, prima firmataria del DDL 1752 che propone modifiche di linguaggio nei codici e negli atti amministrativi per il riconoscimento del genere femminile.